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Il riferimento a Emil Kraepelin, psichiatra tedesco tra i padri della psichiatria moderna e figura centrale nello studio delle patologie degenerative della memoria poi associate al morbo di Alzheimer, non si esaurisce in un rimando storico o nosografico. Esso si configura piuttosto come una soglia concettuale attraverso cui lo spettacolo interroga la fragilità della memoria individuale e collettiva. In questa prospettiva, l'opera eccede la dimensione della malattia per farsi dispositivo di indagine sull’identità europea, sulla sua stratificazione storica e sul rapporto instabile e continuamente rinegoziato che essa intrattiene con il proprio passato, tra rimozione, sedimentazione e deformazione. La regia rifugge deliberatamente ogni seduzione empatica immediata: ogni gesto, ogni pausa, ogni articolazione della scansione temporale dell’azione appare calibrata con rigore quasi ascetico, e proprio questa sottrazione produce un senso di perturbazione persistente. Lo spazio concepito da Paolo Di Benedetto si configura come un organismo astratto e cangiante, una topografia mentale che sembra pulsare in sincronia con le derive interiori delle presenze in scena. In tale ambiente, il disegno luci di Manuel Frenda interviene con incisioni nette, di qualità quasi chirurgica, alternando zone d’ombra e accecanti esposizioni attraverso una pulsazione flickerante, serrata e implacabile, che frantuma la continuità visiva. Questa scansione a impulsi, congiunta a un tessuto sonoro pervasivo e invasivo, genera una pressione sensoriale costante, mai ornamentale, sempre inscritta in una logica drammaturgica ferrea. Fabrizio Bentivoglio articola un corpo attoriale di magnetica densità, trattenuto e insieme attraversato da una vibrazione sotterranea: si configura come luogo di una resistenza silenziosa, come se fosse costantemente attraversato da una forza centrifuga che ne insidia la coesione. Camilla Semino Favro si dispone lungo una traiettoria di fragilità nervosa, irregolare, segnata da improvvisi slittamenti e scarti che incrinano ogni possibile linearità emotiva. Simone Tangolo introduce invece una qualità sfuggente, opaca, difficilmente decifrabile, che agisce come elemento di ulteriore destabilizzazione all’interno di un equilibrio già compromesso. I tre non danno vita a figure psicologicamente compiute, bensì a configurazioni instabili, a stati di coscienza in attrito continuo. Le musiche di Gianluca Misiti rinunciano a qualsiasi funzione di accompagnamento per assumere una natura intrusiva, quasi tattile: si insinuano nello spazio percettivo dello spettatore, lo saturano, lo perturbano. I contributi video di Riccardo Frati amplificano la sensazione di slittamento del reale, senza mai indulgere in un’estetica decorativa, mentre i costumi di Gianluca Sbicca concorrono a definire un’identità sospesa, sottratta a coordinate temporali riconoscibili. Ne emerge un’esperienza che rifiuta ostinatamente la linearità narrativa per orientarsi verso una modalità di fruizione più corporea che interpretativa, più sensoriale che logica. Se da un lato alcune stratificazioni rischiano talvolta di richiudersi in una complessità autoreferenziale, dall’altro è proprio in questa densità opaca che si annida la potenza dell’operazione che si traduce in una ricognizione rigorosa e implacabile della disgregazione identitaria, capace di depositarsi nello spettatore come una traccia persistente, refrattaria a ogni semplificazione. La presente recensione si riferisce alla rappresentazione del 20 marzo 2026 |
Variazioni sul modello di Kraepelin
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