L'eterno marito
Milano, Piccolo Teatro Studio Melato, 23 novembre 2025

In scena, L’eterno marito, adattamento teatrale del romanzo dostoevskiano firmato da Davide Carnevali per la regia di Claudio Autelli, si configura come un congegno scenico di rara finezza psicologica, in cui la parola — cesellata, essenziale, mai ridondante — si fa lama sottile che scava nella carne viva dei rapporti umani. La coproduzione LAB121 / Trento Spettacoli offre al pubblico un’esperienza teatrale densa, nervosa e ipnotica, sostenuta da un intenso duetto attoriale che regge il palco con vigore e sensibilità millimetrica.
La regia orchestra la messinscena con un sagace minimalismo, lasciando spazio alla parola e all’intensità corporea dei due interpreti, antagonisti, il cui confronto si fa vertigine emotiva.
Francesco Villano tratteggia un Vel’čaninov cinico e fragile, mentre Ciro Masella disegna un Trusockij tragicomico, grottesco e toccante nella sua deriva.
L’opera, ispirata all’omonimo romanzo breve di Dostoevskij, si concentra sul duello silenzioso e tortuoso tra due uomini legati dalla figura — ormai scomparsa, ma onnipresente — di una donna.
La vicenda si gioca tutta nella tensione non detta, nei vuoti, nelle esitazioni: Pavel Pavlovič, marito tradito e vedovo patetico, e Vel’čaninov, l’amante decadente e colpevole, si rincorrono in un dialogo che è più psicodramma che narrazione lineare.
Lo spazio scenico, dominato da una parete bianca sulla quale campeggiano una coppia di plafoniere, si trasfigura in una duplice clessidra visiva: è il tempo che grava, che si deposita e si fa memoria, non in una linearità rassicurante, bensì come stratificazione di colpa, desiderio e ambiguità. Quella parete, neutra solo in apparenza, si muta in superficie viva che accoglie proiezioni, sogni, frammenti del passato, il viaggio interiore di Vel’čaninov, l’infanzia dolente di Alexander, la presenza silenziosa della figlia — la cui stanza, chiusa, laterale, si offre come metafora scenica e poetica. Un luogo sospeso, intimo, che rievoca un camerino teatrale: spazio di travestimento e fragilità, in cui l’identità si spezza tra ciò che si è e ciò che si recita di essere. Lì, la paternità negata e la solitudine infantile si fondono in un'immagine spiazzante, che amplifica l’allegoria del teatro stesso.
La scrittura — intessuta dal drammaturgo — organizza la narrazione in una prima parte rigorosa, segmentata in giorni che scandiscono un tempo claustrofobico, ossessivo, mentre nella seconda si apre alla dimensione del metateatro.
La quarta parete si sgretola, lo sguardo si rovescia e gli attori si fanno testimoni e osservatori delle proprie vicende, scambiandosi ruoli e prospettive in un gioco sottilissimo e insinuante. Il meccanismo scenico diventa così specchio della mente che diviene sdoppiata, perplessa, incapace di afferrare con nettezza verità o finzione.
In questo contesto la scenografia non è semplice cornice ma sostanza drammaturgica che distilla un tempo astratto e viscerale, uno spazio mentale e simbolico dove si agitano i fantasmi dostoevskiani del rimorso, del tradimento e dell’identità franta. Autelli compone un affresco teatrale in cui ogni luce, ogni interruzione, ogni silenzio si carica di densità e senso, consegnando al pubblico un’esperienza perturbante e catartica.


La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 23 novembre 2025



L'eterno marito

tratto da L'eterno marito di Fedor Dostoevskij

drammaturgia Davide Carnevali
con Francesco Villano e Ciro Masella
regia di Claudio Autelli
coproduzione LAB121 / Trento Spettacoli

In alcuni periodi, nel corso della vita, capita di rendersi conto che l’immagine che ci siamo scelti o, meglio, che desideriamo per noi stessi, ci guardi dall’alto e ci costringa, come imputati, alla sbarra di un processo che decidiamo di autoinfliggerci.
Quello che propone lo spettacolo della compagnia LAB121, presentato nell’ambito di NEXT – Laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo, è un viaggio tra il sogno e la realtà dentro questi movimenti dell’animo umano.
La commedia di Dostoevskij mantiene un’aderenza con la contemporaneità proprio trattando di due uomini qualsiasi che si trovano a combattere con la paura di non essere all’altezza della società, del giudizio altrui e ancor di più dal loro stesso giudizio nei propri confronti. Questo feroce e autodistruttivo gioco di sfida con i propri fantasmi prende sul palco, le fattezze di un dialogo del protagonista Aleksej con un grottesco conoscente, Pavel, che risorge dal passato.
Lo sviluppo del racconto, tra teatro e cinema, live e reperto filmico, si svolge attraverso i diversi incontri dei due antagonisti, come una sfida a scacchi, in palio la convinzione di potersi salvare o perdersi definitivamente. Una seduta di psicanalisi prima ancora che Freud potesse esporre le sue teorie, una riprova del genio letterario di Dostoevskij espresso in un testo minore da riscoprire (fonte: comunicato stampa).




Piccolo Teatro Studio Melato

Via Rivoli, 6,
20121 Milano
Tel: 02 21126116

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