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“Strumenti dell’Indugio” di Glomarì è un lavoro che si sottrae deliberatamente alla frenesia del presente e sceglie la via obliqua della sospensione dell’incredulità: abita una dimensione altra, un tempo dilatato, quasi liturgico, in cui l’ascolto si fa gesto consapevole, atto attivo, introspettivo, persino trasformativo.
Un disco con una forte connotazione Cantautorale (con la C maiuscola) per la centralità e la forza dei testi che non accompagnano ma fondano, orientano, scavano. Un concept che si offre come “Teatro dell’Anima”: non semplice immagine, ma vocazione dichiarata. Ogni brano si apre come una scena, ogni arrangiamento respira come una scenografia invisibile, ogni parola si fa simbolo, ogni nota sfumatura imprescindibile nella tessitura dell’opera. Ne emerge un disco coerente e immersivo, che non si lascia solo consumare nell’ascolto, ma chiede di essere percorso e attraversato, vissuto, interiorizzato; e mentre ciò avviene scivola oltre il cuore e si deposita nelle pieghe dell’inconscio. Dal punto di vista musicale i brani si susseguono come un intreccio sottile tra un raffinato folk e un’elettronica mai ornamentale o accessoria. Le parti acustiche, sottolineate da una flebile chitarra, quasi trattenuta, e da eleganti sezioni d’archi, riportano alla consistenza della terra, alle radici che evocano provenienza e memoria mentre quelle elettroniche aprono varchi e introducono verso una dimensione onirica, fantasmatica e sospesa, talvolta straniante. A coagulare e trasfigurare questa materia è la voce di Glomarì: mobile, cangiante, capace di scivolare dalla melodia al parlato, dal timbro più nudo al falsetto con una naturalezza che ha qualcosa di organico, come se ogni passaggio fosse già scritto nel respiro stesso del brano. Un dialogo continuo che rispecchia perfettamente l’idea, spesso dichiarata dall’artista, della ricerca di una coincidenza tra suono e visione: musica e parole che non accompagnano le immagini, ma le generano. È una scrittura sonora che tende all’evocazione più che alla narrazione lineare; un fumetto fantasy che rivendica un proprio status rispetto alla semplice illustrazione (non a caso il disco è dedicato al grande visionario Jodorowsky). Dopo l’introduttiva “Chiamata alle arti”, inno ad un mondo in cui l’immaginazione prevalga sulle minacce alla realtà, il fulcro emotivo del disco è la seconda traccia, “Il Teatro dell’Anima”, che esplicita la poetica dell’intero progetto: un invito a non fuggire dalle proprie ombre, ma a frequentarle. Un gesto quasi sovversivo, un atto di resistenza contro la superficialità, che si traduce nella volontà di accettare e integrare incertezze e contraddizioni nella propria esistenza. I brani si susseguono come stanze di uno stesso paesaggio interiore, custodendo una medesima, rarefatta tensione e un climax che non esplode, ma si avvolge su sé stesso. Affiora la sibillina “Chi ha potato le siepi del labirinto?”, elogio del diritto allo smarrimento, alla deriva fertile non frequentato; quindi “L’ultimo esemplare di quagga”, inno alle sensibilità irregolari, creature dell’invisibile ormai prossime alla sparizione. Si apre poi la parentesi ironica e insieme utopica de “Il monte ore”, che incrina la grammatica del tempo produttivo, mentre “Calicantus” disobbedisce al calendario e fiorisce fuori stagione, accanto alle “7 porte”, soglie da attraversare per negoziare con la propria ombra e la propria spiritualità. Bellissima poi “Una festa al capezzale”, un gioiellino esperienziale sospeso e straniante, quasi un sussurro che si fa visione: un caleidoscopio di apparizioni che accompagna verso “Un uovo mondo” e “Dopo il segnale acustico”, campo di atterraggio del disco verso una quiete nuova, come un respiro trattenuto che torna, fragile, a farsi inizio. Il tutto a comporre una dimensione “architettonica” – quella che Glomarì definisce “architettura dell’anima” – in cui le canzoni si offrono come spazi stratificati e percorribili, luoghi da attraversare più che da ascoltare. Edifici in cui gli elementi simbolici e sonori si legano e risuonano tra loro come in una città interiore, una infrastruttura urbana vissuta, fatta di rimandi, di echi, di passaggi, di incontri. Un disco impegnativo per scelta, che chiede ascolti ripetuti e una disposizione non comune: lasciarsi sorprendere, sostare oltre la superficie, abitare il suo immaginario simbolico. Non cerca la dinamica, ma la compostezza dell’intimità; non incalza, ma accoglie, offrendo una sedia su cui sedersi e fare esperienza della reminiscenza mentre attorno il mondo si consuma nella corsa verso obiettivi illusori. Glomarì ci ha donato un’opera rara nel panorama contemporaneo, un percorso che chiede adesione più che consenso, e proprio per questo merita di essere seguito con pazienza e abbandono
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Glomarì: voce, chitarra, ukulele
con Francesca Scigliuzzo: violoncello Lorenzo Novelli: viola e violino Massimo Moretti: pianoforte Riccardo Catria: tromba Giacomo Caraffini, Sara Canei, Alex Canei: mandolini Bernardo Marconi, Francesco Paolo Zienna, Massimiliano Fontanelli, Monica Bertolini, Chiara Tranchina, Silvia Gaiani, Elisa Reggiani, Silvia Reggiani: cori Massimo Palermo: timpani Annalisa Mazzoni: basso Bianca Battilocchi: testo di “sette porte” Banda di Fidenza: soundscape di “Chiamata alle arti”.Remo De Vito: arrangiamento, produzione artistica, registrazione e mix Giuseppe Ielasi: master Cecilia Pellegrini e Alessandro Rizzo: collaboratori in studio
Year: 2026 Label: Nuda Genere: Cantautore, folk elettronica
Tracklist: Chiamata alle Arti! (2:07) Il Teatro dell’Anima (3:36) Chi ha potato le siepi del labirinto (4:54) L’ultimo esemplare di Quagga (4:09) Il Monte Ore (4:00) Una festa al capezzale (3:44) Calicantus (3:41) Sette porte (3:23) Un Uovo Mondo (3:27) Dopo il segnale acustico (1:56)

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