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Li Fomni, proposto ieri sera, si inscrive precisamente in questa logica. Il titolo, nella lingua galloitalica di San Fratello, nomina le donne e, insieme, delimita il territorio poetico entro cui si muove l’intera performance. Non una categoria sociologica da illustrare, né un tema da declinare secondo formule programmatiche: piuttosto una costellazione di esistenze, caratteri, destini e voci che la musica riporta alla superficie della memoria. Eleonora Bordonaro appartiene a quella peculiare schiera di interpreti per le quali la ricerca sulla tradizione non coincide con la conservazione dell’esistente. La sua pratica musicale si nutre dell’oralità siciliana, delle sue inflessioni linguistiche, della materia sonora dei repertori popolari, ma procede per sottrazione e ricomposizione, cercando nel documento arcaico ciò che può ancora produrre un significato nel presente. Canto, composizione, teatro e ricerca etnomusicale convergono in una cifra interpretativa riconoscibile, nella quale la voce assume anche una funzione testimoniale. Diana Tejera proviene da un’altra genealogia. Cantautrice, compositrice e chitarrista, ha costruito il proprio percorso nell’alveo della canzone d’autore, attraversando esperienze discografiche, collaborazioni e scritture destinate anche al cinema e al teatro. La sua presenza in Li Fomni non introduce una semplice seconda voce musicale, ma una diversa postura nei confronti del materiale sonoro. La chitarra diventa intelaiatura, respiro, misura armonica; raramente invade, quasi sempre suggerisce. L’incontro fra le due artiste trova proprio nella differenza il proprio presupposto estetico. Bordonaro porta in scena una vocalità intimamente connessa alla lingua e alla memoria del territorio; Tejera ne accompagna la traiettoria attraverso una scrittura strumentale che evita l’illustrazione e preferisce il contrappunto. Ne deriva un equilibrio sottile, nel quale la musica non commenta il racconto, ma ne costituisce la sostanza. Li Fomni si sviluppa infatti come una drammaturgia musicale priva di un’apparente rigidità narrativa. Le figure femminili emergono una dopo l’altra attraverso il canto: donne di fede e di desiderio, figure di resistenza, personaggi attraversati dall’ironia, dalla ferita, dalla disobbedienza. Nessuna pretende di rappresentare il femminile nella sua totalità. È la molteplicità, semmai, a diventare il soggetto autentico dell’opera. Il repertorio comprende pagine come Moviti ferma e Sprajammu di la luna, insieme ad altri brani riconducibili alla ricerca e alla scrittura di Bordonaro. In questo insieme, la lingua non è un involucro del canto, bensì una sua componente strutturale. Le parole portano con sé la geografia da cui provengono, ma anche le trasformazioni subite nel passaggio dalla trasmissione orale alla scena contemporanea. C’è, in particolare, qualcosa di significativo nel modo in cui il progetto tratta la memoria. Non la idealizza. Non la musealizza. Non tenta di restituirla nella presunta purezza di un’origine intoccabile. La memoria, qui, è materia porosa: accoglie nuove inflessioni, cambia prospettiva, si lascia attraversare da una sensibilità altra. La tradizione sopravvive non perché rimanga identica a se stessa, ma perché continua a essere reinterpretata. Anche l’ironia concorre a questa complessità. Là dove il racconto potrebbe inclinare verso il documento o verso la celebrazione, una torsione ironica ne modifica la temperatura. Il sorriso diventa una forma di distanza critica; consente alle protagoniste di sottrarsi alla monumentalizzazione e di restare persone, con le proprie ambivalenze, i propri desideri e le proprie contraddizioni. È questo il punto nel quale la musica dedicata alle voci femminili assume una precisa valenza drammaturgica. Ogni brano non è soltanto un numero musicale, ma una tessera di un discorso più ampio sulla trasmissione della voce femminile. Il canto custodisce una vicenda, la vicenda restituisce un carattere, il carattere rimanda a una comunità. Una progressione che non procede necessariamente per linearità, ma per risonanze. La presenza dell’impianto scenico amplifica questa dimensione. Il contesto monumentale non viene utilizzato come una cornice prestigiosa da aggiungere alla performance; diventa, piuttosto, un secondo livello della narrazione. Da una parte la materia lapidea, con la sua memoria stratificata; dall’altra la voce, che quel sedimento non ripete ma riattiva. Fra le due dimensioni si stabilisce una tensione fertile, quasi una forma di ascolto reciproco. La scelta assume così una portata che supera il singolo appuntamento. Una struttura nata per accogliere il verbo teatrale torna a essere attraversata da una intonazione poetica; l’antico teatro recupera il carattere di spazio comunitario; il repertorio popolare abbandona per una sera la dimensione dell’archivio e torna a misurarsi con un pubblico contemporaneo. In questo risiede la sostanza più autentica del progetto dedicato alle voci femminili: non nella pretesa di salvare una memoria, ma nella capacità di dimostrarne la persistenza. Bordonaro e Tejera non cercano un’origine da ricostruire; cercano ciò che, della matrice, continua a parlare. La serata lascia dunque una traccia che non coincide semplicemente con quella musicale. Resta la percezione di un corpus culturale ancora mobile, capace di modificarsi senza dissolversi. E resta soprattutto un canto plurale, femminile, mediterranea, che attraversa la pietra dell’Odeon senza trasformarla in reliquia. Il teatro ascolta. La memoria risponde. Non come passato, ma come sostrato ancora in grado di produrre presente. La cavea ode. L'eredità replica. Non come pretérito, ma come trama ancora in grado di produrre dimensione contemporanea.
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Li Fomni Cantante: Eleonora Bordonaro
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