Home Recensioni Live Nuhara - Taormina, Teatro Odeon, 26 agosto 2026

Nuhara
Taormina, Teatro Odeon, 26 agosto 2026

C’è una consonanza non soltanto suggestiva, ma quasi filologica, nell’approdo di Nuhara all’Odeon di Taormina. Il piccolo edificio teatrale, innestato su un’area già connotata dalla presenza di un tempio ellenistico, appartiene alla stagione romana della città e viene generalmente collocato tra il II e il III secolo d.C. La sua conformazione, raccolta e intimamente acustica, ne rivela la destinazione originaria: non il grande apparato scenico del teatro antico, ma uno spazio deputato alla musica, alla parola, alle letture pubbliche, ai concorsi musicali e poetici, alle conferenze e alle riunioni. Un luogo, dunque, nato per l’ascolto e per la relazione ravvicinata fra esecutore e pubblico.

La riapertura del sito alla programmazione artistica assume per questo un significato che oltrepassa la semplice disponibilità di un nuovo spazio. Il riallestimento dell’orchestra, il rinnovato progetto illuminotecnico e la predisposizione di cinquanta posti sugli antichi spalti restituiscono al monumento una modalità di fruizione rispettosa della sua natura e, insieme, ne riattivano la vocazione spettacolare. È l’esito di un percorso promosso dalla Fondazione Taormina Arte Sicilia, in collaborazione con il Parco Archeologico Naxos Taormina, volto a riportare il piccolo teatro nel circuito della vita culturale cittadina. Non una ricostruzione arbitraria della memoria storica, dunque, ma una forma di riuso consapevole, nella quale la stratificazione dei secoli diventa parte integrante dell’esperienza odierna. È in questa dialettica fra permanenza e trasformazione che Nuhara acquista particolare evidenza. Il sodalizio di Michele Piccione, Federico Pipia e Gabriele Bazza nasce dall’esigenza di sottrarre il patrimonio musicale siciliano alla retorica della conservazione, restituendogli una capacità generativa. La tradizione non viene assunta come repertorio concluso, né come materiale da riprodurre con devozione museale, ma come organismo aperto, deposito di forme, timbri, ritmi e inflessioni dal quale ricavare una grammatica ulteriore. Il percorso del trio muove dalle testimonianze della cultura musicale siciliana raccolte sul campo dagli etnomusicologi e confluite negli archivi del Novecento, per sottoporle a un procedimento di scomposizione e rifrazione nel quale confluiscono elettronica, ricerca elettroacustica, IDM, dance e sensibilità proprie della sperimentazione più avanzata. La contaminazione non si riduce a una giustapposizione di linguaggi, ma diviene principio compositivo. Il materiale della tradizione viene attraversato, deformato, amplificato, talvolta quasi dissezionato, per essere ricomposto in una sintassi capace di proiettarlo nel presente. Le tre personalità mantengono tuttavia una fisionomia precisa, ed è proprio dalla loro diversità che scaturisce l’equilibrio della formazione. Michele Piccione rappresenta il versante più fisico e tellurico dell’ensemble. Polistrumentista ed etnomusicologo, porta sulla scena una costellazione di strumenti appartenenti alla storia musicale del Mediterraneo e, in particolare, alla tradizione siciliana e meridionale. Tamburi a cornice, kalebasa, marranzano, qraqeb, zampogna a paru, lira calabrese, tamburo a bandoliera e voce compongono un universo nel quale ogni timbro sembra custodire la memoria di una pratica, di un gesto, di un contesto comunitario. Nelle sue mani la percussione torna a essere corpo prima ancora che ritmo, mentre la vocalità conserva la traccia di un’oralità nella quale il canto resta indissolubilmente legato alla vita quotidiana, al lavoro e alla ritualità. Federico Pipia introduce nel dispositivo musicale una diversa concezione dello spazio acustico. Sintetizzatori, live electronics, chitarra elettrica e manipolazione elettroacustica gli consentono di dilatare, frammentare e ricollocare la materia sonora. La tecnologia non interviene come patina modernizzante, ma come strumento d’indagine. Il dato originario viene scomposto nelle sue componenti, alterato nella prospettiva e ricollocato all’interno di ambienti timbrici inattesi. È qui che la memoria sonora entra con maggiore decisione nelle forme della ricerca attuale. Gabriele Bazza, con voce e chitarra, occupa una zona intermedia e decisiva. La sua vocalità, nutrita dallo studio delle tecniche tradizionali, conserva nella pronuncia e nell’emissione la concretezza della trasmissione orale, ma viene inserita in una tessitura lontana dalla semplice riproposizione filologica. Il canto diventa così cerniera fra parola e materia acustica, fra documento e interpretazione; la chitarra contribuisce ulteriormente a rendere poroso il confine fra repertorio popolare e scrittura d’avanguardia. Il tratto più interessante della formazione risiede proprio nel rifiuto di stabilire una gerarchia fra questi mondi. Il passato e il presente non vengono disposti su piani contrapposti, ma messi continuamente in relazione. Il battito di un tamburo può assumere una funzione quasi metronomica e trasformarsi in pulsazione; il marranzano può essere percepito come una sorgente elettronica ante litteram; una linea vocale di ascendenza arcaica può essere inglobata in una trama digitale senza perdere la propria identità. La ricerca odierna, anziché neutralizzare la memoria, ne mette in risalto asperità, margini e componenti meno prevedibili. Da qui nasce quella particolare qualità percettiva che attraversa lo spettacolo. La familiarità di melodie provenienti da un tempo remoto convive con un paesaggio acustico inequivocabilmente attuale. Le radici rimangono riconoscibili senza trasformarsi in vincolo. Il sapore delle forme tradizionali permane nella linea melodica, nei timbri, nella vocalità e nel respiro degli strumenti, mentre la struttura si apre alla sintesi elettronica, alla pulsazione, alla stratificazione e alla manipolazione. La tradizione non viene semplicemente citata, ma riattivata. È soprattutto nel racconto di Michele Piccione sulla vicenda di Alan Lomax e Diego Carpitella che questa concezione della memoria assume una dimensione quasi narrativa. Nel 1954 i due studiosi attraversarono la Sicilia raccogliendo un patrimonio di canti, voci e pratiche destinato a diventare una delle più importanti testimonianze della cultura popolare italiana. A distanza di settant’anni, quelle registrazioni non rimangono confinate alla dimensione documentaria, ma tornano a entrare in un processo creativo. Il passaggio più intenso riguarda Laramu, legato al ciclo del grano. La voce registrata da Lomax a Geraci Siculo appartiene a Giuseppe Attinasi, nonno materno di Piccione. Il dato biografico trasforma improvvisamente la ricerca etnomusicologica in una storia familiare. Quando Michele torna dal nonno, ormai centenario, per ricostruire parole, significati e intenzioni di quella testimonianza, l’archivio cessa di essere un luogo statico e diventa una sorta di interlocutore. La registrazione restituisce una voce lontana; il nipote ne recupera contesto e consapevolezza, stabilendo un cortocircuito fra memoria individuale, documentazione scientifica e creazione artistica. È forse questo il nucleo più autentico del progetto, la consapevolezza che una tradizione sopravvive non quando viene semplicemente ripetuta, ma quando qualcuno accetta di interrogarla. Lomax e Carpitella avevano registrato una Sicilia ancora immersa nelle proprie pratiche comunitarie; Piccione, Pipia e Bazza ne raccolgono oggi le tracce e le sottopongono a un nuovo processo di elaborazione. Il documento diventa materia compositiva, la memoria si trasforma in linguaggio e l’archivio torna a respirare attraverso un’interpretazione capace di sottrarlo alla fissità. E il monumento, in questa prospettiva, smette di essere una semplice cornice scenografica. La sua originaria vocazione alla musica e alla parola entra in risonanza con una proposta fondata sull’ascolto. A distanza di secoli, il piccolo teatro torna a essere abitato dalla pratica performativa, ma non si tratta di una riproposizione di forme ormai sedimentate. È piuttosto una nuova stratificazione, un’ulteriore deposizione di senso su una pietra che ha già conosciuto molte vite. È proprio in questo intervallo che il trio siciliano trova la propria collocazione più autentica, fra la voce fissata su un nastro e quella che oggi la reinterpreta, fra gli strumenti ancestrali e le elaborazioni sintetiche, fra la memoria custodita dagli archivi e l’urgenza di rileggerla. Non una nostalgia per un tempo ormai trascorso, dunque, ma la sua riattivazione. Ed è forse questa la forma più fertile della tradizione, quella capace di mutare nel tempo senza smarrire la propria riconoscibilità.


Nuhara

Gabriele Bazza: voce, chitarra elettrica, tamburello
Federico Pipia: live electronics, sintetizzatori, chitarra elettrica, adufe, incudine
Michele Piccione: tamburi a cornice, kalebasa, marranzano, qraqeb, lira calabrese, zampogna a paru, tamburo a bandoliera, voce

Progetto condiviso dai tre musicisti siciliani Michele Piccione, Federico Pipia e Gabriele Bazza, che fonde la tradizione orale siciliana con sonorità elettroniche ed elettroacustiche contemporanee.
Dopo l’intervento di riallestimento e illuminazione realizzato dalla Fondazione Taormina Arte Sicilia, d’intesa con il Parco Archeologico Naxos Taormina, il Teatro Odeon di Taormina torna ad accogliere gli spettacoli.
Il ritorno della programmazione artistica completa così il percorso avviato nelle scorse settimane dalla Fondazione per far rivivere il piccolo teatro di epoca imperiale, già utilizzato nelle precedenti stagioni per diverse esperienze artistiche. L’intervento ha interessato la zona dell’orchestra, con la realizzazione di un pedanamento, il posizionamento dei fari e la predisposizione di 50 posti con cuscini direttamente sugli antichi spalti dell’Odeon. L’illuminazione ha inoltre consentito di rendere maggiormente visibile nelle ore serali il sito archeologico nel cuore del centro storico.
Il 26 agosto è stato protagonista Nuhara, progetto condiviso dai tre musicisti siciliani Michele Piccione, Federico Pipia e Gabriele Bazza. Il nome nasce dall’arabo Nuwwar, fiore o germoglio, e dal siciliano Nuara, ossia orto. Il progetto si propone di rielaborare e “rimascere”, germogliare a nuova vita e con nuove vesti, antichi canti e musiche della tradizione siciliana, documentati da vari etnomusicologi e studiosi a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Partendo da una selezione di materiali d’archivio, il trio propone un lavoro di riscrittura che ibrida un approccio filologico ad arrangiamenti elettronici ed elettroacustici, con sonorità provenienti sia dal mondo IDM e dance contemporaneo, sia dalla musica d’avanguardia degli ultimi decenni. Attraverso questo processo, i brani vengono risemantizzati e ricompresi in una nuova veste, creando un ponte tra il mondo arcaico e quello contemporaneo.
Nuhara crea così uno spazio di dialogo musicale e semiotico attraverso l’uso della musica elettronica, di vari strumenti tradizionali dell’area siculo-mediterranea e delle arcaiche tecniche esecutive, insieme a documenti di archivio che testimoniano un passato antropologicamente e sociologicamente scomparso.
La ricerca artistica è stata resa possibile grazie alla collaborazione con Sergio Bonanzinga, docente e titolare della cattedra di Etnomusicologia e direttore del DAMS dell’Università di Palermo, che ha fornito i materiali audiovisivi alla base del progetto. Il primo lavoro discografico di Nuhara, “Rama”, uscito nel maggio 2026 per l’etichetta Trovatorobato, è incentrato su canti e musiche legati ai contesti ergologici e propone una versione fedele e straniante dell’eredità vocale lasciata dal mondo agropastorale, ittico, minerario e dei mercati (fonte: comunicato stampa).



Teatro Odeon di Taormina

Via Timeo, 31A
98039 Taormina (ME)
Tel. 0942 51001
E-mail:
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