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Crollo non solo materiale ma anche spirituale, etico, valoriale. Quando tutto in una società decade cosa resta per andare avanti?
La tragedia di Adriano Marenco, significativa nel catastrofico titolo “Sotto questo crollo”, già vincitrice del Premio Letterario Nazionale La Clessidra e del Premio Internazionale Città di Castrovillari, racconta di tre drammatici personaggi mostrati in sembianza giullaresche, che si contendono il briciolo di potere rimasto dopo una fantomatico “crollo” avvenuto in un immaginario e terrificante luogo. Il Re del Crollo, Pep, e il Coro (rappresentato da una sola donna) muovendosi tra macerie, un rinsecchito albero che funge anche da trono ed un “niente” che li circonda, si affannano per sopravvivere e lottano per conquistare quel briciolo di potere ancora gestibile in ciò che resta della storia. Tre sopravvissuti al crollo degli ideali e della civiltà, concetto espresso in modo crudo e diretto nel breve ed intenso monologo che la donna indirizza al pubblico. L’opera ha un testo asciutto, ironico e pungente. Le verità vengono ammantate da una dimensione giullaresca che spostando l’ambientazione in un’epoca che ricorda il Medioevo (negli abiti, peraltro bellissimi, e nelle maschere ridicole), utilizza lo strumento del grottesco come grimaldello per penetrare l’animo umano. Un modo per esplorare il “nostro nuovo tempo della peste” come l’autore Adriano Marenco ha definito la contemporaneità. La rappresentazione diventa allora una forte critica sociale, la denuncia del vuoto (di pensiero e di idee) che rimane dopo un crollo, una tragedia ironica, con strampalati personaggi che tra sotterfugi, ipocrisie e peti, si affannano per sopravvivere. Un testo sopra le righe che la regia di Simone Fraschetti riesce a rappresentare sul palco cogliendone gli aspetti maggiormente salienti. Il personalissimo stile del Collettivo Lubitsch da corpo e voce ai personaggi, ed i tre interpreti (Silvio Murari, Nathalie Bernardi e Francesco Balbusso) mostrano le loro notevoli doti attoriali muovendosi con versatilità tra vari registri interpretativi, oscillando agevolmente tra il comico ed il drammatico. “Sotto questo crollo” è una parodia del mondo contemporaneo; la dimostrazione di quanto la condizione umana sia degradata mostrata attraverso la lente di una messa in scena irriverente e aspra. Forse solo il concetto di “sopravvissuti” lascia uno spiraglio di speranza al quale lo spettatore può ancora aggrapparsi. Spettacolo non adatto ad ogni tipo di pubblico, accolto con molto gradimento dal pubblico del Teatro Trastevere. Peccato che qualche rumore in sala durante la rappresentazione abbia creato elemento di disturbo agli spettatori ed agli interpreti.
Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 24 ottobre 2025. |
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SOTTO QUESTO CROLLO Guardiamo l’orizzonte. Arriva quasi al di là della mia mano. Guardalo. Testo: Adriano Marenco Regia: Simone Fraschetti Re del Crollo: Silvio Murari; Coro: Nathalie Bernardi; Pep: Francesco Balbusso Foto di scena: Pamela Adinolfi Luci e Audio: Andrea Lanzafame Produzione: Collettivo Lubitsch
Dal 24 al 26 ottobre, al Teatro Trastevere debutta a Roma Sotto Questo Crollo. Dopo il successo di pubblico e critica de La favola nera del boia in tutù il Collettivo Lubitsch torna con Sotto questo crollo. Sotto questo crollo, dramma di Adriano Marenco, ha vinto Il Premio Letterario Nazionale La Clessidra e il Premio Internazionale Città di Castrovillari. È stato inoltre pubblicato per la collana teatrale Scena Muta. In scena solo il crollo in un tempo sospeso fatto di relitti umani e non, un tempo pericolosamente vicino. Tre personaggi tragici e buffoneschi lottano per conquistare il potere sul niente. Sono Il Re del Crollo, Pep, e Coro, i sopravvissuti al crollo. Il crollo della civiltà, delle aspettative, delle ideologie. La farsa si fa storia. Fino al prossimo ingaggio dei guitti del crollo. Una messa in scena scabra, quasi scabrosa. Un albero di pezzi di legno secco rattoppati, vestiti pomposi e laceri, tutine ridicole. Cambi luce pochi, musiche desuete, peti poderosi e oggetti kantoraniamente dopo morti. Il linguaggio, asciutto ed essenziale, è devastante nei suoi concetti. Una tragedia scanzonata, ironica, quasi Rappresentazione Medievale, inscenata dai Giullari con maschere spaventose e ridicole, nei tempi di peste. Noi non meritiamo di essere narrati in una Tragedia con catarsi. (Fonte: comunicato stampa)

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