 Nello scintillio shocking dei costumi elvisiani anni '70, s'avvicendano i quattro protagonisti dimenandosi e discendendo cadenzatamente dalla platea al palcoscenico, rappresentato come landa desolata, adorna d'un cactus semovente parlante e di una cabina fototessera, cedendo il testimone del ruolo, mai fisso, al compagno che in precedenza aveva interpretato quello opposto.
Una controdanza (movimenti coreografici Alessio Maria Romano) in bilico tra il metodo Stanislavskij e l'intendimento Brechtiano, nella quale l'antitetico schieramento, scandito dal termine "segno", determina una illuminata presa di coscienza sulla condizione sociale umana. Un sagace scambio di battute deriva progressivamente in disquisizione sui pronomi personali e sulle operazioni aritmetiche, diventando l'espediente d'approdo al relativismo filosofico. I quattro archetipi, articolati in un dialogo impraticabile che si rivela monologo, sono rappresentati dall'alternanza del povero, del poliziotto, del muto e del cavallo, contrapposti come in un inarrestabile e vertiginoso carosello. La necessità di riscatto che alberga nel pensatore, genera la nascita di eroi dalla condotta integerrima, semidei dal carattere umano e divino, frutto della primordiale esigenza di liberazione dalla condizione di costrizione, figlia dell'assenza di solidi principi morali, di probità, di equa spartizione da parte dei leaders politici, dei magnati, delle lobbies, diventando anch'essi archetipi. Zorro, non più giovanissimo ma audace, rappresenta dunque il negativo fotografico salvifico, di una sfavillante apparente policromatica realtà. Illuminata la drammaturgia (di Antonio Latella e Federico Bellini) e la regia (di Antonio Latella) che frastaglia la scena di intenzionali riferimenti al potere racchiuso nell'arte del teatro, faro catarifrangente di incessante ispirazione e monito. Paradigmatico.
La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 24 gennaio 2025
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 Zorro
di Antonio Latella e Federico Bellini regia Antonio Latella scene Annelisa Zaccheria costumi e simboli personaggi Simona D’Amico suono Franco Visioli luci Simone De Angelis movimenti coreografici Alessio Maria Romano assistente alla regia Paolo Costantini con Michele Andrei Paolo Giovannucci Stefano Laguni Isacco Venturini produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Un povero, un poliziotto, un muto e un cavallo si ritrovano in una sorta di terra di nessuno. Aspettano qualcuno che forse non arriverà, mentre discutono di alcune questioni sociali fondamentali: la distribuzione del reddito, le disuguaglianze, la povertà. Le delusioni del mito del progresso diventano allora oggetto di un dialogo tra personaggi apparentemente inconciliabili, che lentamente scoprono di avere in comune più di quanto pensassero. E poi c’è quel segno Z, che li spinge a scambiarsi i ruoli: come in una quadriglia, in cui ciascuno, a turno, prende il posto dell’altro. «La maschera di Zorro – spiega Antonio Latella, regista e coautore assieme a Federico Bellini – è un’evoluzione borghese dei nostri zanni. “Zanni” e “Zorro” iniziano con la stessa lettera: è lei la vera eroina. Hanno cercato di convincerci che gli ultimi saranno i primi e forse ci abbiamo creduto. Credo che la lettera Z racchiuda in sé tutte le implicazioni che possono derivare da questa frase» (fonte: comunicato stampa)
 Piccolo Teatro Grassi
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ORARIO SPETTACOLI:
sabato, martedì e giovedì ore 19:30 mercoledì e venerdì ore 20:30 domenica ore 16:00
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