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La direzione di Latella leviga un paesaggio scenico rarefatto, metafisico, in cui lo spazio non è ambientazione, ma mente, memoria, incubo. I personaggi gravitano intorno al protagonista come spettri in un limbo di potere e dannazione. Marchioni, niveo nelle vesti, etereo nell’apparenza quanto tenebroso nell’intimo, restituisce un Riccardo ipnotico, insinuante, algido, capace di perpetrare i crimini più efferati con un distacco quasi mistico. La sua interpretazione è cesellata, esente da retorica, e proprio per questo perturbante. La regia sovverte radicalmente l’archetipo del "mostro" deforme, ostentando quanto più insidiosa e contagiosa sia la bellezza quando diviene maschera dell’abominio. È un Riccardo che non striscia ma domina, manipola, incanta, similmente a quell'angelo decaduto. Il simbolismo visivo è denso e stratificato. Le rose bianche e rosse, emblema diretto della Guerra delle Due Rose, vengono deposte, contese, calpestate in una partitura coreografica che restituisce la circolarità tragica della violenza dinastica. Ma è l’ampolla rossa – misteriosa reliquia contenente le ceneri, forse reali, forse allegoriche, di una moralità estinta – a imporsi come fulcro della scena. Oggetto sacro, sfacciatamente profanato, esso diviene totem del potere che consuma e si autocelebra nella propria rovina. La regia leviga un paesaggio scenico rarefatto, metafisico, in cui lo spazio non è ambientazione, ma mente, memoria, incubo. I personaggi gravitano intorno al fulcro come spettri in un limbo di potere e dannazione. Attorno alla figura magnetica e perturbante dell'anti eroe orbita un coro tragico di personaggi, ciascuno portatore di un frammento di umanità violata, annientata o complice, figure emblematiche che il direttore trasfigura in presenze quasi mitologiche, svincolandole da ogni naturalismo per renderle espressione di forze primarie, ancestrali. La Duchessa di York, madre affranta, a cui Silvia Ajelli presta una dolenza severa e senza tempo, è la matrice originaria di un male che non ha saputo né prevenire né contenere. Nella sua voce risuona l’eco di una genitorialità apotropaica, disillusa, che si fa condanna e maledizione, oracolo prostrato di un destino già compiuto. Buckingham (Sebastian Luque Herrera), alter ego e riflesso oscuro, si staglia come simbolo dell’ambizione cieca e della complicità calcolata. È l’uomo politico per eccellenza: servile, astuto, ma incapace di distinguere il confine fra alleanza e asservimento, fino al momento tardivo del disincanto. Il Vescovo, figura quasi priva di parola, appare come ombra di un’autorità spirituale svuotata, incapace di offrire alcun appiglio etico in un mondo che ha reciso ogni legame con il divino. Il re Edoardo IV, ormai decadente e morente, è l’ultimo simulacro di una monarchia prossima all’estinzione: fragile, esausto, più simbolo che sovrano. L’intero dispositivo scenico è pensato per eludere, non per connettere. Il testo non viene attualizzato, bensì sovvertito, disossato fino a rivelarne la brutalità archetipica. Ne risulta una lettura lucida e spietata, che rinuncia alla rappresentazione lineare in favore di un rituale tragico. Il Riccardo di Latella è un verro infangato dalle sue stesse gesta, puzzolente e imperturbabile, che tuttavia mantiene intatta la sua patina angelica, a ricordarci che il male peggiore non urla: bisbiglia. La costruzione di un teatro della crudeltà e della fascinazione, dove ogni gesto è rito, ogni parola è veleno, ogni personaggio è il frammento di un potere che si auto-divora. È Shakespeare, quel genio versatile e indiscusso, attraversato con furia e lucidità, messo al servizio di una riflessione feroce sulla contemporaneità e sull’abisso umano. Un’esperienza scenica di architettata coerenza estetica, intellettuale ed emotiva. Un ricordo che arde, incandescente, ancora adesso. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 12 novembre 2025 |
Riccardo III |







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