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Il Sud Italia si è svegliato, reclamando con decisione il proprio ruolo nelle rotte dei grandi eventi live internazionali. L’altra sera il Piazzale della Fiera del Levante di Bari si è trasformato nell'epicentro del metal d'avanguardia e classico, confermando una tendenza che vede il capoluogo pugliese come piazza sempre più centrale per band di primissimo grido, sulla scia del successo già registrato a luglio con il passaggio dei Beat (incarnazione dei King Crimson con Adrian Belew, Tony Levin, Steve Vai e Danny Carey), degli Skunk Anansie e del “reverendo” Manson. L’appuntamento di lunedì 7 settembre ha richiamato il pubblico delle grandi occasioni. Oltre ai metallari baresi, si è registrata infatti una massiccia affluenza di spettatori provenienti da Lecce e Taranto, a cui si è aggiunto qualche gruppetto arrivato da altre regioni e persino dall'estero. L’oneroso compito di aprire le danze è stato affidato ai Nevermore. Dopo la tragica scomparsa del frontman Warrell Dane nel 2017, la rinascita della band americana sembrava ormai impossibile. La svolta, invece, è arrivata sul finire del 2024, grazie a un messaggio pubblicato sui social dal chitarrista Jeff Loomis che annunciava le audizioni per la ricerca dei nuovi musicisti. Le selezioni sono andate benissimo e ad affiancare i fondatori Loomis e Williams sono arrivati il cantante Berzan Önen, il chitarrista Jack Cattoi ed il bassista Semir Özerkan.
I Nevermore in azione Il set dei Nevermore inizia puntualissimo alle 20:00. L’attacco con “Narcosynthesis” è formidabile, stende il pubblico e fa subito capire lo spessore di questa nuova incarnazione della band. Dietro le pelli, Van Williams si dimostra una vera macchina da guerra: potente, instancabile, eppure così disinvolto da sembrare comodamente seduto in ufficio. Williams riempie ogni spazio con il martellamento incessante della doppia cassa, suona ritmi quasi “tribali” con estrema naturalezza e rende scorrevoli e spontanee anche le partiture più intricate. L'effetto finale è travolgente e profondamente musicale, mai caotico o disturbante. Al contempo, Jeff Loomis si conferma un chitarrista e compositore di altissimo livello. Il suo arsenale si compone di riff complessi, assoli taglienti e passaggi cupi costruiti su accordi ribassati e dissonanze. La vera forza della loro proposta risiede però nella struttura dei brani: ogni traccia possiede una logica compositiva ferrea, a differenza di molte altre band che si limitano ad attaccare un pezzo all'altro in modo sconnesso e senza un reale filo conduttore.
Jeff Loomis I Nevermore suonano con una precisione chirurgica. L’introduzione dei nuovi innesti nella line-up si è rivelata una scommessa vincente, capace di iniettare una vitalità pazzesca. La sfida più complessa era inevitabilmente quella legata alla voce, ma il mastodontico cantante turco Berzan Önen si è preso la scena con un'autorità impressionante. Senza perdere tempo a imitare il compianto Warrell Dane, Önen ha interpretato i brani storici sfoderando una potenza e un'estensione vocale straordinarie, muovendosi sul palco con grande carisma. Al suo fianco, l'esperienza del connazionale Semir Özerkan al basso e la freschezza del giovanissimo chitarrista americano Jack Cattoi (soli 23 anni) hanno garantito un muro sonoro granitico. Questa perfetta fusione tra l'esperienza dei veterani e l'energia delle nuove leve ha restituito l'immagine di una band compatta, solida e in totale stato di grazia. Come dichiarato in passato dai membri storici, questa reunion non è nata per accumulare denaro, ma per la pura soddisfazione personale di raccogliere ciò che era stato seminato. Ora che il tour sta cementando l'affiatamento della band, i Nevermore mostrano di meritare di diritto un posto tra i grandi nomi del metal. La scaletta ha toccato vette altissime, mandando il pubblico visibilmente in estasi. Dopo le mazzate iniziali, si è passati per la struggente power ballad “Believe in Nothing”, un momento tanto emozionante quanto profondo, per poi proseguire verso il finale segnato dalla micidiale doppietta formata da “Born” e dall'inno “Enemies of Reality”, quest'ultima cantata a gran voce dagli astanti. L'esibizione termina dopo quarantacinque minuti di fuoco, forse pochi per apprezzare appieno la bravura degli statunitensi, ma bisogna preparare la scena per lasciare spazio alla "Storia" del Metal.
Il telone del Faithkeepers tour Trenta minuti di attesa per un accurato cambio di palco; in sottofondo partono le note di "War Pigs" (omaggio ai concittadini Black Sabbath e tributo al compianto Ozzy) e poi il colpo di scena: il monumentale telo impresso con il simbolo del Faithkeepers Tour – un collage di tutte le storiche copertine dei Judas Priest dell'era Halford – cade all'improvviso. È il segnale. La band sale in cattedra per ribadire un concetto assoluto: i canoni del metal li hanno scritti loro e nessun altro. L'attacco frontale è affidato a ordigni storici come "You've Got Another Thing Comin'" e "Metal Gods". Nessun compromesso, solo grande musica, pezzi memorabili che sono le pagine più belle della "Bibbia" dell'Heavy Metal. A incendiare i lati del palco ci pensa una coppia di chitarristi devastante. Richie Faulkner è una macchina da guerra, capace di sciorinare assoli fulminei e un tapping chirurgico, mentre la maestria tecnica di Andy Sneap blinda le retrovie con una solidità d'acciaio. L'intesa tra i due è un meccanismo perfetto (sono degni sostituti della coppia originale K.K. Downing - Glenn Tipton). Dietro di loro spinge una sezione ritmica pazzesca e brutale: Scott Travis pesta energico sul suo drum kit, mentre Ian Hill, eterno pilastro al basso, dimostra che non serve agitarsi troppo per dettare il battito cardiaco dell'intera arena. E poi c'è lui, Sua Maestà Rob Halford. A 75 anni suonati, il Metal God non si limita a calcare il palco: lo domina con carisma e sacralità. Chi si aspettava un calo dovuto all'età è stato zittito da una prestazione vocale mostruosa. Halford ha gestito le forze da veterano, ma al momento di sferrare l'attacco ha lanciato i suoi formidabili acuti (giustificabile - e pienamente comprensibile - l'ausilio dell'effetto eco necessario a prolungarne la durata).
Sugli scudi l'esecuzione da brivido di "Victim of Changes" e da manuale quella della tellurica "Painkiller". La scaletta è un mix letale che rispolvera gemme dimenticate come "The Sentinel" e "Desert Plains", alternate all'impatto moderno di "Panic Attack" e dei classici "Ripper" e "Steeler". I suoni sono altissimi, i laser fendono l'aria e i LED wall amplificano l'assalto visivo, proiettando sullo schermo immagini dinamiche che richiamano il tema di ogni singola canzone. Il finale è un rituale di pura potenza: al termine di "Electric Eye", Halford irrompe in sella alla sua Harley-Davidson per "Hell Bent for Leather", traghettando il pubblico verso il colpo di grazia sferrato dal mitico inno "Living After Midnight". I Judas Priest hanno preso quarant'anni di musica e li hanno scaricati in faccia ai presenti con una passione e una violenza sonora senza eguali. Leggende viventi. Un concerto che resterà impresso per sempre nella memoria di molti degli intervenuti. Inoltre, la scritta "The Priest will be back", apparsa alle spalle della band durante i saluti finali, lascia ben sperare in un prossimo e ravvicinato ritorno. Per le emozioni vissute è d'obbligo esprimere un sentito ringraziamento nei confronti della Bass Culture e della MC2 Live, che hanno organizzato e gestito alla perfezione l'evento. Se l'organizzazione generale è stata impeccabile, è doveroso muovere una critica a un dettaglio che ha infastidito non poco il pubblico delle prime file: l'incessante viavai dei venditori ambulanti di birra con spillatore a spalla (consuetudine già in uso nei festival esteri). Una presenza che non solo ha ostacolato a più riprese la visuale del palco, ma che si è rivelata del tutto incompatibile con i movimenti del pubblico. Nel bel mezzo dei brani più veloci durante i quali la gente saltava, "scapocciava" o pogava, infatti, i bicchieri pieni si sono trasformati in veri e propri idranti incontrollati, finendo per innaffiare involontariamente i vicini e rovinando parzialmente l'atmosfera a chi cercava solo di godersi la musica.
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JUDAS PRIEST + opener act NEVERMORE Data: 07/09/2026
NEVERMORE Berzan Önen: voce Jeff Loomis: chitarra Jack Cattoi: chitarra Semir Özerkan: basso Van Williams: batteria
Setlist: - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
JUDAS PRIEST Rob Halford: voce Richie Faulkner: chitarra Andy Sneap: chitarra Ian Hill: basso Scott Travis: batteria Setlist: War Pigs (Black Sabbath song)
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