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Qui, invece, è successo il contrario. Mi sono trovato davanti a un album consistente, elegantemente classicista, anche grazie alla presenza della Czech National Symphony Orchestra diretta da Vladimir Martinka, e al tempo stesso piacevolmente, quasi goduriosamente, rock. Un equilibrio tutt'altro che scontato, che il disco riesce a mantenere con grande naturalezza. Della primissima formazione resta l'immarcescibile Steve Howe, ancora capace di cesellare melodie con le sue chitarre, affiancato da un altro storico membro della band, Geoff Downes, negli Yes dal 1980, alle tastiere che furono di Rick Wakeman. Ma un contributo determinante, non solo sul piano strumentale ma anche su quello compositivo, arriva dagli altri compagni di viaggio: Jon Davison, con una voce ormai perfettamente riconoscibile e finalmente affrancata dalla terribile eredità di Jon Anderson, e la sezione ritmica formata da Billy Sherwood e Jay Schellen, dinamica, solida e perfettamente in grado di sostenere tutta la creatività che si sprigiona, traccia dopo traccia. Per non parlare del contributo della Czech National Symphony Orchestra, che si integra con naturalezza nelle trame melodiche, arricchendole di profondità e di quel senso di sospensione che da sempre appartiene al miglior progressive. Suonare progressive ha sempre significato inseguire la complessità: nell'esecuzione, nella scrittura e nella costruzione delle atmosfere. Aurora lo dimostra con dieci brani eseguiti con una tecnica strumentale sopraffina, ormai quasi aliena al panorama musicale contemporaneo. Sono pagine intrise di una magia rétro che, paradossalmente, sa ancora sembrare nuova; musica capace di sospendere l'incredulità e di trasformarsi in un ariete che, forse, può ancora scardinare portoni serrati e liberare schiere di ascoltatori oppressi dall'Auto-Tune e da tante altre diavolerie. Anche relativamente alle liriche “Aurora” affronta l’emotività delle persone e la fragilità delle relazioni umane; scelta in linea con i tempi che segna un passo avanti rispetto agli storici testi intrisi di mito e fantasia. Premesso che tutti i brani hanno una loro ragion d'essere e si lasciano ascoltare con piacere, una menzione particolare va alla splendida "Ariadne", con il suo incipit orchestrale e uno sviluppo acustico-classico fatto di rimandi, incontri, spirali e labirinti melodici, pause e improvvise fughe in avanti. Grande anche "Countermovement", che recupera gli stilemi, ormai quasi dimenticati, della suite: poco più di tredici minuti articolati in quattro movimenti, autentica testimonianza del lavoro compositivo condiviso dall'intera band. Qui ritroviamo tutta la delicatezza delle trame chitarristiche di Steve Howe, che si intrecciano con naturalezza alle tastiere di Geoff Downes, sostenute da una sezione ritmica ispirata e sempre al servizio della musica. Molto interessanti anche "Turnaround Situation" e “All hands on deck”, che mettono in mostra il lato più marcatamente rock della band, la title track "Aurora", che in più di un passaggio sembra evocare le atmosfere visionarie di Fantasia di Walt Disney e la delicata “Outside the box”. Al solito, anche il package è all'altezza. E, questo sì, segna una piacevole continuità con il gusto grafico ed estetico che ha accompagnato gli Yes per decenni. Un'edizione curata, capace di ricordare come, per questa band, anche l'occhio abbia sempre avuto la sua parte. Aurora attualizza gli Yes, ormai finalmente liberi dal peso del passato, riuscendo a coniugare virtuosismo ed equilibrio. Il disco li trasforma da ensemble di primedonne in un gruppo coeso, capace di procedere nella stessa direzione e di mettere il talento individuale al servizio di un unico obiettivo. Un ottimo disco. E la sorpresa è ancora maggiore se si considera che si tratta del ventiquattresimo album della loro carriera: in molti altri casi, a questo punto, ci si limita ad amministrare il passato. Gli Yes, invece, dimostrano di avere ancora qualcosa da dire.
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Steve Howe: guitars, steel vocal
Anno: 2026 tracklist
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