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Il libretto originale di Ragni & Rado, simbolo di una generazione che sapeva declinare il linguaggio del rock in chiave teatrale, nasceva negli anni in cui l’America era lacerata dalla guerra del Vietnam e dalla polarizzazione tra establishment e spiriti dissidenti. La versione di Hair del 1967, pioniera di un musical che rompeva i confini della forma convenzionale, approfondiva il dissenso verso la cultura della guerra, le gerarchie oppressive, la censura di genere e l’omologazione sociale. La rivoluzione non era solo nei testi: era nell’energia psichedelica e nella spinta vitale di una tribù che metteva al centro l’amore libero, la pace, l’accettazione delle diversità e la dignità dell’individuo. Questo nuovo allestimento italiano ripercorre fedelmente quella matrice, attualizzandola con una traduzione e adattamento lirico curato da un team di alto profilo — Sandro Avanzo, Simone Nardini, Eleonora Mosca, Leonardo Di Renzo, Alessio Pollastrini e Alice Orlando — che mantiene intatto lo spirito del testo originale pur rendendolo accessibile al pubblico contemporaneo. La partitura di MacDermot, erede e al contempo sovvertitore della tradizione rock orchestrale, è qui eseguita da una live band "a scomparsa" diretta con rigore e slancio da Eleonora Beddini, con la direzione vocale di Eleonora Mosca, capaci insieme di restituire Let the Sunshine In, Aquarius, Good Morning Starshine e altri inni emblematici con autentica energia ancestrale. La dimensione sonora, spesso sacrale e tuttavia popolare, si eleva attraverso il disegno luci di Manuel Garzetta e il disegno fonico di Alberto Soraci, creando un paesaggio multisensoriale dove l’uditivo, il visivo e il motorio convergono in un’unica esperienza drammaturgica. Sotto il profilo coreografico, Valentina Bordi plasma un linguaggio di movimento che riverbera le orchestrazioni — un’alchimia di libertà e disciplina, di improvvisazione controllata e di precisione tecnica — che non tradisce la matrice rock‑tribale dell’originale, ma la traduce in gesto scenico di alto valore. Qui l’energia del gruppo non è mai dispersa: ogni movement sequence è calcolata con cura per rispondere all’intensità emotiva dei brani. L’immersività dell’atmosfera inizia ben prima dell’ingresso in sala: il foyer si trasforma in prologo vivente grazie alla partecipazione di ragazzi vincitori di un concorso indetto dalla produzione, che, in costume hippie e atteggiamenti dinoccolati, interagiscono con il pubblico, dissolvendo la tradizionale barriera tra spettatore e scena e segnando un continuum tra vita quotidiana e rito teatrale. Sul palco, i protagonisti — coraggiosi e carismatici — incarnano con forza simbolica i personaggi archetipici di Hair. Claude, figura sospesa tra la necessità di conformarsi e il desiderio incandescente di libertà, trova nel suo interprete una resa psicofisica convincente: il canto e la recitazione si intrecciano in una tensione emotiva palpabile, veicolando il conflitto interiore attraverso fraseggi vocali e posture espressive calibrate. Al suo fianco, la figura di Berger rivendica con sguardo irriverente e dinamiche di movimento l’etica rivoluzionaria della tribù; la sua presenza è un punto nodale della drammaturgia, manifesto di una ribellione che non si ferma alla superficie dell’apparenza. Le altre figure chiave — Sheila, Hud, Jeanie — sono tratteggiate con acutezza caratteriale e vocale: la loro presenza scenica non è mai retorica, ma sempre in equilibrio tra identità collettiva e unicità individuale, incarnando slogan e temi che il musical fa propri: "Let the sunshine in", pace e amore come antidoti alla guerra, accettazione radicale dell’individuo. Questi leitmotiv risuonano con retrogusto amaro e insieme esortativo in una stagione storico‑politica in cui molte delle stesse questioni restano drammaticamente attuali. Dal repertorio eseguito in scena emergono tutte le pietre miliari che hanno consacrato la pièce nell’immaginario collettivo mondiale — Aquarius, Donna, Easy to Be Hard, Good Morning Starshine — ciascuna articolata in un tessuto sonoro e coreutico che ne esalta la valenza emotiva prima ancora che narrativa. In questa edizione, però, la parte cantata si impone quasi per intero sulla parola recitata, rendendo la tessitura vocale il centro pulsante della comunicazione teatrale, supportata da un lavoro di acting coaching di alto profilo curato da Michele Savoia, che consente alle voci di galleggiare con naturalezza su linee melodiche non banali. La scelta di dare alla musica e al movimento la prevalenza sulla semplice narrazione dialogata è un punto di forza e l’esito è un continuum sensoriale, in cui ogni brano diventa episodio di un rito comunitario. La tribù di Hair non è un gruppo coreografico ma un organismo collettivo che risuona, palpita, incarna la parola‑canzone come atto di creazione sociale. In conclusione, questa nuova edizione risulta una produzione di grande respiro artistico, capace di onorare l’eredità del testo originale pur rinnovandone la forza espressiva per il pubblico contemporaneo. Essa ribadisce l’importanza secolare dell’opera — non solo come pietra miliare della musicalità rock e del teatro musicale, ma come specchio culturale di una rivoluzione che ha segnato profondamente il costume, la musica e il teatro negli Stati Uniti e in Europa. In tempi in cui la dialettica tra conformismo e libertà individuale ritorna di attualità, Hair si conferma un faro critico, un classico rigenerato che continua ad interrogare, scuotere e infiammare le corde più profonde dell’esperienza artistica. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 30 dicembre 2025 |
Hair
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