Gong
You

Gong non è stato solo un gruppo musicale ma un modo di intendere la musica e il musicista, un concetto che ha generato anche gravi contraddizioni che hanno portato il brand “Gong” a definire dischi lontani, se non opposti, dal concept originario.
Questa storia ha inizio quando, nel 1959, un bizzarro capellone australiano di nome Daevid Allen (Melbourne, 13 gennaio 1938 – Byron Bay, 13 marzo 2015) che vaga per l’Europa in autostop approda in Gran Bretagna e inizia a frequentare giovani artisti inglesi.

Si tratta di personaggi che avranno larga rilevanza nel cosiddetto movimento di Canterbury come i due fratelli Brian e Hugh Hopper, Mike Ratledge, Robert Wyatt e Kevin Ayers che ancorché giovanissimi resteranno fortemente influenzati dai suoi modi anticonformisti e disinibiti. Appassionato d’arte, di jazz sperimentale (Sun Ra, con la sua mistica afro cosmica) e di poesia beatnick Daevid Allen è fra i profeti, fra la piccola borghesia giovanile inglese, della filosofia freak. Vagando fra Parigi, Londra e Canterbury Daevid Allen viene a contatto con Terry Riley e nel 1963 riesce a formare un trio di jazz rock con Wyatt e Hugh Hopper e nel 1966 con Kevin Ayers forma il primo nucleo dei Soft Machine. L’esperienza di Daevid Allen e dei suoi progetti va ad incastrarsi con l’esplosione della cosiddetta psichedelia. Il successo delle teorie di Timothy Leary che prometteva nuovi livelli di percezione della realtà e di ricerca introspettiva a un mondo giovanile in fermento attraverso l’uso del LSD genera un movimento musicale di enormi proporzioni che viene detto “psichedelico”.
Fra il 1965 e il 1968, triennio nel quale si inserisce la mitica “Summer of Love” del 1967 epicentro della rivoluzione hippie, sono moltissimi gruppi ad adottare un linguaggio che evoca l’uso delle droghe allucinogene a partire dai Beatles e i Rolling Stones attraverso l’impiego di suoni effettati, strutture formali atipiche, testi surreali, riferimenti allo spiritualismo orientale, e ovviamente un look sempre più vistoso a base di capelli lunghi e abiti bizzarri.
L’onda lunga della psichedelia si espanderà anche negliu anni 70 saldandosi a parte dello space rock, del Canterbury sound, del kraut rock e del rock progressive. In questo scenario si muovono i Soft Machine prima edizione con Daevid Allen, Kevin Ayers, Robert Wyatt, Mike Ratledge e Hugh Hopper.
Dopo il fortunato periodo live nei club londinesi a fianco dei Pink Floyd di Syd Barrett e della Jimi Hendrix Experience, durante il tour in Francia dei Soft Machine, a Daevid Allen viene impedito il ritorno in Gran Bretagna per problemi di visto. Questa disavventura lo costringerà a trovare in Francia nuove direzioni.
Già dal 1966 Allen aveva iniziato ad elaborare l’immaginario della mitologia Gong, a suo dire alimentato da alcune visioni soprannaturali, probabilmente indotte dall’uso del LSD mentre dimora a Maiorca (all’epoca le Baleari sono una roccaforte degli hippies europei).
Mentre è in Francia Daevid assieme alla poetessa Gilly Smith inizia a realizzare brani poetico-musicali psichedelici per una nuova band prima chiamata Bananamoon Band e poi infine Gong.
Nel 1970 viene registrato e pubblicato “Magick Brother, Mystic Sister” il primo lavoro dei Gong.
Il loro stile è una sintesi di vari generi, vi convergono dalla musica etnica al jazz, per convogliare verso improvvisazioni modali ipnotiche e spaziali.
Allen adotta sulla chitarra la tecnica del glissando, ideata da Syd Barrett, che consiste nello strofinare un oggetto metallico, tipo la leva del vibrato, sulle corde in modo da generare uno suono continuato che, reverberato con l’effettistica, permette di realizzare tappeti ambientali.
Gilly Smith impiega invece una modalità di non-canto, lo space-whisper (sussurro spaziale) che, sfruttando echi a nastro e reverberi, le permette di generare litanie stranianti e suoni vocali surreali.
Su “Magick Brother, Mystic Sister” compare anche il sassofonista Didier Malherbe, all’epoca alloggiato in una grotta a Deià (a Maiorca) e che diverrà anche uno dei membri centrali del gruppo e che, alternandosi fra sassofoni e flauti, garantirà un impronta sia jazzistica che etnica al sound dei Gong.
Nel 1971 i Gong realizzano il capolavoro “Camembert Electrique” registrato durante le fasi di luna piena di maggio, giugno e settembre al Château d'Hérouville in Normandia.
E’ il prequel della trilogia di “Radio Gnome Invisible” e contiene alcuni dei brani più celebri del gruppo come “You Can't Kill Me” e “Dynamite”. Il disco è un evoluzione del sound psichedelico a cavallo fra progressive e jazz-rock, i brani si presentano con strutture complesse e articolate, non mancano lunghi momenti di improvvisazione e di ambient spaziale. I testi conducono all’immaginario mondo ideato da Allen, popolato da alieni psichedelici.
Dopo l’esibizione al Glastonbury Festival i Gong entrano in contatto con la Virgin, in quel momento percepita come etichetta sperimentale, che propone artisti innovativi.
La formazione si consolida con l’arrivo dell’ex chitarrista dei Khan, Steve Hillage, e del tastierista Tim Blake e con Virgin realizzano i primi due volumi della famosa trilogia “Flying Teapot” e “Angel’s Egg” in cui ha inizio la narrazione delle gesta del personaggio immaginario Zero the Hero e delle teiere volanti”. In questi album il sound si consolida anche grazie alle tessiture elettronico-minimaliste, non distanti dall’estetica di Terry Riley, di Tim Blake e al solidissimo drumming di impronta jazz-rock di Pierre Moerlen.
Sarà proprio l’allargamento della formazione a determinare le contraddizioni interne al gruppo, generate dal conflitto fra i “musicisti professionisti” e i comportamenti freak assolutamente situazionisti del fondatore.
“You” è il disco conclusivo della trilogia di “Radio Gnome Invisible” e chiude anche questa prima fase della vita dei Gong che resteranno nelle mani del batterista Pierre Moerlen, orientato a farli diventare un pregevole gruppo di jazz-rock ma privo di fatto della complessità estetica e culturale della formazione guidata da Allen che si ricomporrà solo successivamente.
Su “You” le diverse anime dei Gong sono assolutamente sinergiche, la tecnica strumentale dei suoi elementi va a completare e a rafforzare l’originalità straniante della scrittura e rendendo le improvvisazioni momenti travolgenti e di grandissima intensità.
Lo stile inaugurato da Allen, contempla una scrittura della trama musicale asimmetrica, capace di alternare momenti fra loro imprevedibili.
I testi sono collegati alla grande saga del pianeta Gong rappresentativa della cultura freak e dell’immaginario che l’uso delle droghe psichedeliche tendeva ad evocare.
Al mondo fantastico di Allen appartengono anche le iconografie adottato dal gruppo: dalla grafia, alla simbologia; ma anche i nicknames bizzarri dei musicisti che li rendono personaggi del loro stesso immaginario.
I Gong e il loro mondo sono la rappresentazione artistica dell’allucinazione collettiva di una generazione che cercava nelle droghe allucinogene e nei modi anticonformisti degli hippie un modello alternativo a quello offerto dalla società.
Un’illusione generale in cui il modo di vivere e di concepire l’arte e la musica fossero al di fuori delle regole del mondo capitalista, pur restandone difatto una parte.
Allen rappresenta uno dei massimi guru di questa filosofia e la sua ostinazione nel permanere in un mondo parallelo al di fuori dalle regole del mercato della musica e della produzione lo hanno relegato per tutta la sua carriera nell’underground lasciando addirittura in altre mani la creatura Gong nel momento in cui, grazie al contratto con Virgin, si profilava l’opportunità del successo commerciale dovuto al boom del rock progressive.
Il lavoro dei Gong di Allen non è quindi soltanto di natura musicale o poetica.
Ma i Gong, al di fuori di una valutazione tecnica e relativa alla qualità indiscutibile del prodotto sonoro, sono capaci di rievocare uno spaccato della cultura alternativa degli anni 70, evocando costumi, mentalità, vizi, ingenuità di un’intera generazione.
Il suono dei Gong di questa fase, inoltre, anticipa tendenze e suoni che a partire dagli anni ‘90 sono stati riutilizzati dalla dance trance, ambient e goa, di cui Steve Hillage e Miquette Giraurdy sono fra i protagonisti fin dai primi anni del decennio con il progetto System 7.
Il disco “You” è costituito da brani collegati senza soluzione di continuità e si apre con due tracce brevi. “Thoughts for Naughts” è un tema lento e ipnotico, flautato e con un incedere da incantatori di serpenti che si apre senza interruzione sulla saltellante “A P.H.P.'s Advice”, una canzone fra il demenziale zappiano e Kurt Weill che si chiude con un “om” meditativo: “Magick Mother Invocation”.
L’invocazione della madre magica è un trip trascendentale che ci porta tra i monasteri del Nepal e prelude il raga elettrico modale di “Master Builder”.
Re-intitolato da Steve Hillage successivamente come “The Glorious Om Riff” è uno dei brani più celebri del gruppo, un vero capolavoro di fusione fra rock-jazz e musica orientale, sul quale cresce un alternarsi improvvisativo di flauto e sassofono sul riff indiano cantato dalla voce filtrata di Daevid Allen (IAO ZA-I ZA-O MA-I MA-O TA-I TA-O NOW).
“Master Builder” esplode, dopo un atipico break centrale, su un magnifico assolo di chitarra di Steve Hillage e di sintetizzatore di Tim Blake, la sezione ritmica guidata da Pierre Moerlen raggiunge dei livelli di intensità e di complessità tecnica superlativi. Il brano è riproposto su vari live del periodo e anche successivi alla ricostituzione dei Gong.
“A Sprinkling of Clouds” riporta alle tessiture minimali di Terry Riley, qui generate dall’ipnotico suono dei sequencers e degli arpeggiatori dei synth analogici di Tim Blake, mentre Daevid Allen utilizza il famoso “glissando” per creare trame di violino elettrico alieno.
Nella seconda parte a rinforzare la textures dei sintetizzatori minimalisti entrano le tablas a dare al brano un andamento orientale e un assolo di basso Mike Howlett apre al groove jazzistico di Pierre Moerlen sul quale, in un crescendo modale sempre più intenso si alternano i soli di Tim Blake, Steve Hillage e Didier Malherbe.
“Perfect Mistery”, apre il secondo lato, un ennesimo brano sbilenco, tipico del gusto di Allen e anche di una certa song psichedelica di fine anni 60, capace di repentini cambi di tempo e di melodie tra la musica da fiera e il cabaret.
Questa apertura di facciata riporta ad un altro lungo brano dalla tipica struttura modale che caratterizza la maggior parte dei brani della band, “The Isle of Everywhere”, un ennesimo classico. Il brano inizia subito con un riff ostinato di basso sul quale poggiano i synth, la glissando guitar, il canto sciamanico di Gilly. Il riff cresce di tonalità appoggiandosi al batterismo potente di Pierre Moerlen. “The Isle of Everywhere” segue lo schema della successione delle improvvisazioni dei solisti. 
Al contrario del rock-progressive, ispirato per lo più agli schemi della musica classica quindi costruito su strutture rigide e predefinite, i Gong si collegano allo sviluppo improvvisativo del jazz-rock, all’epoca esploso grazie al successo dei dischi di Miles Davis.
Ogni strumento esegue un assolo mentre la band segue le dinamiche del solista creando crescendi e rilassamenti. La pasta sonora sviluppata dal gruppo durante gli assoli è completamente originale, sfruttando l’approccio modale si fonda su atmosfere spaziali e surreali.
Un assolo acido di Steve Hillage chiude “The Isle of Everywhere” e traghetta sulla traccia successiva “You Never Blow Y'r Trip Forever”, un brano che inizia funk-rock, accompagnato da vocalizzi strambi di Daevid, suoni dissonanti di synth ma che poi svuota fino ad aprirsi su un ambiente di glissando e una melodia straniante di voce per poi ripartire su riff sincopato e pieno di stacchi su cui Allen costruisce un cantato asimmetrico, sullo stile di “You Can’t Kill Me”. Il brano si chiude su un “mantra” corale sorretto dal flauto di Didier Malherbe.
“You” è un disco estremamente maturo, che contiene tutti gli elementi caratteristici del suono, della mistica e della filosofia di Daevid Allen, ma è anche il naturale sviluppo degli elementi identitari della musica psichedelica degli anni 60 nel nuovo decennio.
Il calderone culturale nel quale già si muovevano i Soft Machine e i primi Pink Floyd trova nell’esperienza dei Gong il giusto equilibrio fra lo sviluppo strutturale e tecnico, figlio dell’epopea del jazz-rock e del progressive, e l’idealismo utopistico della liberazione delle coscienze e dei costumi a cui aspirava il movimento hippie.
Un mix irripetibile, figlio di un’epoca lontana, che è possibile rievocare proprio grazie ad opere come “You” che a distanza di più 40 anni mantengono integre il loro fascino e la loro freschezza.

 

 


Daevid Allen (Dingo Virgin) - Voce, chitarra glissando
Steve Hillage - Chitarra solista
Gilli Smyth (Shakti Yoni) - Canto, space whispers
Didier Malherbe (Bloomdido Bad de Grass) - Sassofono, flauto, voce
Tim Blake (Hi T Moonweed) - Sintetizzatori Moog e EMS, Mellowdrone
Mike Howlett - Basso elettrico
Pierre Moerlen - Batteria, percussioni
Mireille Bauer - Percussioni
Benoit Moerlen - Percussioni
Miquette Giraudy (Bambaloni Yoni) - Voce

 

Anno: 1974
Label: Virgin
Genere: Canterbury

Tracklist:
Thought for Naught 1:30
A P.H.P.'s Advice 1:37
Magick Mother Invocation 2:11
Master Builder 6:09
A Sprinkling of Clouds 8:42
Perfect Mystery 2:25
The Isle of Everywhere 10:21
You Never Blow Yr Trip Forever 11:24

 

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