L'importanza di chiamarsi Ernesto
Roma, Sala Umberto, dal 21 ottobre al 2 novembre 2025

A 130 anni dal suo esordio, questa versione de L'importanza di chiamarsi Ernesto, capolavoro assoluto di Oscar Wilde, grazie a una regia devota, sapiente e appassionata (Geppy Gleijeses aveva già diretto e interpretato la pièce nel 2013, dopo averla affrontata solo da attore, nel 2000, sotto la guida di Mario Missiroli) e a una squadra d'altissimo livello e di grande affiatamento, regala una perla sia a chi si cimenta per la prima volta nella visione di questa impareggiabile macchina di satira sociale carburata a fiotti di equivoci ed aforismi, sia a chi non si stanca mai di averne fame, poiché a giusta ragione convinto di trovarci ogni volta qualcosa di nuovo, potente e attuale.

Ineluttabilmente attratto da ciò che più disprezzava, il genio irlandese, ossimoro vivente, la scrisse inizialmente in 4 atti - poi portati a 3 e in questa versione a 2 - in quel di Worthing, località costiera dove egli viveva e che scelse per dare il cognome a uno dei due protagonisti, il 28enne edonista Jack che, per condurre una vita di agi e piaceri nella Londra vittoriana, ha inventato un inesistente e scapestrato fratello al quale lui stesso e i suoi amici e parenti adottivi (Jack è un trovatello) addossano le colpe di un'esistenza lasciva e superficiale riconoscendo invece al "fratello assennato" ogni merito.
Jack pensa di aver trovato l'amore in Gwendolen, cugina del suo nobile amico Algernon (Algy) che, a caccia di un buon partito, sotto la guida assai ingombrante di sua madre, Lady Augusta Bracknell (interpretata da una Lucia Poli a dir poco superba), è decisa ad unirsi solo con chi porta l'unico nome al mondo in grado di darle delle vibrazioni: Ernest.
Eccola, la pennellata geniale di Wilde: una parola, una sola parola, anzi una sola lettera che può dipingere tutta l'ossessione delle apparenze, tutte le ipocrisie dell'alta società del tempo (e di sempre, in realtà), tutta la vacuità di un piatto romanticismo infantile di certe giovanette falsamente emancipate.
Ernest, infatti, si pronuncia tale e quale ad Earnest (che dall'inglese traduciamo in serio, probo) e allora basterà etichettarsi come tale per poterlo apparire e quindi essere. Basterà a Jack e al suo amico Algy (innamorato della 18enne Cecily, pupilla di Jack, anch'essa incredibilmente fissata col medesimo nome che dà titolo all'opera) fingersi E(a)rnest per raggiungere la felicità amorosa e la realizzazione sociale.
Forse... "The importance of being Earnest" - a trivial comedy for serious people - è una raffica di intelligentissima, corrosiva satira su una civiltà lanciata a fari spenti nel buio del disvalore.
Temi eterni come la verità, l'identità, il conformismo, il desiderio e la necessità di essere accettati vengono strapazzati in punta di fioretto con gli effetti di una clava.
Il genio è sempre semplice e mai banale. Wilde scrive come sempre dritto, lineare e alla ricerca compulsiva del bon mot.
Usando identità fittizie, divertenti equivoci, l'agnizione e una vivacità linguistica senza eguali, tratteggia la sua Inghilterra a cavallo dei passati due secoli ma presto scopre che la sua foto, per quanto maniacalmente precisa, non riesce a mettere a fuoco una società che non sta ferma in posa, nella quale i ceti bassi scimmiottano quelli alti ma solo nel peggio e nella quale ormai sono tutti intelligenti (o almeno si sforzano di apparire tali).
Con questo Wilde, grazie anche alla bellissima traduzione di Masolino D'Amico (presente alla prima), si ride molto.
Il testo, non facile, consente a chi lo padroneggia (su tutti la Poli, monumentale per dizione, mimica e tempi comici) di dare un grande ritmo.
La compagnia, come si è accennato, offre una performance d'alto livello sia nei protagonisti (Giorgio Lupano è Jack/E(a)rnest, Luigi Tabita è Algy/E(a)rnest, Maria Alberta Navello è Gwendolen) sia nei comprimari (Gloria Sapio e Bruno Crucitti sono strepitosamente in parte e i giovani Giulia Paoletti/Cecily e Riccardo Feola sono molto bravi e precisi).
Nota di merito a parte va ai costumi di Chiara Donato, che eleganti ma apparentemente non costrittivi contribuiscono non poco alla disinvolta recitazione degli attori e alla bella fotografia di Luigi Ascione
Da applausi anche le scenografie di Roberto Crea che nell'interno del primo atto ci suggestiona con un intenso blu ripreso in tutti gli arredi e con l'enorme dipinto raffigurante il martirio di S.Sebastiano che campeggia sul salotto di Algy e nel secondo atto ricostruisce il giardino della casa di campagna di Jack, con un boschetto di alberi sullo sfondo che illuminato a dovere, con un tenue rosa, restituisce la tinta ideale alla pièce: leggera e profonda, perché quando si scherza bisogna essere seri, anzi...Earnest
.





Questa recensione si riferisce alla rappresentazione del 21 ottobre 2025.









L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO

con
LUCIA POLI
GIORGIO LUPANO
MARIA ALBERTA NAVELLO
LUIGI TABITA
GIULIA PAOLETTI
BRUNO CRUCITTI
GLORIA SAPIO
RICCARDO FEOLA

scritto da OSCAR WILDE
traduzione Masolino D’Amico
regia di GEPPY GLEIJESES

costumi Chiara Donato
scene Roberto Crea
luci Luigi Ascione

produzione Dear Friends | Artisti Associati - Centro di Produzione Teatrale

Geppy Gleijeses riporta in scena il capolavoro più celebre e rappresentato di Oscar Wilde, definita da molti “la commedia perfetta”; costruita su un perfetto meccanismo di equivoci, identità fittizie e satira sociale, L’importanza di chiamarsi Ernesto conserva intatta la sua vivacità e la sua sottile carica corrosiva. A distanza di anni, questa nuova edizione è un’occasione per riscoprire l’attualità di Wilde, capace di mettere in discussione con ironia temi senza tempo: la verità, l’identità, il conformismo, il desiderio di essere accettati. In scena la magnifica Lucia Poli e un cast d’eccezione restituiscono con affilata ironia le contraddizioni di un mondo ossessionato dalle apparenze.
fonte: comunicato stampa



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