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La regia orchestra la messinscena con un sagace minimalismo, lasciando spazio alla parola e all’intensità corporea dei due interpreti, antagonisti, il cui confronto si fa vertigine emotiva. Francesco Villano tratteggia un Vel’čaninov cinico e fragile, mentre Ciro Masella disegna un Trusockij tragicomico, grottesco e toccante nella sua deriva. L’opera, ispirata all’omonimo romanzo breve di Dostoevskij, si concentra sul duello silenzioso e tortuoso tra due uomini legati dalla figura — ormai scomparsa, ma onnipresente — di una donna. La vicenda si gioca tutta nella tensione non detta, nei vuoti, nelle esitazioni: Pavel Pavlovič, marito tradito e vedovo patetico, e Vel’čaninov, l’amante decadente e colpevole, si rincorrono in un dialogo che è più psicodramma che narrazione lineare. Lo spazio scenico, dominato da una parete bianca sulla quale campeggiano una coppia di plafoniere, si trasfigura in una duplice clessidra visiva: è il tempo che grava, che si deposita e si fa memoria, non in una linearità rassicurante, bensì come stratificazione di colpa, desiderio e ambiguità. Quella parete, neutra solo in apparenza, si muta in superficie viva che accoglie proiezioni, sogni, frammenti del passato, il viaggio interiore di Vel’čaninov, l’infanzia dolente di Alexander, la presenza silenziosa della figlia — la cui stanza, chiusa, laterale, si offre come metafora scenica e poetica. Un luogo sospeso, intimo, che rievoca un camerino teatrale: spazio di travestimento e fragilità, in cui l’identità si spezza tra ciò che si è e ciò che si recita di essere. Lì, la paternità negata e la solitudine infantile si fondono in un'immagine spiazzante, che amplifica l’allegoria del teatro stesso. La scrittura — intessuta dal drammaturgo — organizza la narrazione in una prima parte rigorosa, segmentata in giorni che scandiscono un tempo claustrofobico, ossessivo, mentre nella seconda si apre alla dimensione del metateatro. La quarta parete si sgretola, lo sguardo si rovescia e gli attori si fanno testimoni e osservatori delle proprie vicende, scambiandosi ruoli e prospettive in un gioco sottilissimo e insinuante. Il meccanismo scenico diventa così specchio della mente che diviene sdoppiata, perplessa, incapace di afferrare con nettezza verità o finzione. In questo contesto la scenografia non è semplice cornice ma sostanza drammaturgica che distilla un tempo astratto e viscerale, uno spazio mentale e simbolico dove si agitano i fantasmi dostoevskiani del rimorso, del tradimento e dell’identità franta. Autelli compone un affresco teatrale in cui ogni luce, ogni interruzione, ogni silenzio si carica di densità e senso, consegnando al pubblico un’esperienza perturbante e catartica. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 23 novembre 2025 |
L'eterno marito
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