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Il tessuto drammaturgico si incentra sul rito catartico dell'inganno alimentare, una metafora dissacrante che accosta l'inconfondibile trasformismo culinario italico alla primordiale urgenza di esorcizzare i conflitti, rimuovere lo spettro della mortalità e allontanare l'indigenza. Attraverso questa lente, la penisola intera — declinata nelle sue infinite specificità territoriali — plasma, nobilita e farcisce le materie prime, caricandole di densi significati storici. L'esito ultimo è una pantagruelica comunione spirituale, concepita per ottundere l'angoscia della perdita e debellare ogni forma di inappetenza, inclusa quella altrui. All'interno di tale liturgia laica, l'astensione dal cibo risulta rigorosamente bandita da qualsivoglia orizzonte cognitivo, imponendo ai convenuti la solenne partecipazione alla sacralità dell'abbandono edule. Il climax della rappresentazione si distende nella rotta dello stocco tra i flutti della memoria, celebrando la pietanza d'elezione ed elevandola a protagonista di un periglioso epopeico viaggio. Tale itinerario marittimo scorta l'esemplare ittico dai rigidi mari settentrionali della Norvegia sino alle calde sponde ioniche, ove la materia si compie nell'abbraccio sapido dei capperi, delle olive e di una inossidabile tradizione isolana. L'impatto estetico della messinscena, guidato da una certa eleganza attoriale e da suggestioni sensoriali, si fonda sull'armonica affinità interpretativa tra Orazio Berenato e Chiara Trimarchi, coadiuvati dalla collaborazione alla scrittura di Leonardo Mercadante. Gli interpreti tratteggiano archetipi umani credibili e misurati, rifuggendo la facile macchietta a favore di una sobria vis comica che seduce i sensi, nobilitando la rievocazione scenica del patrimonio gastronomico. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 23 agosto 2026. |
’A Ghiotti e Felici S.S. 114, KM 5,600 |










