De/Frammentazione
Milano, Teatro Spazio 89, 6 novembre 2025

Il sipario, “sempre che ci sia” (come annuncia la commentatrice, in quanto un vero sipario non esiste), si apre in un ambiente sospeso, una scena/non scena, in cui subito è chiaro che stiamo per assistere a qualcosa che va oltre la mera rappresentazione: questo è il tono che caratterizza DE/FRAMMENTAZIONE – Dramma Assoluto.

Entrano gli attori; al centro ci sono due figure, Uno e Zero. Accanto a Uno siede la moglie, accanto a Zero siede una figura che scrive e disegna. Già dal primo momento si avverte la “descrizione” del teatro come atto di visione interna, di frammentazione. Il palcoscenico è volutamente scarno, quasi iper-razionale. Come si legge dalle note critiche, “la scena è essenziale, simbolica… un lungo tavolo, quattro sedie, una luce da lettura e uno schermo che proietta capitoli e frammenti della storia”. 
La narrazione si apre in ospedale dove i due amici parlano, ma subito intuiamo che c’è qualcosa di strano.
La drammaturgia di Pisano vive del suo linguaggio ossessivamente ripetuto, nelle parole che tornano, si ripetono, generano tensione e questo è ciò che caratterizza la conversazione tra i due amici. Pochi secondi dopo Zero viene “sparato”; Uno guarda il cadavere dell’amico e gli sistema un braccio; Zero dice “grazie“- un grazie che suona estraneo al contesto della morte, come se la scena fosse già un’altra cosa, un territorio in cui la logica familiare della rappresentazione implode. Uno si giustificherà per aver sparato all’amico presentando questa scena come una riflessione: la morte è opportunità per sentirsi vivi, strumento teatrale e simbolico per rivelare qualcosa di più profondo. Se la morte solitamente ci fa provare un brivido autentico, in questo caso ci risveglia: vediamo sparire un personaggio e ci accorgiamo che noi,invece, siamo ancora qui. Il teatro, qui, si fa occulto altoparlante del nostro desiderio di capire, amplificando la nostra sete di senso. È “una storia di impossibilità”, come recita il sottotitolo, e il teatro perde la mera necessità di raccontare.
Ci viene poi presentato il personaggio di Uno. Quest’ultimo porta con sé una doppia vita: da un lato uccide, forse per passione, dall’altro, “per arrotondare”, fa l’ostetrico. Ama vedere chi nasce e chi muore. Mentre ci viene raccontato ciò sullo schermo, dietro di lui, appare una mano che disegna il cadavere: un gesto freddo, clinico, irreale. Eppure, la scena si fa reale: Moglie sta partorendo. L’evento “parto” viene evocato senza la simulazione piena dell’urlo, bensì tramite un: “urlo lieve, urlo meno lieve, urlo brutale, ansimo…”. Si tratta di una trasposizione poetica della sofferenza che lascia lo spettatore in un equilibrio instabile tra empatia e ironia. Forse il drammaturgo con questo spettacolo vuole suggerire, indurre, provocare il pubblico a riempire i vuoti. È un teatro del sottinteso.
Il dispositivo temporale è frammentato: da qui in poi avvengono diversi flashback che raccontano la storia di Uno e Zero, della nascita della loro amicizia, un giorno “qualsiasi” alle poste. Una rappresentazione giocata su vuoti, frammentazioni linguistiche - così riportate: “// - /// - ///////- /// - // - ////////// - ...) - che appaiono sullo schermo a segnare la sovrapposizione tra la conversazione che Zero ebbe col padre e che stabilì per sempre il legame tra i due amici. Quel che emerge è una messa in scena della vita come testo disarticolato, una drammaturgia che ama le didascalie, trasformandole addirittura in soggetti.
Altri flashback si susseguono: emerge la riflessione sulla non ambizione di Zero, sulla scoperta della sterilità di Uno, sull’amore non detto. Si susseguono diverse scene: Uno chiede all’amico di avere un figlio in sua vece, data la sua impossibilità; Zero accetta; Uno questa scelta la pagherà ma anche Zero - la percepirà come una dimostrazione di Uno per fargli capire che “vale meno di zero”. In tutto ciò Moglie non è soltanto una pedina, partecipa intensamente sia al concepimento, sia all’opposizione nei confronti di questa scelta. Il tema dell’impossibilità appare come un nodo: la natura non è benigna, il desiderio di generare rimane sospeso, e all’atto della nascita c’è un prezzo da pagare: il bambino nasce senza gambe. Il silenzio che segue reclama il senso dell’evento mancante. L’evento suggerisce ilarità e stupore: temi essenziali vengono declinati con una leggerezza ironica che diventa tagliente.
In questo spettacolo la regia e la scenografia collaborano per costruire un quadro fermo, quasi pittorico, il cui movimento è interno: il corpo esiste ma è spesso impassibile, è la parola che vibra. La scena è vuota, sembra di assistere a una prova, non a uno spettacolo reale. C’è la sensazione che non sia accaduto nulla, che la storia sia una spaccatura di uno spettacolo ancora tutto da scoprire. Lo spettatore rimane stupito, ma matura la consapevolezza che è stato posto ad osservare un teatro che parla di teatro e non tanto di una storia che “accade”.
La nuova coproduzione di servomutoTeatro e Liberaimago riesce a costruire uno spettacolo che trova piena compiutezza rispetto alla visione del drammaturgo Pisano, secondo cui “la drammaturgia è nuova solo quando è verticale”.
Lo spettatore in questa rappresentazione è invitato a seguire un flusso che non è lineare, cogliere le incursioni della scrittura (le “incursioni a latere di io epico”) e a confrontarsi con l’impossibile. Forse, è proprio lì che troviamo la forza di questo spettacolo, dove si ha quasi la sensazione di farne parte.
DE/FRAMMENTAZIONE è un’opera che oscilla tra parole e silenzio, tra ironia e tragedia, tra composizione e scomposizione. Se la scena appare fredda o distante è perché il testo esige quella distanza per rivelarne la profondità. Se il pubblico ride, è perché nota la distanza che esiste tra realtà e drammaturgia.
Il pubblico lascia la sala con la sensazione di aver attraversato un territorio nuovo, in cui il teatro non è più soltanto narrazione o rappresentazione, ma un meccanismo svelato, un organismo che mostra le proprie ossa.
De/frammentazione non chiede di credere alla storia ma di guardare dentro il modo in cui il teatro stesso costruisce la realtà, la smonta e la rimette in gioco.


Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 6 novembre 2025





DE/FRAMMENTAZIONE
Drammaturgia - Fabio Pisano

Regia - Michele Segreto

Con Francesca Borriero, Michele Magni, Roberto Marinelli

assistente alla regia - Irene Latronico
costumi - Alessandra Faienza
disegno luci - Martino Minzoni

produzione servomutoTeatro, Liberaimago e con il sostegno di AMAT – Associazione Marchigiana Attività Teatrali in collaborazione con RAM – Residenze Artistiche Marchigiane,
progetto promosso da MiC e Regione Marche con il supporto del progetto di residenza artistica Teatro Le Forche – Futuro Prossimo Venturo 2024, con il sostengo di Circuito CLAPS/


La quarta edizione di NESSUN CONFINE, stagione curata da Compagnia Carnevale e dedicata alla nuova drammaturgia contemporanea, prosegue con DE/FRAMMENTAZIONE Dramma Assoluto con Incursioni a Latere di Io Epico, ovvero UNA STORIA DI IMPOSSIBILITÀ, in scena il 6 novembre alle ore 20.30 allo Spazio Teatro 89 a Milano. La nuova coproduzione di servomutoTeatro e Liberaimago, con Francesca Borriero, Michele Magni, Roberto Marinelli, nasce da un testo del drammaturgo Fabio Pisano, con la regia di Michele Segreto. ZERO e UNO sono amici, ma amici di vecchia data. La moglie di UNO è moglie, ma non di così vecchia data. Vorrebbero un figlio, marito e moglie, ma la natura, si sa, non è sempre benigna e in più, il caso vuole, si sta parlando di personaggi e dunque, se anche fosse, la pancia sarebbe nient’altro che un cuscino. Che cosa avviene, dunque? Chi ci può aiutare a rendere possibile una storia di impossibilità? Un amico, certo. Ma anche delle didascalie. Anzi: un didascalista
(fonte Comunicato Stampa)

SPAZIO  TEATRO 89

via Fratelli Zoia 89 - Milano

tel: 348 0129127
www.spazioteatro89.org






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