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Doves
Constellations for the lonely

Finalmente, con “Constellation For The Lonely”, i Doves tornano a firmare un album all'altezza del loro celebrato esordio “Lost Souls”, opera che ha segnato, almeno in parte, l'affermazione di una concezione del rock più sofisticata e ricercata, post-moderna, che ha visto come protagonisti gruppi come i Radiohead, i Coldplay, i Muse e molti altri.
Pur conservando l’attenzione per l’alienazione tipica del pop britannico delle periferie, “Constellation for the Lonely” si presenta fin dal titolo come un manifesto della solitudine intesa come condizione ineludibile dell’esistenza umana. Tuttavia, laddove “Lost Souls” era attraversato da un pessimismo radicale, legato all’incapacità o all’impossibilità di ogni redenzione, questo lavoro apre a una prospettiva meno cupa, lasciando emergere inattesi bagliori di speranza.
La prima cosa che colpisce è il ritrovato equilibrio tra due poli che raramente riescono a convivere con tale efficacia: da un lato una grandiosità sonora capace di trascinare e conquistare le folle, dall'altro un'intimità emotiva che invita all'introspezione e alla riflessione.
Una scrittura musicale matura e convincente, capace di dare forma a composizioni strutturate e cangianti che, a ogni ascolto, svelano dettagli e significati differenti in funzione della disposizione emotiva dell'ascoltatore. Non una semplice raccolta di canzoni, ma un'opera pensata come un tutto organico: saldamente ancorata alla propria identità, ma priva di qualsiasi ripiegamento nostalgico e animata da una costante tensione verso soluzioni nuove e potenzialmente sorprendenti. Un’opera che mantiene un’elevata omogeneità stilistica e tematica e che trova i suoi snodi fondamentali in alcuni brani chiave, che agiscono come catalizzatori del discorso narrativo e come autentico fil rouge dell’intero lavoro.
Introduce la bella “Renegade” che usa fraseggi leggeri ed orecchiabili, che evocano immagini urbane di città quasi artificiali, per raccontare un desiderio di fuga, una ricerca di emancipazione da una realtà soffocante. L’impianto sonoro è dinamico e immediato sviluppandosi su una solida base ritmica, sostenuta da un basso pulsante e da una batteria dal passo regolare, che evocano il movimento e il senso di fuga suggeriti dal testo. Le chitarre e le tastiere si intrecciano creando un paesaggio sonoro ampio e cinematografico senza rinunciare alla tensione melodica. Il brano svolge una funzione quasi programmatica: unisce l'energia del pop-rock atmosferico tipico dei Doves a una vena malinconica che attraversa tutto il disco, diventando uno dei principali veicoli del suo tema centrale, quello della ricerca di una via d'uscita dall'alienazione. Il brano però non è completamente pessimista, non sfocia in uno sterile nichilismo ma analizza la necessità di vivere pienamente il presente fatto di scelte e di azioni. Più enigmatica ed impressionistica “Strange Weather” sviluppa alcuni temi molto cari ai Doves: la memoria, il tempo che passa e che ritorna ciclicamente con il rimpianto per gli errori commessi, la consapevolezza della sua limitatezza e che tutto sia destinato a svanire, la perdita e la difficoltà delle relazioni. Ma come spesso accade nei Doves più maturi, alla malinconia si accompagna una forma di accettazione e una ricerca di una speranza in mezzo all'incertezza. Da punto di vista musicale è una ballata che rappresenta il versante più elegiaco e contemplativo del disco; è costruito su un andamento lento e contemplativo, quasi ipnotico con la sezione ritmica che evita qualsiasi slancio rock tradizionale: batteria e basso procedono con misura creando sospensione temporale. Il brano sembra muoversi in cerchi concentrici, come un ricordo che continua a riaffiorare con tastiere atmosferiche e sintetizzatori che costruiscono un ambiente sonoro avvolgente, quasi nebbioso. È una scelta che richiama certe produzioni dream-pop e ambient, contribuendo a quella sensazione di "strano clima" emotivo suggerita dal titolo. Anche la voce di Jez Williams appare particolarmente trattenuta: non cerca il pathos o l'enfasi, ma adotta un registro sommesso e riflessivo, malinconico. La melodia si apre solo al ritornello ma senza esagerare, per non rovinare la sensazione di attesa e di rimando.
Il tempo che passa e l’impossibilità a trattenere ciò che amiamo rimane il tema principale anche di “Last Year's Man ponendo l’accento sull'accettazione del cambiamento. “L'uomo dell'anno scorso” non è semplicemente una persona invecchiata, ma qualcuno che guarda a sé stesso nel passato e si rende conto di non essere più quello di prima, senza rabbia, senza rimpianti assoluto, consapevole di aver fatto ciò che era possibile. Le scelte compositive ancora una volta si orientano sulla forma ballata ritmica, lenta e riflessiva, con tastiere soffuse e chitarre appena accennate che accompagnano la voce confidenziale, da dialogo interiore.
Niente accelerazioni, niente esplosioni emotive ma un bustrofedico movimento costante che richiama lo scorrere inesorabile del tempo.
Ottimi anche tutti gli altri brani, che mantengono un’elevata qualità compositiva e una notevole freschezza. Un’ottima prova, caratterizzata da un suono personale e immediatamente riconoscibile, che conferma la maturità di una band ormai capace di ritagliarsi un posto tra i grandi classici della scena britannica
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Doves

Jimi Goodwin – voce (1, 3, 5, 7–10), basso (6–8), programming (8, 9); batteria, chitarra (8); sintetizzatore (9), background vocals 
Jez Williams – voce (2, 4, 10), chitarra, basso (1–5), (1–3, 5–8, 10), arrangiamento violini (1, 2, 4, 6, 10), programming (1, 2, 9), sintetizzatore (1, 4, 5, 8, 10), background vocals 
Andy Williams – voce (2, 6), batteria (1–5, 9), programming (1, 2), , keyboards (1, 9), lead vocals (2, 6), percussion (3–10), armonica (6), background vocals (1, 3, 4, 6, 8–10)

Con:
Elinor Gow – violoncello (1, 2, 4, 6, 10)
Jayne Coyle – viola (1, 2, 4, 6, 10)
Belinda Hammond – violino (1, 2, 4, 6, 10)
Hannah Groarke-Young – violino (1, 2, 4, 6, 10)
Martin Rebelski – tastiere (1, 2, 5, 6, 9, 10)
Fredrik Björling – batteria (track 7)
Matt Colton – mastering
Dan Austin – produzione e missaggio (8)
Seadna McPhail – engineering (1, 2, 4, 6, 10)
Martin King – engineering (3)

Anno: 2025
Label: EMI north.
Genere: Brit pop

tracklist

01.  Renegade
02.  Cold Dreaming
03.  In the Butterfly House
04.  Strange Weather
05.  A Drop In The Ocean
06.  Last Year’s Man
07.  Stupid Schemes
08.  Saint Teresa
09.  Orlando
10. Southern Bell










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