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Davide Sacco ci restituisce un duello verbale, una partita a scacchi metafisica tra due archetipi umani in continua metamorfosi, compressa nell'ovatta claustrofobica di uno spazio che, pur nella sua nudità scenica, diventa luogo frastagliato di echi morali e dilemmi esistenziali. È la mente il vero luogo dell’azione, quella dei personaggi e, per propagazione, quella dello spettatore. La regia è chirurgica, essenziale. Ogni movimento è tarato per non distrarre dal cuore pulsante della pièce: il disvelamento dell’ambiguità morale. La luce, mai decorativa, scolpisce i volti come un interrogatorio silenzioso. Il tempo teatrale, scandito senza interruzioni, costruisce una tensione non esplosiva, ma sottilmente insostenibile. Lino Guanciale presta magistralmente corpo e voce al magnate, figura apparentemente monolitica, forgiata nel marmo di una razionalità spietata che sotto l’eloquenza tagliente e la sicurezza algida, cela una consapevolezza tragica: la percezione di rappresentare il prodotto perfetto di un mondo amorale. È crudele non per inclinazione patologica, ma per l'oscuro vissuto e la logica del sistema. Egli non gode del potere ma lo scruta, come la condanna necessaria di chi sa che non c'è spazio per l’innocenza in una realtà dove l’efficienza vale più dell’etica. Francesco Montanari veste le spoglie del bonario articolista, figura inizialmente poco strutturata, ignara, la cui sete di verità pare il contrappeso morale alla fredda spietatezza. Ma Sacco rovescia abilmente questa premessa. La discesa inesorabile del cronista verso l’oscurità, il modo in cui il suo idealismo cede alla fascinazione per il potere è forse l’aspetto più disturbante, affascinante e riuscito della drammaturgia. Il male, suggerisce la rappresentazione, non si impone: seduce. Montanari tratteggia con finezza calibratissima il passaggio dall’incertezza morale alla disinvoltura etica e lo fa senza forzature, lasciando che la trasformazione si compia per piccoli gesti, esitazioni, silenzi e divampi inevitabilmente. La struttura della pièce è costruita su un ritmo incalzante, mai urlato, dove il dialogo si fa lama, sonda, trappola. Il regista utilizza la parola come strumento d’indagine ma anche come arma e i personaggi si affrontano come schermidori esperti, mossi da motivazioni che si disvelano gradualmente. La crudeltà a cui il titolo allude è duplice e coincidente con una struttura tortile tra inquisito ed inquisitore. La domanda che affiora, rimanendo sospesa fino all’ultima battuta, è quindi a chi possa essere affisso il marchio indelebile della crudeltà. Siamo d'innanzi ad un teatro politico nel senso più alto: non ideologico, ma interrogativo che ci pone davanti a un quesito esistenziale. Di fronte all’orrore, siamo davvero certi d'essere solo inermi e integri spettatori? La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 6 maggio 2025 |
L'uomo più crudele del mondo
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