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Nel suono dei Fiesta Alba convivono un'urgenza minimalista e una tensione verso una dimensione primordiale, che prendono forma nell'alternanza fra tecnologie analogiche e digitali. Ne nasce un vero e proprio "grammelot" sonoro fatto di chitarre abrasive, fredda elettronica, sottrazioni timbriche e improvvisi lampi melodici, che in alcuni passaggi richiamano gli intrecci crimsoniani di Red. Il riferimento, tuttavia, non va inteso come una derivazione: la personalità del misterioso quartetto romano, che sceglie pseudonimi e maschere per preservare l'anonimato, emerge con chiarezza in una scrittura originale e coerente, lontana tanto dall'imitazione quanto dalle mode del momento. A colpire è anche il livello tecnico della band, unito all'intelligenza con cui vengono coinvolti musicisti e vocalist capaci di ampliare ulteriormente la tavolozza espressiva del progetto. Le voci di Diego Pandiscia, Tiziana Lo Conte e Alessandra Plini aggiungono infatti profondità, colore e spirito sperimentale a composizioni già ricche di sfumature. Veniamo ai cinque brani: difficile commentarli. Vanno assaporati per quello che offrono. Il disco si apre stranamente con la parte II del brano The City of Spectres, la cui parte I viene riservata ad un momento successivo. Il suono è vorticoso e circense, con una ritmica impetuosa che sorregge i riff “matematicamente incontrollati” della chitarra e degli altri strumenti tutti impegnati a superarsi l’un l’altro in velocità per sfuggire ad un’arrembante elettronica ed ai campionamenti vocali. Un vero e proprio manifesto d’intenti che prosegue con la successiva Inch by Inch in cui l’incedere ossessivo non è più fuga ma introspezione e tensione narrativa. Bella la scelta della voce di Diego Pandiscia che riesce a sceneggiare un’umanità costretta (o destinata?) ad avanzare nel fango centimetro dopo centimetro. Interessanti gli inserti degli archi che accompagnano questo percorso in un crescendo emotivo minimalista. Arriva quindi il brano che più mi ha lasciato perplesso del disco, Uncontacted. Il linguaggio inventato per raccontare gli esseri umani che ancora non hanno incontrato la civiltà, tutto impostato sul ritmo, sul timbro, su una ritualità comunicativa basata sul suono più che sulla parola, non riesce a fondere le nuove tendenze elettroniche con il vecchio e caro buon progressive… tentativo rimarchevole ma da riaffrontare. Ed ecco The City of Spectres I, il cuore concettuale dell'EP. Tra chitarre minimali, elettronica e melodie sospese, il testo descrive una metropoli di "spettri", simbolo di conformismo e identità smarrite. Tuttavia, proprio in questo paesaggio emerge la possibilità di una "goccia di sole": un'immagine di resistenza e speranza che dà il titolo all'intero lavoro. A concludere Kinder Egg Surprise, critica ironica e tagliente al consumismo contemporaneo che prende di mira gli ovetti Kinder e le loro sorprese, simbolo del desiderio indotto e della mercificazione della libertà di pensiero. Musicalmente alterna energia rock, elettronica e tensione ritmica, affidandosi allo stentato inglese del filosofo Slavoj Zizek. 23 minuti che uniscono math-rock, elettronica, ritmica etnica e finanche post-punk per affrescare una riflessione sulla società contemporanea. Una "città di spettri", in crisi, attraversata da conformismo e controllo, nella quale continuano però a filtrare piccole possibilità di emancipazione: gocce di sole (Drops Of Sunshine).
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FIESTA ALBA Octagon: composizioni, chitarre, graphic design Diego Pandiscia: voce e testi in (2)
Anno: 2026 01 – City of spectres II
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