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Il teatro di Natalino Balasso “tenta di gettare bombe nei cervelli mentre ci diverte” con la sua Giovanna dei Disoccupati, un apocrifo brechtiano. Il comico veneto approda al Teatro Carcano con la sua nuova opera e prosegue la sua spietata dissezione della società attuale e dell’uomo attuale, estrapolando ai nostri giorni la prospettiva brechtiana della Santa Giovanna dei Macelli.
Sono passati 90 anni dalla prima messa in scena dell’opera del drammaturgo tedesco, ma nulla è realmente cambiato. La logica del mercato ha esportato le crudeltà più brutali e sanguinarie del capitalismo nel terzo mondo, riservando alle società più ricche i raffinati sadismi della meritocrazia, dell’invidia sociale, del ricatto per il posto di lavoro. Ovunque domina l’assordante contraddizione della finanza, che costruisce ricchezze più grandi su nuove povertà e tradisce qualunque principio etico per ottenere un ingiusto profitto. La bontà vera, la gentilezza diventano irriconoscibili, sommerse dal clamore mediatico delle grandi fondazioni private. La coerenza intellettuale è merce rara e controproducente: più che mai per sopravvivere bisogna accettare vomitevoli compromessi, “la necessaria scissione dell’uomo nel capitalismo”, come scriveva Cesare Cases. Solo che qui il capitalismo non si contrappone più a una visione marxista o comunista del mondo. Siamo sempre più isolati e ricattabili, e lo scomparso Lukerniddle, invano cercato dalla moglie, non può che essere un rider. Deboli movimenti dai piedi di argilla raccolgono facilmente consensi, grazie ai media, ma non portano nessuna vera evoluzione sociale portando avanti generici messaggi d’amore, pronti ipocritamente a santificare per la pubblicità le loro stesse vittime. Qualunque sincero tentativo di emancipazione collettiva dalla logica del mercato si snatura nel momento stesso in cui sopravvive. Ancora una volta di più il potere viene mostrato come inscindibilmente cattivo. Amaro perché veritiero è lo stuolo dei disoccupati intellettuali, che hanno venduto il loro tempo per la sicurezza di un lavoro da informatici e ora lo vedono divorato dall’algoritmo. Il personaggio nuovo e più comico è la serafica Intelligenza Artificiale, interpretata da una soave Roberta Lanave, che, lungi dal migliorare il mondo, migliora le già ottime condizioni economiche del suo padrone, Pierpoint Mauler, un misuratissimo e duttile Natalino Balasso. L’operazione di Balasso di attualizzare la trama è perfettamente riuscita. Ma i paralleli con l’opera brechtiana vanno oltre: anche la messa in scena è una misurata riproposizione del teatro epico. Nessun richiamo al sentimento, un moderato ridicolo che elimina qualunque tentativo di naturalismo, le canzoni sostenute dalla eccellente vocalità di Roberta Lanave nei duetti e trii con una corretta Marta Cortellazzo Wiel e un più fragile Graziano Sirressi. Unica concessione al sentimento è l’uso di due musiche struggenti e notissime: A horse with no name degli America e la iconica Stairway to heaven dei Led Zeppelin. Ma la commozione è giustamente minima, sotto un Cloud fosforescente che tutto pervade. Tutti gli attori interpretano più ruoli, ma la chiarezza narrativa non risente di questi continui cambi di personaggio sottolineati da minimi cambi di costume: in questo tour de force sono tutti da applaudire. Giovanna Darko è interpretata da Marta Cortellazzo Wiel: la Wiel ci rende al meglio questo personaggio che sinceramente cerca di operare per il bene e che crede esista il buono nell’uomo, pagando fino in fondo il prezzo della sua stupidità, incluso l’insulto finale della trasformazione post-mortem della sua immagine in un logo. Non è stato sufficiente un cappello per proteggere il suo pensiero. Come si esce da tutto ciò? Né Brecht né Balasso ne hanno la minima idea. Ma ciò che conta è che la domanda se la pongano gli spettatori: citando una delle più belle frasi del teatro di Brecht, posta ad epilogo dell’Anima buona del Sezuan: “Presto, pensate come ciò sia attuabile! Una fine migliore ci vuole, è indispensabile!”
Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 19 novembre 2025
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GIOVANNA DEI DISOCCUPATI Un apocrifo brechtiano di e con Natalino Balasso
e con Graziano Sirressi, Marta Cortellazzo Wiel, Roberta Lanave scene Anusc Castiglioni costumi Sonia Marianni luci Cesare Agoni cura musicale Celeste Gugliandolo regia Andrea Collavino coproduzione Centro Teatrale Bresciano, Emilia Romagna Teatro, Teatro Stabile di Bolzano

Natalino Balasso, accompagnato da Graziano Sirressi, Marta Cortellazzo Wiel e Roberta Lanave, porta sul palco del Teatro Carcano di Milano dal 19 al 23 novembre GIOVANNA DEI DISOCCUPATI, ispirato alla “Santa Giovanna dei macelli” di Bertolt Brecht, «un falso scritto sotto dettatura» in cui le vicende uscite dalla penna del drammaturgo tedesco sono inserite in un contesto grottescamente moderno. Note dell'autore Ovviamente non possiamo immaginare cosa scriverebbe Bertolt Brecht se fosse in mezzo a noi e si guardasse attorno; se vivesse, come noi, immerso nella nostra cultura, a ottant’anni dalla fine degli orrori nazisti, dentro un’economia e una finanza molto più complesse e stratificate. Eppure… Eppure quegli orrori sono disgraziatamente attuali, sotto altre forme e a due passi da noi. Eppure nella finanza la prevaricazione, l’ipocrisia e lo sfruttamento degli sfortunati sembrano non voler lasciare la scena e colpire con armi più affilate e più subdole. In questa nostra Giovanna dei disoccupati abbiamo fatto agire i personaggi immaginati da Brecht in nuovi ambiti e con nuove parole ma nuovamente immersi nel terreno della dominanza e della sudditanza. L’algoritmo può sembrarci meno cattivo, ma alla fine dei fatti risulta perfido e crudele come un padrone in carne ed ossa. Le multinazionali non hanno padroni e continuano a prevaricare, ferire e colpire i più deboli, in tutti i paesi. Le merci viaggiano più liberamente degli umani e l’istigazione al consumo dà l’idea di una liturgia utile a tutti tranne che a noi. La povertà e la fame sono drammaticamente reali. Il rito economico che spinge chi consuma a consumare di più e chi patisce a patire di più è sempre più celebrato. E poi ci sono le persone: milioni di singoli sempre più isolati, sempre più oppressi dal mondo commerciale-pubblicitario-social che sta portando a termine il lavoro di massacro delle comunità. Nell’empireo delle monadi emerge il superuomo economico, senza un pensiero vero, senza eccellenze intellettuali, senza profondità artistiche, semplicemente una perfetta macchina da soldi. Vedremo le vicende di Pierpont Mauler, dei suoi sottoposti, di Cridle, di Slift, della più grande lobbista del momento: la terribile Graham; un mondo di magnati al quale si oppone Giovanna Darko, con la sua comunità social-socialista. Ma una comunità online è veramente una comunità? Non è di nuovo una moltitudine di monadi che si raccontano il sogno della tribù? Questo, forse, è il vero dramma. Con tutta l’umiltà del caso presentiamo a voi questo apocrifo di Bertolt Brecht, immaginando di averlo scritto sotto dettatura. Questo è possibile solo con l’aiuto dell’arte immutabile del teatro che, mentre ci diverte, come diceva Gramsci, tenta di gettare bombe nei cervelli. (fonte: comunicato stampa)

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