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Nel solco dell’81ª Stagione Sinfonica dell'Orchestra I Pomeriggi Musicali, eloquentemente intitolata "Sentiti parte 2025–2026", la Sala Grande del Teatro Dal Verme si è fatta teatro di un programma di alta e consapevole temperie tardo-romantica, imperniato sull’accostamento del Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in Fa diesis minore op. 1 di Sergej Rachmaninov e della Sinfonia n. 4 in Mi minore op. 98 di Johannes Brahms. La Quarta Sinfonia di Brahms, ultima sua opera sinfonica, si configura invece come summa e testamento stilistico. Anch’essa in quattro movimenti (Allegro non troppo – Andante moderato – Allegro giocoso – Allegro energico e passionato), culmina in una passacaglia finale di 30 variazioni su un basso ostinato derivato da Bach. Qui la forma non è solo struttura, ma principio etico: rigore contrappuntistico e tensione drammatica convivono in una scrittura che sublima il classicismo in senso romantico. L’opera rappresenta un punto di equilibrio fra disciplina formale e pathos contenuto, tra l’eredità beethoveniana e una modernità che guarda al Novecento. Rachmaninov, nel suo Primo Concerto, afferma già l’identità del compositore-pianista tardo-romantico russo, erede di Čajkovskij ma proiettato verso un pianismo orchestrale di grande respiro. Brahms, con la Quarta, chiude idealmente la stagione sinfonica romantica tedesca, opponendo alla dissoluzione armonica wagneriana una riaffermazione della forma pura. Se Rachmaninov incarna l’espansione emotiva e la verticalità sonora, Brahms rappresenta l’introspezione e la densità orizzontale del contrappunto. Entrambi, tuttavia, condividono una concezione organica della forma e una tensione costante fra lirismo e controllo strutturale. Ryan McAdams si conferma direttore di gesto analitico e plastico, incline a una lettura trasparente delle partiture. La sua cifra interpretativa privilegia la chiarezza delle linee interne e un controllo minuzioso delle dinamiche, evitando compiacimenti retorici. Nel Rachmaninov, McAdams ha lavorato sulla respirazione orchestrale, garantendo al solista un tappeto sonoro elastico ma mai invadente. L’attenzione ai legni e agli archi medi ha valorizzato le modulazioni armoniche, mettendo in rilievo le progressioni cromatiche con sobria efficacia. Nella Sinfonia brahmsiana, la sua conduzione ha evidenziato l’architettura complessiva: tempi moderatamente sostenuti, tensione costante nel fraseggio, cura del bilanciamento fra archi e fiati. Il quarto movimento, con la sua passacaglia, è emerso come costruzione implacabile ma non arida, grazie a un dosaggio calibrato delle masse sonore e a un crescendo finale di austera solennità. Figura di rilievo assoluto nel panorama pianistico mondiale, Mikhail Pletnëv — fondatore della Russian National Orchestra e interprete di riferimento del grande repertorio russo — unisce a una tecnica sovrana una concezione timbrica di rara raffinatezza. Il suo tocco, notoriamente cangiante, alterna una percussività controllata a un legato di matrice quasi vocale. Nel Concerto op. 1, Pletnëv ha evitato ogni eccesso muscolare, privilegiando la chiarezza polifonica nelle sezioni più dense. Le grandi arcate accordali sono risultate scolpite con peso calibrato, mai martellate; nei passaggi lirici dell'Andante, il fraseggio si è disteso con rubato discreto e controllo millimetrico del pedale, ottenendo un suono vellutato ma nitido. Tecnica digitale impeccabile, articolazione precisa nei passaggi di doppie note e nelle scale cromatiche ascendenti, con un uso sapiente delle sfumature dinamiche dal pianissimo sospeso al fortissimo pieno ma non clangoroso. L'Orchestra I Pomeriggi Musicali ha mostrato coesione e duttilità stilistica. Gli archi, compatti e omogenei, hanno saputo modellare tanto il lirismo rachmaninoviano quanto la tensione brahmsiana; i fiati, in particolare oboi e clarinetti, hanno offerto interventi di limpida cantabilità. Gli ottoni, mai debordanti, hanno sostenuto con autorevolezza la drammaturgia della Quarta. La serata musicale ha posto in fecondo dialogo due distinte e complementari declinazioni del tardo Romanticismo, da un lato l’espansione lirica e l’urgenza passionale della scuola russa, dall’altro il classicismo tragico e severamente meditato della tradizione tedesca. Se il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 di Sergej Rachmaninov si configura quale aurorale manifestazione di un ingegno destinato a imprimere un segno indelebile nel pianismo novecentesco, la Sinfonia n. 4 di Johannes Brahms si erge quale epilogo consapevole e monumentale di un itinerario creativo che sublima la forma in suprema espressione etica ed estetica. La direzione di si è distinta per nitidezza esegetica e vigile coscienza architettonica, restituendo con equilibrio e tensione interna la complessità delle strutture. Mikhail Pletnëv ha riaffermato la propria statura di interprete-filosofo della tastiera, coniugando profondità speculativa e sovrana padronanza tecnica. Orchestra e solista hanno così composto un affresco sonoro di rimarchevole coerenza stilistica, pienamente degno di una stagione che invita, non casualmente, a sentirsi parte di una tradizione viva, pulsante e in costante rinnovamento. La presente recensione si riferisce allo spettacolo del 21 febbraio 2026 |
Concerto per pianoforte e orchestra n. 1
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