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Questa interessante operazione consente di riportare a Bologna l'allestimento dell’opera con la regia di Emma Dante, in quest’occasione ripreso da Federico Gagliardi, già proposto alcuni anni fa e comodamente riadattato agli spazi limitati del Comunale Nouveau, nonché di presentare al pubblico un film del cinema muto restaurato dalla cineteca di Bologna in varie tappe, a partire dal 1996. Rapsodia satanica è del 1917 e rappresenta il fortunato incontro di grandi personalità artistiche dell'epoca, probabilmente uno dei momenti più alti del cinema italiano muto che alcuni anni dopo entrerà in una crisi fatale e irreversibile. In esso si incontrano le capacità tecniche della casa cinematografica Cines sotto la guida di Nino Oxilia, il cineasta più importante dell'epoca, la straordinaria partitura di Pietro Mascagni e l'interpretazione di Lyda Borrelli, una diva del cinema muto dell'epoca, considerata l'erede di Eleonora Duse. La trama del film riprende il mito di Faust: un'anziana nobildonna stringe un patto con Mefisto per riavere la giovinezza, rinunciando per sempre all'amore; forse, grazie alla presenza ricorrente di un busto della protagonista da giovane, possono anche essere rintracciati dei riferimenti a Il ritratto di Dorian Gray. Tutta la narrazione cinematografica è fortemente permeata da un'estetica dannunziana, con interessanti dettagli di estetica liberty che consentono allo spettatore di immergersi in quell’ atmosfera decadente. Tante sono le allusioni che accentuano questa scelta narrativa, come per esempio il nome eloquente della protagonista, Alba D'Oltrevita, che già fa presagire il suo destino. Anche il suo amato, al quale la donna non saprà rinunciare, ha il nome di Tristano, eroe tragico wagneriano, l'incarnazione dell'amore distruttivo e assoluto. Le gallerie degli specchi, la caducità dei fiori, il copricapo velato e il cavaliere che sul finale si staglia in lontananza sul crinale, rappresentano note di regia e scenografia che danno forza a questa scelta. Mascagni, all'epoca già affermato, fu il primo compositore italiano a scrivere una colonna sonora prevedendone la perfetta sincronizzazione con le scene della pellicola. L'autore stesso lo definì un lavoro lungo, improbo e difficilissimo, ma il risultato è una partitura di notevolissimo slancio descrittivo, ricca di temi riconoscibili e ricorrenti affidati a un organico orchestrale molto ampio che comprende anche due arpe e moltissime percussioni, tra cui la celesta e il pianoforte. Sicuramente non sarà stato facile avere una sincronizzazione tra la partitura e la scena che però, nell'allestimento bolognese sotto la direzione di Carmine Pinto, è praticamente perfetta. Il linguaggio musicale intenso e raffinato è particolarmente adatto allo stile recitativo di Lyda Borrelli che a un pubblico moderno può apparire particolarmente enfatico. Anche tutti i toni più tragici della partitura sono inseriti a sottolineare la presenza di Mefistofele; le parti in cui Alba suona il pianoforte e la partitura prevede un valzer in stile Chopin, rappresentano una chicca musicale notevole. La Cavalleria rusticana non ha bisogno di presentazioni e il pubblico la accoglie con entusiasmo, già a partire dall'arrivo del direttore Daniel Oren.
La regia di Emma Dante vuole essere una critica agli stereotipi attribuiti alla sua terra: i veli neri delle donne, le ringhiere, scale e balconi dai quali nascono e si propagano il pettegolezzo e la maldicenza, l'aspetto religioso così marcato nella sua ostentazione processionale e nella violenza dei riti pasquali che rievocano la passione di Cristo. Non ultimo, i colori dei carretti siciliani in cui i cavalli sono sostituiti da donne bardate in quello stile riconoscibilissimo. Non manca un omaggio a Bologna nell’ultima scena che chiude l’opera dopo l’annuncio della morte di Turiddu, quando ritornano in scena tre (pie?) donne già viste durante le scene processionali. Si avvicinano a Lucia e si uniscono al suo strazio componendo un quadro scenico che è un esplicito riferimento a una delle opere più note di Niccolò dell'Arca, il Compianto sul Cristo morto, conservato in città nella chiesa di Santa Maria della Vita. Tutte le protagoniste femminili (la Santuzza di Saioa Hernandez, Lola di Nino Chikovani e Mamma Lucia di Elena Zilio) mettono in mostra vocalità spiegate e espressive che accentuano la scelta drammatica della regia, nonché una perfetta gestualità teatrale. Compare Turiddu e compare Alfio, rispettivamente Roberto Aronica e Roman Burdenko, esaltano i loro ruoli, in particolare nell'addio alla madre e nella canzone del carrettiere. Il coro è l’altro grande protagonista dell'opera e, sotto la direzione di Roberto Farina, contribuisce a evocare l'atmosfera siciliana, sia negli aspetti bucolici legati alla stagione primaverile, sia in quelli sacri legati alle celebrazioni del giorno di Pasqua, di cui il Regina coeli rappresenta un momento di altissima intensità musicale. Daniel Oren fa scelte di agogica personalissime e innovative, sempre molto puntuali e coerenti nonostante alcuni tempi piuttosto lenti che però trovano una loro precisa funzione all'interno della partitura, soprattutto rispetto a dinamiche perfettamente calibrate, in particolare in alcune scelte di pianissimo che mettono in risalto gli interventi solistici dell'orchestra. Foto: Andrea Ranzi
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RAPSODIA SATANICA Poema sinfonico per un film Regia di Nino Oxilia Musica di Pietro Mascagni Revisione della partitura di Marcello Panni Direttore Carmine Pinto CAVALLERIA RUSTICANA Melodramma in un atto Libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci Musica di Pietro Mascagni Santuzza Saioa Hernandez Turiddu Roberto Aronica Alfio Roman Burdenko Mamma Lucia Elena Zilio Lola Nino Chikovani Orchestra , Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna Direttore Daniel Oren Maestro del coro Giovanni Farina Regia Emma Dante Ripresa da Federico Gagliardi Scene Carmine Maringola Costumi Vanessa Sannino Luci Cristian Zucaro Coreografie Manuela Lo Sicco Allestimento del Teatro Comunale di Bologna
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