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Lo spettacolo, tratto dal capolavoro di Calvino, non è stato soltanto una messinscena ma un invito a guardare il mondo da un altro punto di vista, quello sospeso, libero ed ostinato di chi decide di non scendere mai a compromessi. «Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi»; così recita l’incipit di questa grande opera, che racconta diversi episodi salienti della vita sugli alberi di Cosimo, dal momento in cui ci si rifugia, per protesta contro i genitori, fino al giorno della sua morte. La sua decisione di salire sugli alberi nasce da un gesto apparentemente banale - il rifiuto dei piatti disgustosi preparati dalla sorella Battista - ma diventa un atto fondativo: la volontà di vivere in autonomia, senza piegarsi al volere paterno, né alle convinzioni sociali. La forza di questo personaggio sta proprio nella determinazione assoluta. Il racconto prede forma attraverso gli occhi del fratello Biagio, che narra le vicende di Cosimo in un tono intimo. L’interazione con gli altri personaggi, che lo correggono o precisano dettagli della storia, regala continui momenti di comicità e leggerezza. Così si susseguono le scene di vita del protagonista, che non è un essere isolato, come si potrebbe inizialmente credere, anzi: dall’alto dei rami costruisce relazioni nuove, guarda il mondo con un’angolazione diversa e diventa parte attiva della comunità. È un ribelle che non si chiude, ma che cerca un modo diverso di partecipare: fa progetti idraulici col Cavalier Avvocato Enea Silvio Carrega; collabora con i briganti come Gian dei Brughi; interagisce con la gente di Ombrosa per cacciare i mori e per spegnere gli incendi; segue le lezioni, si intrattiene con diverse figure. Cosimo ama, soffre, cresce e invecchia senza mai tradire la promessa fatta a sé stesso. Cosimo è il ragazzo che diventa uomo restando fedele al bambino ribelle che è stato. Il suo viaggio non è solo fisico, tra i rami e le fronde di Ombrosa ma anche interiore: cerca “qualcosa che abbracci tutto” e, nell’essere radicalmente sé stesso, lascia agli altri un’eredità morale. Uno spettacolo straordinariamente coinvolgente, grazie ad una regia che gioca sull’interazione costante tra i personaggi, sul loro vivace battibecco e i loro movimenti che, alle volte, sconfinano dal palcoscenico creando un senso di prossimità che accorcia le distanze e amplifica il coinvolgimento. La lingua scelta alterna registri diversi: a tratti aulici e poetici, a tratti grotteschi e quotidiani, così vicini al pubblico da trasformarsi spesso in comicità irresistibile, accolta da fragorose risate in sala. La regia di Riccardo Frati firma una drammaturgia “spaziale”, in cui scenografia, cavi d’acciaio e giochi di luce trasformano il palcoscenico in un universo sospeso tra teatro e cinema. Le emozioni si succedono come un caleidoscopio: la trepidazione per le prime notti di Cosimo sugli alberi, la paura dell’incontro col gatto, la gioia delle sue avventure, fino ai momenti più intensi – la morte della madre, l’addio di Viola, quello col padre, la scoperta del tradimento dello zio – e all’epilogo struggente, reso con un’immagine di rara suggestione. Il risultato è uno spettacolo che si vorrebbe non finisse mai, tanto è capace di tenere lo spettatore avvinto, e che lascia il desidero di tornare a rivederlo per coglierne nuove sfumature. Un momento da apprezzare ed elogiare è stato quello degli applausi finali: accanto agli attori, sul palco sono saliti anche truccatori, tecnici, collaboratori, a testimonianza di un lavoro collettivo che va ben oltre ciò che si vede in scena. Un riconoscimento doveroso, che ha restituito al pubblico l’immagine concreta di una squadra compatta, capace di trasformare il testo di Calvino in un’esperienza teatrale tanto potente quanto condivisa. Lo spettacolo si conclude mentre sul fondale viene proiettata una poesia di Bertolt Brecht: "La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alle fine dell'ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente". Un finale che risuona con forza nell’attualità e che richiama a ciò che accade oggi a Gaza, dove la quotidianità di molti è segnata dalla guerra e dall’indifferenza del mondo. Il piccolo chiude così il suo "Barone Rampante" con un messaggio netto: un invito alla pace e alla libertà, quelle stesse che Cosimo ha inseguito per tutta la vita e che a tanti, oggi, sono negate. La presente recensione si riferisce allo spettacolo del 27 settembre 2025 link alle recensioni annate precedenti: Il Barone rampante 2024 Il Barone rampante 2023 |
Il barone rampante
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