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Napoli milionaria
Bologna, Comunale Nouveau, 13 giugno 2026

A trentadue anni di distanza, “'a nuttata” non era ancora passata. Quando, nel 1977, al Festival dei Due Mondi di Spoleto, Nino Rota presentò in prima mondiale Napoli milionaria, l’impatto sugli amanti del teatro di Eduardo fu considerevole

Preservandone il senso ma capovolgendone lo spirito, De Filippo, in qualità di librettista, decise di cassare la battuta-chiave su cui si chiudeva la sua commedia del 1945. Permane, tuttavia, un altro inquietante monito pronunciato dal capofamiglia Gennaro Jovine: "La guerra non è finita e non è finito niente", che, collocato come martellante e angoscioso memento nell’epilogo, prende il posto di "Ha da passa' 'a nuttata". Le speranze dell’Italia postbellica, e il cauto ottimismo dettato a Eduardo più dalla pietas che dalla ragione, cedono il posto al disincanto della guerra senza fine, delle stragi e degli anni di piombo che porteranno al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro, nonché all’ormai cosmico pessimismo dell’anziano autore. Che l’opera, a differenza della commedia, orienti lo spettatore verso un’assenza di prospettive è testimoniato già dalla scena più popolare del testo, ossia la finta veglia funebre (espediente comico già presente in Filumena Marturano, con echi del Gianni Schicchi). Terminato il bombardamento, ammesso il macabro inganno e congedatosi il brigadiere, il sipario del primo atto non scende tra caffè, pacche sulle spalle e sospiri di sollievo, bensì dopo il grido disperato di uno dei presenti, al quale viene comunicata la morte della moglie come conseguenza dell’ultima bomba. Col senno di poi, si tratta di un campanello d’allarme del nuovo tragico epilogo verso il quale volge l’intera narrazione, ormai chiusa a ogni speranza di redenzione. Anche Amalia contribuisce potentemente alla disgregazione del nucleo familiare, ottenebrata dalla passione e dalle prospettive di ricchezza immorale agitate da Settebellizze. La scelta di rappresentare questo titolo, ingiustamente trascurato, a Bologna costituisce un’operazione meritoria e coraggiosa da parte della direzione artistica, anche perché ci troviamo di fronte a un’opera complessa da allestire negli spazi ridotti del Nouveau, sia per l’imponenza del cast sia per l’organizzazione delle numerose controscene che la caratterizzano. Il regista Marcelo Lombardero opta per un allestimento molto rispettoso del libretto e dell’ambientazione eduardiana, mettendo in scena, nel primo atto, il “vascio”, squallido e opprimente, con letti affastellati nella stessa stanza e panni appesi in bella vista, elementi che contribuiscono ad abbassare visivamente il boccascena e ad accrescere nello spettatore la sensazione di soffocamento. In seguito, il mutamento di status sociale viene reso attraverso drappeggi fioriti, abiti ricchi ma mai pacchiani e una tavola sontuosamente imbandita. Lo spazio dell’azione è diviso in tre blocchi verticali, secondo una linea narrativa molto cinematografica che mantiene in primo piano, e in totale nitore, i personaggi principali, mentre lo sfondo e l’edicola laterale con la statua della Vergine restano in tonalità di grigio, quasi a generare un distacco prospettico tra il dramma privato e la città dilaniata. Le luci di taglio, fredde e quasi caravaggesche, che filtrano dalle aperture simulano efficacemente la luce esterna di una Napoli livida, schiacciata dai bombardamenti; le ombre profonde sulle pareti fatiscenti accrescono la sensazione di tridimensionalità e la drammaticità dei volti. Per converso, le luci diffuse del secondo atto svelano impietosamente la sfrontatezza e l’opulenza del nuovo arredamento, che quasi inchioda i protagonisti alla nuova realtà morale, rimuovendo l’intimità protettiva della vita precedente.


James Feddeck, già direttore dei Pomeriggi Musicali milanesi e veterano del titolo, garantisce un’ottima intellegibilità del testo, seguendo sempre il respiro del dialogo e della scena e fornendo attacchi precisi. La sua direzione, vigorosa e potentemente drammatica, soprattutto nel primo atto, appare tuttavia a tratti soverchiante rispetto alle voci sul palcoscenico. Gestisce con scrupolo le transizioni di tempo e i costanti rubati sulle frasi dialettali. Apprezzabili risultano anche la costante attenzione riservata al registro medio di Amalia e Gennaro e la gestione degli archi, spesso mantenuti sotto il livello dinamico indicato in partitura, con ottoni molto controllati e ben amalgamati ai legni. Molto suggestiva, infine, la resa del dramma conclusivo, con tempi leggermente trattenuti e crescendo dilatati che rendono efficacemente l’idea di un teatro che precede l’opera. L’Orchestra del Comunale offre un’ottima prova, valorizzando la varietà stilistica della partitura di Rota e passando con disinvoltura dal lirismo operistico alle inflessioni popolari e jazzistiche. Il walking bass, le figurazioni boogie, i richiami bandistici e la melodia operistica vengono declinati senza soluzione di continuità e trasformati in autentici strumenti di caratterizzazione drammatica e ambientale. Laura Stella, nel ruolo di Amalia, parte che fu cucita addosso a una giovane Giovanna Casolla, tratteggia con efficacia una donna scaltra e rapida di pensiero. La resa convince per le consonanti ben scolpite e per il dosato ricorso al rubato. Ben riuscito anche il duetto con Settebellizze nella canzone di Villanova, sostenuto da un legato più ampio e da un timbro più morbido. La sua unica vera e soave aria del terzo atto, "Dint'a sta casa", è delineata con misura, restituendo l’idea di un personaggio di Eduardo che canta e non di un soprano verista trapiantato in una sua commedia. Le mezzevoci e i colori scuri esprimono la giusta malinconia, trattenuta fino all’imperiosa gestione dell’orgoglioso e acclamato La conclusivo. Bruno Taddia fornisce una lettura molto accurata di Gennaro Jovine, risultando efficace tanto nei momenti comici quanto in quelli via via più tragici. Rifugge opportunamente il suono brillante del baritono verdiano, privilegiando un centro vocale ampio e sonoro e gravi autorevoli, ma mai cavernosi. È particolarmente incisivo nella perdita d’identità cantata e nel velenoso "Tutti i tranvieri a spasso", inno amaro di un uomo onesto schiacciato da una società in rapida trasformazione. Convince anche nella narrazione della deportazione nel terzo atto: in "Si sparava" il discrimine tra prosa e opera si annulla nel declamato melodico. Ottima inoltre la prova offerta nei momenti tragicomici dei festeggiamenti, tutt’altro che semplici per via dello scollamento tra le complesse linee vocali di Gennaro e l’ostinato del basso sottostante. Nel tragico finale, la grande progressione drammatica trova piena corrispondenza in un legato più ampio e in un timbro progressivamente più acceso. Kazuki Yoshida è un Enrico Settebellizze dalla vocalità di buon peso e di tinta calda, con linea di canto pulita e pronuncia chiara. Rivela autentica malinconia nella bella aria "Ce sta tanta tristezza", facendo vacillare l’immagine del trafficante senza scrupoli che caratterizza il personaggio e sfoggiando un fraseggio morbido e cantabile, con appropriate sfumature meste più che slanci eroici. Riuscito anche il duetto di "Villanova" con Amalia nel secondo atto, grazie alla capacità dei due interpreti di valorizzare l’ampia arcata melodica della scrittura e il necessario slancio dei climax.


Claudia Ceraulo, nelle vesti di Maria Rosaria, ruolo tenuto a battesimo da una bravissima Mariella Devia quasi agli esordi, riesce con delicatezza a tratteggiare la maturazione del personaggio da adolescente oppositiva a giovane donna sedotta e delusa, ma capace di sostenere il peso del disonore senza infingimenti. Mostra un’emissione ben controllata e un appoggio saldo, che le consentono di affrontare con naturalezza le frequenti escursioni dinamiche della parte. La linea di canto appare omogenea nei registri, con un centro vocale particolarmente ricco e ben proiettato, mentre gli acuti risultano luminosi senza mai perdere morbidezza o qualità timbrica. Nella scena dell’amaro e commovente ultimo incontro con il sergente Johnny, la linea vocale si distende in un canto di intensa malinconia e delicata introspezione, evidenziando con sensibilità la fragilità della giovane protagonista e sostenendo il fraseggio con un legato accurato e una dizione sempre nitida. Raffaele Feo, interprete di Amedeo, è vocalmente solido e musicalmente accurato, distinguendosi per la cura del fraseggio e alternando slancio giovanile e accenti più introspettivi che ben hanno contribuito a tratteggiare un giovane schiacciato dal conflitto e dallo sgretolamento morale che ne è conseguito. Come Assunta, Eleonora Filipponi denota musicalità e un bel colore da mezzosoprano; la caratterizzazione del personaggio appare però eccessivamente sbilanciata sui tratti frivoli e macchiettistici, perdendo in parte di vista alcuni risvolti dolorosi e malinconici che ne segnano il vissuto. Michele Patti mostra facilità negli acuti e morbidezza nell’emissione e rende con eleganza il combattuto personaggio del sergente Johnny nello struggente duetto con Maria Rosaria, nel quale blues, ragtime e melodia popolare si fondono e poi si scambiano magicamente. L'Adelaide di Benedetta Mazzetto ha convinto per intensità e sensibilità interpretativa distiguendosi per un fraseggio molto curato e una presenza scenica credibile. Di rilievo la vocalità ben controllata e la cura della parola che hanno contribuito a illustrare un personaggio vivace e variegato. Valido l’apporto dei ruoli di fianco, tutti ben delineati, tra i quali spiccano l’autorevole Brigadiere Ciappa di Yuri Guerra, il Peppe o’ Cricco di Giulio Iermini e il Pascalino di Xin Zhang, che cesella con garbo e morbidezza il richiamo alla canzone di "Villanova" insieme agli ottimi componenti del concertino. Ottima la prova del coro diretto da Giovanni Farina, che sa combinare precisione negli attacchi, contrasti dinamici e naturalezza espressiva, restituendo la varietà della scrittura corale di Rota, la quale, nell’opera, non assolve una mera funzione di commento, ma si configura come immagine plastica di una comunità. Appuntamento a ottobre, dopo la pausa estiva, per Semele di Händel, che verrà eseguita presso il Teatro Auditorium Manzoni in forma di concerto.

Foto: Andrea Ranzi


 


Maestro concertatore e Direttore James Feddeck

Regia Marcelo Lombardero

Nuovo allestimento del Teatro Comunale di Bologna

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna

Maestro del Coro Giovanni Farina

SCENE Diego Siliano

COSTUMI Luciana Gutman

LUCI Marcelo Lombardero

LIBRETTO Eduardo De Filippo


Cast

ERRICO “SETTEBELLIZZE” Kazuki Yoshida

PEPPE O’CRICCO Giulio Iermini

FEDERICO | JOHNNY Michele Patti

RICCARDO SPASIANO Luca Park

O MIEZZO PREVETE Michele Giaquinto

PASCALINO “O PITTORE” Xin Zhang

GENNARO JOVINE Bruno Taddia

AMALIA Laura Stella

MARIA ROSARIA Claudia Ceraulo

AMEDEO Raffaele Feo

IL BRIGADIERE CIAPPA Yuri Guerra

ADELAIDE SCHIANO Benedetta Mazzetto

ASSUNTA Eleonora Filipponi

DONNA VINCENZA Rosa Guarracino

DONNA PEPPENELA Lucia Michelazzo

UNA VOCE/UNA DONNA DEL POPOLO Fanny Eszter Fogel

UNA GUARDIA/UNO SOLO Davide Minoliti

UNA VOCE/IL CAPO PALAZZO Pasquale Conticelli

IL MARESCIALLO Gianluca Monti

 

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