Home Recensioni Live Roberto Devereux - Bologna, Comunale Nouveau, 19 aprile 2026

Roberto Devereux
Bologna, Comunale Nouveau, 19 aprile 2026

Roberto Devereux o Il conte di Essex di Gaetano Donizetti torna in scena al Teatro Comunale a 34 anni dall’ultima rappresentazione bolognese del 1992.

L’opera, diretta da Alfonso Antoniozzi, recupera una produzione del Carlo Felice di Genova risalente al 2016 ed è ripensata per i nuovi spazi del Comunale Nouveau, con una dimensione metateatrale ispirata al Globe Theatre. Composta alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento, all’apice della fama e del talento di Donizetti, Roberto Devereux è il terzo capitolo della trilogia Tudor (dopo Anna Bolena e Maria Stuarda) e continua a esplorare gli intrighi romantici e politici che ruotano attorno alle regine di quell’epoca. Il fatto che l’Inghilterra fosse un paese protestante garantì al compositore maggiore libertà dalla censura rispetto ai paesi cattolici in cui le sue opere venivano rappresentate, e i conflitti tra amore e dovere, sovrano e suddito, potere femminile e sistemi patriarcali si prestarono perfettamente alla sua scrittura. Pur non negando la grandezza della Lucia di Lammermoor, mi sento di dire che essa manca talora della coesione musicale che si ritrova in Devereux e che, per molti aspetti, la lega a filo doppio alla precedente Anna Bolena. Probabilmente ciò avviene perché, negli anni della composizione, Donizetti era ormai nel pieno possesso delle sue doti drammatiche e aveva maturato una nuova urgenza, iniziando a subordinare la mera esibizione vocale alle esigenze del dramma. La solida coerenza drammatica, più che l’intensità, è a mio avviso la definizione più appropriata della qualità cardinale di questo lavoro.


La regia del baritono Alfonso Antoniozzi è risultata gradevole per rispetto del testo, nitidezza e linearità, qualità funzionali alla vicenda. Le scene sono apparse scabre, ma in grado di rievocare l’opulenza dell’ambientazione di corte; di grande effetto, in tal senso, i costumi di Gianluca Falaschi. L’approccio è sempre sobrio ma teatralmente consapevole, più interessato a mettere in luce i rapporti psicologici che a proporre soluzioni visive ridondanti; sono state bandite letture provocatorie o attualizzazioni forzate e ogni mutamento dello spazio scenico è risultato funzionale al dramma. Tutto ruota attorno alla lacerazione interiore di Elisabetta, tratteggiata attraverso una direzione degli attori curata nei minimi dettagli: gesti minimi, sguardi e lontananze sceniche fanno percepire con efficacia la tensione emotiva. A tratti, tuttavia, l’azione risente di una certa staticità, soprattutto nei grandi concertati, dove una maggiore varietà dinamica avrebbe forse garantito più respiro complessivo. Le luci privilegiano tagli netti e direzionali sui personaggi, generando ombre marcate sui volti e accentuando severità e fragilità con chiaroscuri caravaggeschi lividi e ritagli di luce. Con l’avanzare del dramma, anche i riflessi cromatici si fanno più frugali, sostenendo il declino politico ed emotivo di Elisabetta.


Nel Roberto Devereux proposto questa sera, il quartetto dei protagonisti si è rivelato di rara compattezza e qualità, restituendo con coerenza stilistica l’intreccio drammatico dell’ultima stagione donizettiana. Uno dei motivi per cui quest’opera viene eseguita così raramente risiede nelle esigenze di coloratura richieste al soprano che interpreta la regina Elisabetta. La grandissima Beverly Sills una volta disse, in una frase diventata celebre, che interpretare il ruolo di Elisabetta I nel Devereux le aveva accorciato la carriera di dieci anni. Il soprano Karen Gardeazabal ha dominato la scena muovendosi dal si bemolle grave al do acuto a tutti i livelli dinamici, con un fraseggio nobile e scolpito, capace di coniugare autorità regale e fragilità interiore. La linea di canto, sempre sostenuta, si è distinta per l’uso espressivo del legato e per una gestione raffinata delle dinamiche, culminando in una scena finale di forte impatto emotivo, risolta con controllo e intensità negli ardui cimenti di “Vivi, ingrato” e “Quel sangue versato”. Solida anche nel registro grave: nella tonante frase “del tremendo ottavo Enrico” il salto di sedicesima è stato coraggiosamente onorato. Francesco Demuro, nei panni di Devereux, ha offerto un’interpretazione appassionata, caratterizzata da un timbro luminoso e da un’emissione franca. Nell’aria del terzo atto, “Come uno spirito angelico”, le mezzevoci, ben appoggiate, hanno conferito varietà al canto, mentre gli slanci più eroici non hanno mai ceduto alla forzatura, preservando nobiltà e coerenza stilistica belcantistica. Il mezzosoprano Raffaella Lupinacci si è distinta per il colore morbido e vellutato, unito a un fraseggio sempre partecipe. La sua interpretazione ha evitato ogni eccesso verista, privilegiando una linea elegante e dolente, particolarmente efficace nei momenti più intimi del personaggio. L’aria di sortita “All’afflitto è dolce il pianto” ha mostrato omogeneità di registro in una tessitura centrale molto ostica ed esposta, senza appoggi facili sugli acuti, mentre nel duetto con Nottingham del secondo atto ha evidenziato accenti incisivi senza perdere qualità sonora. Vladimir Stoyanov è un Nottingham di grande impatto, che descrive con maestria la vertiginosa discesa del duca dalla dignità alla corruzione, alimentata da gelosia e superbia. Il baritono convince per solidità vocale e incisività scenica. Il timbro scuro e ben proiettato sostiene con autorevolezza le pagine più drammatiche, mentre la cura del dettaglio musicale rende credibile l’evoluzione psicologica del ruolo; raffinata la declamazione di “Forse in quel cor sensibile” e della cabaletta successiva, eseguite con agilità e incisività senza perdere la linea. Notevole anche la concentrazione mantenuta poco prima della sezione conclusiva del “Qui ribelle ognun ti chiama”, durante la sospensione causata dal tormentoso squillo del cellulare di un incauto spettatore. Completano con grande qualità il cast: Pierluigi D’Aloia (Cecil), Nicolò Donini (Gualtiero), Tommaso Norelli (Un paggio) e Giuseppe Nicodemo (Un familiare di Nottingham). La partitura del Devereux mostra un’orchestrazione quasi cameristica che il direttore Renato Palumbo valorizza nella sua trasparenza, privilegiando tempi dilatati che favoriscono i cantanti e consentono un corretto appoggio sul fiato; la gestione del rubato è sempre funzionale alla linea vocale, senza fratture nella continuità musicale. Anche i finali concertati sono stati coordinati mantenendo trasparenza nelle stratificazioni vocali e orchestrali. L’Orchestra del Comunale si è distinta per compattezza, con archi omogenei e dal vibrato disciplinato, ottoni solidi e legni dal buon colore. Apprezzabile la restituzione dell’opera nella sua forma originaria, con l’eliminazione quasi totale dei tagli ai recitativi e un solo da capo trascurato. Interessante e delicata anche la scelta di esaltare i violoncelli in apertura di “In sembianza di reo tornasti dunque”, nel primo duetto tra Roberto ed Elisabetta, così come alcune soluzioni cameristiche nella Sinfonia, spesso omessa. Bene infine il coro diretto da Giovanni Farina, capace di mantenere un piano dinamico contenuto nella scena iniziale di corte, per far emergere la linea vocale principale, e di gestire efficacemente i forti nelle scene di consiglio e di maggiore contrasto politico. Di rilievo anche l’esecuzione dei pianissimi finali, non semplici nel contesto di un’orchestra piena.


Foto: Andrea Ranzi


ROBERTO DEVEREUX

Tragedia lirica in tre atti

Libretto di Salvatore Cammarano

Musica di Gaetano Donizetti

Elisabetta Karen Gardeazabal

Sara Raffaella Lupinacci

Roberto Devereux Francesco Demuro

Il Duca di Nottingham Vladimir Stoyanov

Lord Cecil Pierluigi D’Aloia

Sir Gualtiero Raleigh Nicolò Donini

Un paggio Tommaso Norelli

Un familiare di Nottingham Giuseppe Nicodemo

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna

Direttore Renato Palumbo

Maestro del coro Giovanni Farina

Regia Alfonso Antoniozzi

Ripresa da Luisa Baldinetti

Scene Monica Manganelli

Costumi Gianluca Falaschi

Luci Paolo Liaci

Allestimento della Fondazione Carlo Felice di Genova

 

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