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Lo spettacolo, scritto con Fabio Masi e prodotto da Alt Academy, concepito e realizzato espressamente per il Teatro Gerolamo è in scena anche oggi. Strabioli, noto attore, regista, anchorman televisivo e conduttore radiofonico, con il suo consueto aplomb e una considerevole dose di nostalgica ironia, guida il pubblico attraverso un viaggio intimo e personale nell'aurea mostra Pop Art delle rimembranze personali, cristallizzando aneddoti e ricordi legati a questi grandi artisti. La cronaca si dipana con leggerezza e profondità, scandagliando con sguardo autentico e affettuoso le personalità che hanno segnato la cultura italiana del Novecento. La carrellata si apre con la reminiscenza di Paolo Poli, che il monologhista evoca con una ossequiosa riconoscenza. La sua voce narrante nella favola di Pinocchio, ascoltata dal protagonista bambino, rappresenta il primo impatto sensoriale con l'arcano del teatro; un timbro che incantava, irriverente e carezzevole, capace di imprimersi nell’immaginario con forza definitiva. Poli viene illustrato come vero esegeta del palcoscenico, genio spiazzante che seppe scardinare i codici del teatro classico con un’ironia colta, travestimenti sontuosi e pose da diva, rivelando una raffinata estetica queer ante litteram. La sua omosessualità, vissuta con disinvoltura e mai trasformata in manifesto, emerge nello spettacolo come elemento di libertà e stile, in un’epoca in cui la trasgressione era ancora gesto audace e solitario. Strabioli lo rappresenta come figura di gran classe, di letture fini e memoria d'acciaio, capace di attraversare il secolo con leggerezza solo apparente, lasciando dietro di sé un esempio alto di acume artistico e indipendenza interiore. Una verace deferenza, mai retorica, che restituisce la modernità sfolgorante di un artista unico. A seguire Franca Valeri, che nella cornice barocca della celebrazione del narratore affiora come artista fuori dagli schemi consueti della comicità: pungente, arguta, sempre misurata, capace di colpire con classe senza mai ricorrere alla volgarità. La sua satira affilata, tutta giocata sul sottinteso, sull’intelligenza del linguaggio e sulla costruzione di personaggi memorabili, viene restituita con affetto e ammirazione, come esempio raro di stile e intelligenza scenica al femminile. La private street view dei ricordi approda al memorandum di Valentina Cortese, âgé ma sempre affascinante, eccentrica e brillante. Rievoca le sue battute fulminanti Pino, il suo savoir-faire innato, quel modo personalissimo di abitare il tempo con leggerezza aristocratica. Con affetto, riporta di avere ricevuto in dono dalla divina delle cravatte poiché le sue non erano abbastanza rappresentative, in un gesto che condensa il garbo, l’intimità e la complicità tra due spiriti affini legati dal culto della parola. Affiorano a compendio reperti che dipingono l’anima Pierrot di Gabriella Ferri come un’artista, fragile e luminosa, capace di farsi voce del popolo senza mai tradire la propria autenticità. Vicina alla gente per istinto e vocazione. Figura tormentata, caparbia, tenace nel difendere la propria unicità contro le logiche dello spettacolo commerciale. Il soliloquista ne tratteggia i lineamenti dell'animo con riguardo e commozione, restituendo al pubblico la forza struggente di una donna che stornellava l’anima di Roma spogliandola dal compiacimento retorico, con poesia dolente e verità disarmante. Il nostro Cicerone svela infine dei rendez vous pomeridiani trascorsi con il maestro Dario Fo densi di parole, ricordanze e ponderazioni. Fo emerge dalla sua menzione come un uomo straordinariamente lucido e affettuoso, segnato profondamente dall'ormai rimpianto di Franca Rame, compagna di vita e di scena. Con tenerezza riemerge il loro legame profondo, e quell’inaspettato matrimonio in chiesa, pur da ateo convinto, compiuto per amore, come gesto intimo e irripetibile. Il mattatore parla del Premio Nobel non come consacrazione tardiva, ma come esito naturale di un’arte militante e generosa e svela infine l’urgenza creativa che abitò il drammaturgo fino agli ultimi giorni: il bisogno quasi fisico di dipingere, di esprimersi con il colore per tracciare il movimento, come se la scena non bastasse più a contenere la sua inesauribile energia artistica. Cenno apprezzato, con pudore e reverenza, all’incontro con Alda Merini, figura magnetica e imprevedibile, nella quale poesia e vita si fondevano in una sola, irrinunciabile voce. Richiama le sue parole, intrise di un lirismo viscerale, e quell’elogio della follia e della morte che la poetessa declinava come parte necessaria dell’esistenza, non come tragedia ma come passaggio obbligato verso una più alta consapevolezza. In quel breve scambio, il protagonista restituisce la potenza della poetessa: una donna che aveva attraversato l’abisso senza smarrire il candore, capace di trasformare il dolore in versi e l’emarginazione in canto. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 24 maggio 2025 |
Ve ne dico quattro
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