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“Qualcuno volò sul nido del cuculo” è uno dei capolavori di quella New Hollywood che nel 1976 si trovava al proprio apice creativo. Come altre opere di quel periodo, si tratta di un film dal taglio decisamente autoriale, ed è quindi fortemente influenzato dal suo regista, il ceco Milos Forman, qui alla sua seconda impresa cinematografica sul suolo americano. Il soggetto, com’è noto, è tratto dall’omonimo romanzo-inchiesta del 1962 di Ken Kesey, autore a cavallo tra beat generation e cultura hippy. Kesey scrisse il libro come critica al sistema disumano degli ospedali psichiatrici americani, dove aveva prestato servizio come volontario; e proprio come il cuculo del titolo abbandona l’uovo da cui uscirà il suo mostruoso pulcino, così la società segrega i malati psichiatrici in quanto elementi difformi e indesiderabili. Milos Forman, tuttavia, non si limita a proporre un adattamento pedissequo: il regista ceco, forte delle suggestioni derivanti dalla propria esperienza diretta della vita oltre la cortina di ferro, amplifica le suggestioni anticonformiste del soggetto originale, trascendendone il lodevole, ma circoscritto, intento di denuncia. Lo stravolgimento operato dal regista sul soggetto originale sarà tale da non passare inosservato all’autore di quest’ultimo, che, con scelta invero miope, disconoscerà la pellicola arrivando a intentare causa alla casa di produzione cinematografica. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” diviene, così, riflessione lucida e amara, ma mai disperata, del rapporto tra l’individuo e il potere, mettendo a nudo la logica spietata dei sistemi di controllo sociale e assurgendo a una dimensione di metafora universale delle società umane. Particolarmente significativo è il finale, che spezza la tensione dialettica tra la ricerca di libertà da parte dell’individuo e la repressione organizzata e inesorabile come inevitabile reazione, indicando la scoperta dell’atto compassionevole e autenticamente umano come unica soluzione realmente rivoluzionaria e in grado di preservare la dignità dell’individuo. In opere tanto dense sotto il profilo contenutistico il rischio è di vedere i personaggi appiattiti in archetipi privi di sostanza umana, la narrazione piegata alle esigenze di coerenza dell’apparato simbolico, e in definitiva il film schiacciato dal messaggio che intende veicolare. Il regista, tuttavia, sfugge abilmente alla trappola. È quasi commovente vedere come i personaggi non si irrigidiscano mai nel proprio ruolo, ma conservino invece tutta la fluidità e la profondità della vita. Si pensi, in questo senso, alla complessità di una figura come Ratched, inizialmente benintenzionata, ma perennemente animata da pulsioni sadiche; e come queste caratteristiche che contribuiscono a definirla come figura a tutto tondo indichino, al contempo, come i ruoli di potere corrompano coloro che ne sono investiti. E proprio in questa perfetta corrispondenza tra gli elementi più propriamente narrativi e quelli ideali, in un gioco infinito di rimandi che sposta continuamente il livello di lettura, sta uno dei grandi pregi dell’opera di Forman. Considerazioni speculari, del resto, possono essere svolte riguardo al protagonista, che pur essendo a tutti gli effetti un individuo borderline, marginale moralmente e socialmente, mostra uno slancio di libertà che non riguarda solo sé stesso, ma che è costantemente attraversato da un fremito di generosa magnanimità verso i suoi sventurati compagni. E proprio questi ultimi, pur costituendo un ideale coro tragico, non scadono mai nel macchiettismo fine a sé stesso o nell’impersonalità della maschera, ma arricchiscono tanto la narrazione quanto l’apparato simbolico che ne costituisce lo scheletro. La narrazione è supportata da un Forman in stato di grazia, che imposta una regia rigorosa e formalmente impeccabile, memore della lezione estetica del cinema est-europeo coevo. Il regista adatta la sua cifra stilistica, fatta di campi lunghi e movimenti di camera fluidi, all’ambiente asettico e claustrofobico dell’ospedale psichiatrico, che si fa epitome di una società disumanizzata e spersonalizzante. In questo senso, magistrale è l’impiego della camera a mano, supportata dalla fotografia livida di Haskell Wexler (già direttore della fotografia per pesi massimi della New Hollywood come Elia Kazan, Franklin J. Schaffner, Mike Nichols e Francis Ford Coppola) e dalla colonna sonora minimale di Jack Nietzche. Su tutto questo si staglia la figura gigantesca di Jack Nicholson, che proprio con l’interpretazione di McMurphy assurgerà definitivamente all’Olimpo attoriale americano. La sua interpretazione, sempre sopra le righe ma mai grottesca, dona alla storia del cinema uno dei suoi antieroi più iconici e riconoscibili, e contribuisce al grande successo di critica e pubblico della pellicola, che culminerà nel trionfo agli Oscar del 1976, dove sarà uno dei soli tre film della storia del cinema ad aggiudicarsi i cosiddetti “big five”, i cinque premi più importanti (miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior attrice protagonista, miglior sceneggiatura). Non si può tralasciare, infine, la prova maiuscola di Louise Fletcher che, fungendo da contrappunto all’’esuberanza del collega, trova nella gelida inflessibilità, attraversata da pulsioni sadiche a stento trattenute, la propria cifra stilistica. |
Qualcuno volò sul nodo del cuculo |









