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Il tragediografo, ateniese fiero, colloca la narrazione proprio nel demo di Colono, suo luogo natale, rendendo l’intera opera una consacrazione personale alla propria città e ai suoi valori civici quali l’accoglienza, il diritto d’asilo, la pace come forma di riscatto. Nel lavoro di Robert Carsen, la cui produzione è architettata su una traduzione fluida e priva di eccessi stilistici a firma di Francesco Morosi, la leva potente poggia su un’iconografia paradigmatica pregna di rigore e sensibilità, in cui la tensione tra individuo e polis è restituita in chiave metaforica e atemporale. Il regista, con l’essenzialità scenica e l'arboreo impatto visivo verticalizzato del bosco di cipressi, trasfigura il luogo reale in uno spazio archetipico che diviene una soglia tra vita e morte, tra esilio e trascendenza in un’interpretazione che privilegia la dimensione interiore e ascetica del protagonista. Il parallelismo tra l’epopea originale e la versione di Carsen-Morosi si gioca sulla profondità etica e sulla poesia del silenzio. In Sofocle la parola è rito, in Carsen diventa corpo, luce e memoria. Entrambi tuttavia propongono un protagonista emblematico che dismette i panni della colpevolezza trasmutandosi in guida mistica in cui il faro riluce e privilegia la dimensione interiore e mistica di Oidípous. Carsen trascende la forma tragica per offrire il ritratto meditativo di un uomo cieco, mendicante, consapevole della propria ombra, ma finalmente in cammino verso l’accettazione e il trapasso sacro sino alla sua dissolvenza tra l'immortalità dei sempreverdi. Edipo è quindi figura biblica di dolore redento, che trasforma il suo esilio in meta celeste. La scenografia, affidata a Radu Boruzescu, utilizza un'architettonica scalea intervallata da cipressi che evocano il bosco sacro di Colono. Questo elemento diventa, nello spettacolo, allegoria del percorso umano verso il riscatto, dello sdoppiamento tra fragilità terrena e ascesa trascendente. Giuseppe Sartori, magistrale nel ruolo di Edipo, offre il prezioso cameo di un individuo anziano, segnato dal dolore e dalla tenebre sensoriali, e ancor più capace di acquisire un’intensa consapevolezza etica. La sua recitazione, sospesa tra protesta silenziosa e lucidità morale, porta in scena la trasformazione da re tragico ad errante contemplativo. Sinuosamente camaleontica è la presenza corale delle Eumenidi, interpretate da viridi figure muliebri la cui armonica sincronia ed elegante compostezza, le rende ieratica incarnazione della sacralità della natura e vibrante funzione rituale della scena tragica, proficua ad amplificare la tensione emotiva della pièce. La figura di Teseo (Massimo Nicolini) emerge come emblema di ospitalità e giustizia, contrappunto civile all'ombrosa indole di Edipo. L'eburnea veste trova una valenza simbolica di accoglienza e speranza, contrastante ma coesa rispetto al dramma espresso dallo scenario. Con un’esecuzione teatrale potente, ignuda di orpelli, l'opera e la sua direzione si riconfermano un’esperienza catartica, un momento in cui la recitazione, il coro, la scenografia e il mito convergono in una sacertà secolare, attraversata da un profondissimo senso umano. Lo spettacolo, suggellato da unanime tributo del pubblico accorso da ogni parte del mondo, dimostra che Il teatro greco, nato oltre due millenni fa tra i declivi dell’Attica, conserva intatta la sua potenza evocativa attraverso i secoli come forma originaria di pensiero collettivo, rito civile e indagine dell’animo umano. La sua forza risiede nella capacità di porre domande eterne sul destino, la colpa, il potere, la pietà, parlando a ogni epoca con linguaggi diversi, ma con la stessa essenza trasversale e necessaria. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 18 giugno 2025 |
Edipo a Colono
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