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La regia calibrata di Leonardo Buttaroni guida il trio — cui si aggiunge la nevrile presenza femminile di Francesca Anna Bellucci — in un microcosmo tragicomico dove il tempo si fa sospeso e le parole, tra risata e inquietudine, scolpiscono un inno disilluso al vivere differito. Tre amici si rifugiano in un bizzarro albergo di montagna con l’intento di godersi un sano relax montano, approfittando per festeggiare due ricorrenze di compleanno e resettare i pensieri incombenti che albergano in ognuno. Ma l’attesa si fa angosciosa, mentre l’albergatrice – elemento imprevedibile e scardinatrice di un disequilibrio preesistente – innesca dinamiche paradossali che trasformano la fuga dal quotidiano in una amplificata prigionia esistenziale. Lo spettacolo, pur strutturato in un solo atto, manifesta una duplice tensione: nella prima parte, la narrazione è sostenuta da un ritmo incalzante e irrefrenabilmente comico, riccamente intessuto di battute dal sapore marcatamente gergale, di intercalari e freddure dal retrogusto parodico che strappano risa viscerali e immediate. La comicità – spudorata e tagliente – si nutre del vissuto ordinario, elevandolo a farsa, senza scadere nel triviale. Col procedere della pièce, tuttavia, il tono si fa più misurato, a tratti laconico, e lo humour tout court cede il passo a una sottile vena malinconica che lambisce i territori del retorico senza mai valicarli. La tensione scenica fra i tre protagonisti maschili si mantiene vigile, scandita da un serrato botta e risposta che rievoca il miglior teatro dell’assurdo domestico. È un’ironia che graffia, lasciando cicatrici di riflessione. In netto contrasto con la coesione del ritmo umoristico binario dei tre amici — e proprio per questo efficacemente calibrato — si innesca l’imprevedibilità perturbante dell’albergatrice, interpretata con precisione inquieta da Bellucci, personaggio abitato da idiosincrasie che rasentano il patologico, caricatura quasi beckettiana di un’accoglienza che inquieta più che rassicurare. La sua presenza dissonante funge da elemento destabilizzante e amplifica il senso di spaesamento dei tre uomini, schiacciati dall’impossibilità di scegliere, di uscire, di agire. La scrittura di Latino, Moscatelli e Passacantilli è puntuale, metateatrale nella misura giusta, e scandisce con abilità il tempo dell’attesa, trasformandolo da vuoto narrativo a protagonista dell’azione. Non accade nulla, eppure accade tutto: la resa, la fuga, la chimera di un domani che mai arriva. In sintesi, il congegno drammaturgico si rivela ben architettato ed estremamente efficace nel dimostrare quanto la commedia, con la sua forza dirompente e liberatoria, sia ancora oggi necessaria e catartica. Dissacrando, quando ben congegnata, con sottile acume quei momenti in cui ci si prende troppo sul serio, riesce a riverberare con lucidità le fragilità umane, rivelandoci quanto spesso siamo ciechi e sordi di fronte alle nostre stesse incertezze. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 28 novembre 2025 |
Ci pensiamo domani
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