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Lo spettacolo in due atti vede il protagonista in una esibizione individuale, coadiuvata da quattro musicisti dal vivo: chitarra, tastiere/piano, oboe e violoncello. Le musiche originali di Francesco Buzzurro e le scenografie di Salvo Manciagli contribuiscono a creare una scenografia fluida, capace di evocare suggestioni mutevoli con lo scorrere delle storie Il linguaggio è quello del racconto orale, opulento di dialetti, aneddoti, gestualità mediterranea e citazioni colte che si fondono. Il monolighista adotta uno stile che fluttua tra il comico e il lirico, con pause calibrate, gesti che risuonano, riverberando in un mood carezzevole tra canto, melodia, parola e movimento. Jannuzzo si offre al pubblico con afflato e generosità. Le sue battute catturano risate, ma è nelle pause, negli sguardi velati di malinconia che lo spettacolo affonda – là dove il pubblico percepisce l'uomo che ha vissuto, riflettuto e ora consegna la ricavata lezione con leggiadria. I musicisti dal vivo diventano partecipi della costruzione emotiva della pièce: la chitarra sussurra ricordi, l’oboe introduce malinconie, il violoncello disegna il mare lontano. I momenti più significativi si manifestano quando la comicità si stempera e lascia spazio all’ascolto. Si tratta di un’occasione in cui il mito classico, l’identità mediterranea e la memoria personale convergono in un racconto scenico festoso e al contempo riflessivo. Il riferimento del titolo richiama in primo luogo il celebre fenomeno ottico che si verifica nello Stretto di Messina. Nel folklore meridionale italiano, specialmente in Calabria e Sicilia, Fata Morgana è il nome di un' apparenza visiva. Si tratta di un miraggio che distorce e moltiplica oggetti all’orizzonte, creando l'illusione di castelli sospesi, città fantasma o isole volanti. Anticamente si pensava che si trattasse di un incantesimo lanciato dalla fata per confondere i marinai. Nello spettacolo, questa immagine diventa metafora dell'altrove a cui aneliamo. come il successo, l’appartenenza, il sogno di un’identità compiuta e della distanza che quell’aspirazione crea. La misura del confine tra realtà e utopia, tra l’isola che siamo e quella che vorremmo diventare. Un invito a non rinunciare alle chimere, ma a riconoscerle, sondarle, viverle e, viva dio, scardinarle se necessario. Ecco perché la "reginetta di illusioni" della Sicilia diventa specchio dell’Italia intera. L'allegoria di un viaggio che attraversa territori reali e mentali, come un sogno che finalmente possiamo osservare senza l'ancestrale timore di perderne la memoria dopo esserci destati. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 18 ottobre 2025 |
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