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Il percorso musicale, calibrato con rigore nel contrasto tra ironia e profondità, presenta un florilegio di brani emblematici della produzione del maestro, attraversando i pezzi che hanno segnato la sua carriera: da El purtava i scarp del tennis — primo successo da solista e manifesto di uno sguardo antropologico sulla quotidianità — fino a Vengo anch’io? No, tu no, il brano che lo consacrò al grande pubblico. Nella sequenza delle esecuzioni, i due interpreti e la band si sono confrontati con altre composizioni celeberrime e significative nell’opera del cantautore milanese, quali Vincenzina e la fabbrica, México e nuvole, Vivere, Quelli che…, Ho visto un re e altre gemme liriche che oscillano tra il nonsense e l’impegno civile. Questi brani sono veicoli di storie di uomini e donne marginali e umanissime, narrate con ironia poetica e profonda empatia, capaci di evocare narrazioni sociali eleganti e potenti allo stesso tempo. La scelta di includere canzoni come Se me lo dicevi prima, con tematiche di grande impatto sociale quali la droga, La fotografia sulle dinamiche mafiose o I soliti accordi sulle tangenti — citate nella recensione della serata — testimonia la visione di Jannacci come precursore dell'avanguardia musicale e di un umorismo raffinato che usa la forma canzone per esprimere messaggi profondi sulla condizione umana e sociale senza mai rinunciare alla leggerezza apparente. La regia di Lorenzo Gioielli dirige con sapienza narrativa e ritmo dinamico la materia drammaturgica, alternando momenti di parola recitata ad altri di performance canora, in un costante gioco di rimandi tra comicità verbale e introspezione musicale. In questo dispositivo scenico, Simone Colombari e Max Paiella si impongono come interpreti di eccezionale statura: autentici cabarettisti di razza, capaci di coniugare imponenza vocale, mimica calibrata e una presenza scenica incisiva che trascina vorticosamente lo spettatore nella «storia minima» del grande Jannacci. Il valore artistico dell’allestimento risiede grandemente nell’attitude dell'ensemble — con Attilio Di Giovanni al pianoforte e direzione musicale, Leonardo Guelpa alla chitarra classica ed elettrica, Alberto Botta alla batteria e percussioni, Flavio Cangialosi al basso e fisarmonica, Mario Caporilli alla tromba e flicorno e Claudio Giusti ai sassofoni — di spogliarsi dal semplice ruolo di accompanisti per trasformarsi in giocolieri del mestiere, tecnicamente solidi e creativamente versatili, capaci di modulare il suono come un contrappunto drammaturgico, enfatizzando i passaggi più parodistici così come quelli di suggestione emotiva. Nato a Milano il 3 giugno 1935, Giovanni Enzo Jannacci è stato uno dei protagonisti più originali e influenti della musica italiana del Novecento. Medico di formazione, artista poliedrico e narratore urbano, l'artista ha trasformato la canzone d’autore in forma d’arte capace di coniugare ironia, impegno civile, humour surreale e introspezione esistenziale. La sua carriera si sviluppa in parallelo alla Milano degli anni ’50 e ’60, crocevia di fermenti culturali: dal mitico Derby Club — tempio del cabaret milanese insieme ad altri artisti come Giorgio Gaber — alle avanguardie di teatro popolare con Dario Fo, con cui condivide l’esperienza di un’arte dove parola e musica si intrecciano. La scena italiana di quegli anni era attraversata da forti spinte di rinnovamento: il linguaggio popolare si avvicina alla canzone d’autore, il cabaret diventa mezzo critico e sociale, la contaminazione tra comicità e poesia si fa cifra stilistica. In questo contesto, il rapsodo sviluppa un linguaggio unico, fatto di paradosso e sensibilità acuta per le contraddizioni umane e urbane. Col tempo, influenza e viene influenzato da colleghi come Paolo Conte (che dialoga con le stesse matrici jazz‑poetiche), da amici e collaboratori come Cochi e Renato (per i quali ha scritto testi e musica negli anni ’60), e si afferma come figura di spicco nella storia del teatro musicale italiano. Nel repertorio proposto nella pièce, ogni brano è una tessera di una mappa emozionale e sociale, costruita attorno a temi ricorrenti e tecniche compositive che caratterizzano lo stile dell’autore, precursore, a buon diritto, del neorealismo cantautorale. Eccellente! Cliccaquiper visionare la recensione della data romanaLa presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 19 dicembre 2025 |
Jannacci e dintorni
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