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Genesis
Abacab

Collocare "Abacab" tra i masterpiece sarebbe stato azzardato 20 o 30 anni fa, non certamente oggi.
Con il senno del poi, si deve riconoscere al trio Collins/Rutherford/Banks la capacità di guardare al futuro con una buona dose di coraggio, dissociandosi da un passato prog assai blasonato ma invadente (i cui ultimi retaggi si rinvengono in album non miracolosi ma certamente dignitosi come "...And Then There Were Three..." e "Duke").
Poco importa che questo percorso fu intrapreso in termini ben poco spontanei (i tre dichiararono di aver scientemente cestinato almeno un'ora di musica simile a quella passata, intrisa di "cliché dei Genesis", scelta sofferta ma sottesa ad evitare che il gruppo diventasse la caricatura di sé stesso): ciò che conta è che il trio ebbe il merito di essere entrato nel gotha del synth pop anni '80 grazie a quella scelta ardita.
Ovviamente, per affermare ciò, bisogna ricorrere ad un piccolo espediente, che si concretizza nella capacità dell'ascoltatore di cancellare d'un colpo il passato della band, un po' come si deve fare per apprezzare, tra gli altri, gli Asia, i Van Halen senza David Lee Roth o i Marillion senza Fish, finanche il Peter Gabriel solista: grandi artisti che, ognuno a suo modo, furono in grado di produrre musica di qualità molto diversa da quella che li aveva resi famosi.
Adottato questo modus operandi concettuale, ecco che, effettivamente, acquisiscono un certo valore la gradevole orecchiabilità di "Man on the Corner", la ricerca sonora che connota "Keep It Dark", giocata su lievi dissonanze e nuovi schemi ritmici (la batteria è in levare e il riff in battere), il proto funky di "No Reply at All", la dinamicità adrenalinica di "Abacab", il sottile substrato epico di "Like It or Not" e la vocazione quasi new wave di "Another Record". Senza contare la presenza di due pezzi straordinari come "Me And Sarah Jane" e "Dodo/Lurker", in grado di plasmare un concetto di prog moderno e avvincente, peraltro assai differente dall'allora nascente new prog: siamo ovviamente lontanissimi dal romanticismo di "Selling England By The Pound" e dalle stratificazioni sperimentali di "The Lamb Lies Down On Broadway", ma non si può ignorare, nei brani appena citati, la apprezzata demolizione della sequenza strofa/ritornello/bridge, cliché strtturale tipico della canzone.
Fa eccezione, e non serve neanche precisarlo, "Who Dunnit?", oggettivamente il brano più brutto dell'intera discografia dell'organico - non importa in quale incarnazione - in realtà una mera provocazione, come suggerì lo stesso Phil Collins, che lo qualificò come «la risposta dei Genesis al punk» (l'inclusione di questo brano nell'album fu curiosamente caldeggiata da Ahmet Ertegün, boss della Atlantic, che lo preferì alla più tradizionale "You Might Recall", poi inserito tra i brani in studio del live "Three Sides Live
").

Gianluca Livi




Abacab” è l’album della definitiva svolta stilistica dei Genesis e, come tale, è stato al centro di furibonde dispute tra sostenitori e detrattori. A distanza di trentaquattro anni dalla sua uscita, si può forse tentare di tracciare un bilancio scevro da sentimenti partigiani.
Orfano di due giganti come Peter Gabriel e Steve Hackett, che erano stati protagonisti dell’era prog della band, il trio composto dai fondatori Tony Banks e Mike Rutherford e dal sempre più imprescindibile Phil Collins porta a conclusione la svolta stilistica già iniziata nei due album precedenti (il francamente dimenticabile “…And Then There Were Three...” e il discreto “Duke”). Se in questi ultimi il progressive rock continuava a costituire un elemento che innervava delle composizioni già compiutamente pop, in “Abacab” del prog non resta più nulla. Si tratta di un album che fa dell’immediatezza e della freschezza delle composizioni la sua ragion d’essere e, di conseguenza, abbondano le canzoni brevi e lineari (sono solo tre le tracce che eccedono i cinque minuti di durata), in linea con le tendenze della scena musicale dell’epoca. Il tentativo, neanche troppo celato, è quello di dialogare con l’ala più pop di quella new wave che si era ormai definitivamente affermata come fenomeno del decennio.
Brani come la title track (miglior brano dell’album, saggiamente posta in apertura) o la vivace “Dodo/Lurker” riescono a offrire un’interpretazione personale della new wave senza risultare calligrafiche, approdando a un pop immediato, ma comunque raffinato e originale; lo stesso, purtroppo, inserendosi in un percorso di trasformazione stilistica abbracciato da numerosi protagonisti del decennio precedente (si pensi ai King Crimson di “Disciple”, ai Rush di “Signals” e “Grace Under Pressure”, o a “Venerdì” dei nostrani Le Orme).
Se pur gli arrangiamenti troppo ricchi finiscano talvolta per soffocare le potenzialità di alcuni brani (si vedano i fiati di una “No Reply at All”, piuttosto povera sul fronte dello sviluppo melodico), il risultato finale è un pop che guarda di volta in volta alla black music, ai Cars più tastieristici (“Keep It Dark”), alle pulsioni funk dei TalkinHeads (“Who Dunnit?”).
Anche quando la band preferisce seguire territori senz’altro meno originali ma forse più sicuri, (come nell’AOR di “Man on the Corner” o della bella “Like It or Not”) che pur senza stupire riescono a risultare quantomai piacevoli, grazie anche alle buone interpretazioni vocali di Phil Collins, che trova qui un terreno forse più congeniale alla sua vena artistica sempre più votata all’easy listening.
Proprio il cantante/batterista, appena reduce dal successo del suo debutto solista “Face Value”, è il grande mattatore dell’album: sempre più leader della band e ormai immediatamente riconoscibile sia come vocalist che, soprattutto, come batterista (anche grazie al gran lavoro in studio svolto dall’ingegnere del suono Hugh Padgham), ha il ruolo di guidare la band verso un sound maggiormente radio-friendly con consapevolezza e coerenza,
L’accoglienza del pubblico premiò la svolta artistica dei Genesis, con l’album che arrivò a vendere milioni di copie in tutto il mondo e che si rivelò il loro più grande successo nel mercato statunitense. All’epoca, la band affermò che la transizione a un sound più pop-oriented era l’unica soluzione per restare a galla in un mercato musicale che attraversava profondi mutamenti; obiettivo che può dirsi, a posteriori, pienamente riuscito.

Filippo Inverso


Phil Collins – voce, batteria, percussioni
Tony Banks – tastiere, cori
Mike Rutherford – chitarre, basso, cori

Anno: 1981
Record label: Charisma Records
Genere: pop rock, new wave, synth-pop

tracklist:
1-1 Abacab
2-2 No Reply at All
3-3 Me and Sarah Jane
4-4 Keep It Dark
5-5 Dodo / Lurker
6-6 Who Dunnit?
7-7 Man on the Corner
8-8 Like It or Not
9-9 Another Record


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