Riccardo III
Milano, Piccolo Teatro Strehler, dall' 1 al 30 novembre 2025

Nella pièce di Antonio Latella, il dramma shakespeariano si disancora dalla cornice storica per trasfigurarsi in un affresco spietato e visionario sulla costruzione del male, sulla retorica del potere e sull’ambiguità della rappresentazione. Il drammaturgo, insieme a Federico Bellini, riscrive il mito del Duca di Gloucester con mano iconoclasta, svincolandolo dall’iconografia canonica dell’essere deforme, repellente, grottesco. Al suo posto, pone un leader di conturbante bellezza, interpretato da un magnetico Vinicio Marchioni, che incarna un’anima oscura celata sotto una superficie immacolata.
La direzione di Latella leviga un paesaggio scenico rarefatto, metafisico, in cui lo spazio non è ambientazione, ma mente, memoria, incubo. I personaggi gravitano intorno al protagonista come spettri in un limbo di potere e dannazione. 
Marchioni, niveo nelle vesti, etereo nell’apparenza quanto tenebroso nell’intimo, restituisce un Riccardo ipnotico, insinuante, algido, capace di perpetrare i crimini più efferati con un distacco quasi mistico. La sua interpretazione è cesellata, esente da retorica, e proprio per questo perturbante. La regia sovverte radicalmente l’archetipo del "mostro" deforme, ostentando quanto più insidiosa e contagiosa sia la bellezza quando diviene maschera dell’abominio. È un Riccardo che non striscia ma domina, manipola, incanta, similmente a quell'angelo decaduto. Il simbolismo visivo è denso e stratificato.  Le rose bianche e rosse, emblema diretto della Guerra delle Due Rose, vengono deposte, contese, calpestate in una partitura coreografica che restituisce la circolarità tragica della violenza dinastica. Ma è l’ampolla rossa – misteriosa reliquia contenente le ceneri, forse reali, forse allegoriche, di una moralità estinta – a imporsi come fulcro della scena. Oggetto sacro, sfacciatamente profanato, esso diviene totem del potere che consuma e si autocelebra nella propria rovina.
La regia leviga un paesaggio scenico rarefatto, metafisico, in cui lo spazio non è ambientazione, ma mente, memoria, incubo. I personaggi gravitano intorno al fulcro come spettri in un limbo di potere e dannazione. 
Attorno alla figura magnetica e perturbante dell'anti eroe orbita un coro tragico di personaggi, ciascuno portatore di un frammento di umanità violata, annientata o complice, figure emblematiche che il direttore trasfigura in presenze quasi mitologiche, svincolandole da ogni naturalismo per renderle espressione di forze primarie, ancestrali.
La Duchessa di York, madre affranta, a cui Silvia Ajelli presta una dolenza severa e senza tempo, è la matrice originaria di un male che non ha saputo né prevenire né contenere. Nella sua voce risuona l’eco di una genitorialità apotropaica, disillusa, che si fa condanna e maledizione, oracolo prostrato di un destino già compiuto.
Buckingham (Sebastian Luque Herrera), alter ego e riflesso oscuro, si staglia come simbolo dell’ambizione cieca e della complicità calcolata. È l’uomo politico per eccellenza: servile, astuto, ma incapace di distinguere il confine fra alleanza e asservimento, fino al momento tardivo del disincanto.
Il Vescovo, figura quasi priva di parola, appare come ombra di un’autorità spirituale svuotata, incapace di offrire alcun appiglio etico in un mondo che ha reciso ogni legame con il divino.  Il re Edoardo IV, ormai decadente e morente, è l’ultimo simulacro di una monarchia prossima all’estinzione: fragile, esausto, più simbolo che sovrano. 
L’intero dispositivo scenico è pensato per eludere, non per connettere. Il testo non viene attualizzato, bensì  sovvertito, disossato fino a rivelarne la brutalità archetipica. Ne risulta una lettura lucida e spietata, che rinuncia alla rappresentazione lineare in favore di un rituale tragico. Il Riccardo di Latella è un verro infangato dalle sue stesse gesta, puzzolente e imperturbabile, che tuttavia mantiene intatta la sua patina angelica, a ricordarci che il male peggiore non urla: bisbiglia. 
La costruzione di un teatro della crudeltà e della fascinazione, dove ogni gesto è rito, ogni parola è veleno, ogni personaggio è il frammento di un potere che si auto-divora. È Shakespeare, quel genio versatile e indiscusso, attraversato con furia e lucidità, messo al servizio di una riflessione feroce sulla contemporaneità e sull’abisso umano. Un’esperienza scenica di architettata coerenza estetica, intellettuale ed emotiva. Un ricordo che arde, incandescente, ancora adesso.



La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 12 novembre 2025



Riccardo III

di William Shakespeare

traduzione Federico Bellini
adattamento Antonio Latella e Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Vinicio Marchioni
e con Silvia Ajelli, Anna Coppola, Flavio Capuzzo Dolcetta, Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Giulia Mazzarino, Candida Nieri, Stefano Patti, Annibale Pavone, Andrea Sorrentino 
scene Annelisa Zaccheria 
dramaturgia Linda Dalisi
luci Simone De Angelis musiche e suono Franco Visioli 
costumi Simona D’Amico
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
regista assistente e movimenti Alessio Maria Romano
assistente volontario Riccardo Rampazzo
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, LAC Lugano Arte e Cultura

Antonio Latella torna di nuovo a Shakespeare, portando in scena la cupa parabola del sovrano disposto a tutto pur di conquistare il trono d’Inghilterra, tradizionalmente rappresentato – e così descritto dal suo autore – come tanto mostruoso nell’animo, quanto difforme nel corpo. «È ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo?».  Se forse Shakespeare se ne era servito per giustificare tutte le malefatte del protagonista, con un approccio rivoluzionario Latella compie un ribaltamento di prospettiva e rovescia le nostre convinzioni sull’idea stessa di malvagità, perché il male che interessa al regista «è nella bellezza, non nella disarmonia. Il male è il giardino dell’Eden.»
In un bosco di cespugli di rose bianche a fiorire è l’opulenta bellezza dell’inganno, in un intreccio di giochi di potere e relazioni pericolose, dove la parola diventa seduzione e scorrettezza, «per provare ad andare oltre l’esteriorità del male, cercando di percepirne l’incanto.» (fonte: comunicato stampa)


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Piccolo Teatro Strehler

Largo Greppi,1,
20121 Milano
Tel: 02 21126116
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da martedì a sabato ore 19:30
domenica ore 16:00


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