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Prima di tutto: una confessione. Quando nel 2024 fu annunciata la formazione dei BEAT il mio cuore era diviso, e ciò nonostante il nuovo progetto di Adrian Belew avesse ricevuto la benedizione esplicita del Venal Leader Robert Fripp. Da una parte mi entusiasmava l’idea che fosse riesplorato il mondo musicale della trilogia Discipline-Beat-Three Of A Perfect Pair (1981-1984), che era stato appena lambito dai King Crimson in formazione settetto/ottetto (l’incarnazione finale 2013-2021). Dall’altra, come è tipico di ogni crimsoniano/crim-head (termine che in tutta onestà dovremmo tradurre per il popolo come “persona perseguitata da irriducibili idiosincrasie musicali, fissazioni paranoidi e finanche convinzioni mistiche che sfociano spesso in grossolane superstizioni”), avevo qualche timore. E cioè che – lo so, lo so: dovrei vergognarmene – i due innesti extra-crimsoniani Steve Vai e Danny Carey, per quanto musicisti eccezionali, potessero non entrare a pieno nella legacy spirituale che da quasi sessant’anni unisce generazioni di musicisti e appassionati sotto l’egida del Re Cremisi. E pure la pubblicazione del live registrato durante il tour americano del 2024-2025 non aveva risolto del tutto i miei dubbi, per quanto crimsoniani ben più hard-liner e competenti di me avessero manifestato entusiasmo per quella prima serie di concerti. Vabbè, chiariamo subito una cosa facendo un salto al presente: le mie paure si sono rivelate del tutto infondate, e probabilmente la sera del 6 luglio nella piazza del Castello di Udine abbiamo assistito ad uno dei migliori concerti che si siano mai tenuti in cima a quello splendido colle fortificato. A mente fredda, possiamo tranquillamente affermare che le due ore abbondanti di show dei Beat sono qualitativamente sui livelli dell’ultima incarnazione dei King Crimson, e altrettanto coinvolgenti e appassionanti.
Qui è però quando facciamo un salto indietro di oltre 35 anni. Da adolescente divoravo qualsiasi cosa riguardasse il mondo fantasy, e a un certo punto mi ero appassionato ai libri game della serie Lupo Solitario ideati da Joe Dever e Gary Chalk. Per ragioni squisitamente anagrafiche cominciai a giocare ai libri game proprio quando il loro destino era ormai segnato, perché sul punto di essere soppiantati dalle nascenti avventure grafiche per computer, che dei libri game condividevano sì la logica strutturale ma espandendone grandemente le possibilità. La lettura-soluzione dei 5 volumi della serie Ramas (da “I signori delle tenebre” a “Ombre sulla sabbia”) e dei 7 volumi della serie Ramastan (da “Nel regno del terrore” a “Scontro mortale”) occupò le notti del venerdì (tanto il sabato avevamo solo 4 ore a scuola) e del sabato di quasi tutta la primavera del 1990. E in quelle notti avevo ininterrottamente in cuffia Three Of A Perfect Pair, musicassetta più che probabilmente tarocca (tanto il Venal Leader non leggerà mai queste righe) sottratta con una certa destrezza alla collezione di mio fratello. Il temuto lato B di quell’album ha accompagnato le mie scorribande più coraggiose nei panni di Lupo Solitario, mentre “Sleepless” è stata in quel periodo – come è facile intuire – il mio inno di battaglia. Osservo per inciso che molti, molti anni dopo, appresi da un esperto che la mia dedizione a Three Of A Perfect Pair era curiosa visto che si tratterebbe di un disco “minore” nella produzione dei King Crimson: il che, se non ci dice in fondo nulla di quel disco, ci dice invece tutto ciò che c’è da sapere sull’aridità delle classificazioni, e forse anche sulla povertà di spirito di chi si affida ad esse per leggere il mondo. Sia come sia, mai avrei allora pensato che un giorno avrei potuto ascoltare “Dig me” e “Industry” dal vivo, e non escludo (sempre per quella cosa delle convinzioni magico-superstiziose dei crim-heads di cui dicevamo sopra) che l’intensità di quella passione adolescenziale abbia avuto una certa influenza sulle misteriose dinamiche che hanno portato alla formazione di questo super-gruppo di età compresa tra i 65 e gli 80 anni. La formazione quindi: individualmente non c’è molto da dire che già non si sappia dei nostri quattro cavalieri, dall’ottantenne (ma non lo diresti mai) fuoriclasse del Chapman Stick Tony Levin, al band leader Adrian Belew, al virtuoso della chitarra Steve Vai, fino al ragazzino del gruppo, il sessantacinquenne batterista dei Tool Danny Carey. Senza fare paragoni inutili con Bruford e Fripp della formazione a quattro del 1981-1984, possiamo dire che l’innesto di Carey e Vai è stato felicissimo: durante il concerto abbiamo tutti notato l’affiatamento e la fluidità della band che si è esibita sotto gli occhi cangianti della gigantesca testa di elefante simbolo del gruppo (ed “Elephant Talk” arriva nell’ultima parte del concerto, quando ancora vorresti che questa delizia non finisse mai). Il duo ritmico Levin-Carey infonde potenza e tiro ad ogni sezione del concerto, con una pressione a volte impressionante. Steve Vai, che ho potuto ammirare a neanche due metri di distanza durante gli encores finali, gioca efficacemente nell’interscambio con Belew, e nei vari momenti in cui può esprimere la sua tecnica sublime non prevarica mai l’equilibrio complessivo ed è insieme una gioia per gli occhi e per le orecchie. In tutto questo, il nostro Adrian Belew, dal volto sempre mobilissimo ed espressivo, intrattiene quasi un continuo dialogo "fisico" con il suo pubblico, ma quando non sta cantando e suonando spende solo poche parole: a inizio concerto, dopo l’esecuzione di Sartori in Tangier, introduce la sezione di cinque brani interamente dedicata a Three Of A Perfect Pair (mio boato interiore), e durante il secondo set ringrazia pubblicamente Robert Fripp (boato del pubblico, decisamente udibile fino a giù in pianura).
Questa formazione a quattro (la più compatta nel mondo crimsoniano, se consideriamo che il trio che realizzò “Red” si avvalse comunque del contributo di Mel Collins, David Cross e non solo) si esibisce, lo dicevamo prima, sotto gli occhi dell’elefante, e proprio davanti a un castello che ha ospitato uno dei primi parlamenti europei, il “colloquium generale” o Parlamento della Patria del Friuli, istituito nel 1231 per coadiuvare il patriarca di Aquileia e sopravvissuto – ancorché privato di quasi ogni potere con l'avvento della dominazione veneziana nel XV secolo – fino all’epoca napoleonica. Il “castrum”, attestato almeno dal 983, ha progressivamente perso l’aspetto castellato e dopo il terremoto del 1511 è stato ricostruito come un armonioso palazzo rinascimentale, che è quanto vediamo oggi. L’ampio spazio antistante la facciata anteriore parrebbe essere nato per ospitare concerti (anche se sospetto che nel medioevo questo grande prato fosse adibito a piazza d’armi) e a giudicare da quello che ho potuto vedere, anche Belew & Co. sono rimasti decisamente soddisfatti del luogo in cui si sono esibiti e della sua eccellente acustica. Ed è sempre in questo grande prato-spiazzo che ho reincontrato, dopo alcuni anni, amici crimsoniani che non vedevo dal concerto all’Arena di Verona del 2019: questa tribù musicale è in fondo una sorta di cavalleria spirituale, e se pure molte sono le nostre differenze (e francamente non so se potrei consigliare la compagnia di più di qualche crim-head a chi volesse trascorrere una serata in leggerezza e senza pensieri), c’è un vivo legame affettivo che ci unisce attorno alla musica di Fripp e dei suoi. D’altro canto dobbiamo però sottolineare un’altra cosa qui: ho visto anche molti volti giovani, e ho avuto modo di parlare con chi ascoltava per la prima volta questo tipo di musica dal vivo. Ecco: non si è trattato di un evento per reduci, neanche un po’. Questa musica, eseguita in questo modo – con un perfetto mix di perizia e calore – rimane aperta a orecchie nuove. E ancora, prima che me ne dimentichi: è musica ancora capace di commuovere, se non mi ingannano le lacrime che ho visto scorrere su qualche volto durante l’esecuzione di Matte Kudasai. Credo sia giusto così. Cosa resta poi? Poi resta il climax ascendente di rara intensità costituito dalla triade Elephant Talk, Three Of A Perfect Pair e Indiscipline. Si rifiata qualche istante, i Beat ritornano sul palco e si chiude tutti in piedi e sotto le transenne nell’esaltazione finale di Red e Heat In The Jungle, pardon, volevo dire Thela Hun Ginjeet. Il tour finisce questo mese nei paesi scandinavi, con l’ultima tappa a Oslo il 23 luglio. Se mai ci dovesse essere un nuovo tour europeo, trovate il modo di esserci.
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Adrian Belew: Chitarra, Percussioni Data: 06/07/2026 Setlist Set 1: 10. Waiting Man 11. The Sheltering Sky 12. Sleepless 13. Frame by Frame 14. Matte Kudasai 15. Elephant Talk 16. Three of a Perfect Pair 17. Indiscipline Encore:
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