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Han Kang
La vegetariana

Su "La vegetariana" di Han Kang si sono spese molte parole, soprattutto in seguito all'assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura alla sua autrice nel 2024. La critica si è soffermata sul percorso intrapreso dalla protagonista Yeong-hye per purificarsi dal contatto con una realtà brutale e conformista, e in particolare si è insistito su una prospettiva di riscatto femminile nei confronti di una società ottusamente patriarcale.

Tuttavia, a un'analisi più attenta non può sfuggire il carattere profondamente antiumano della vicenda narrata. Il percorso intrapreso dalla protagonista non è semplicemente un distacco dalle convenzioni sociali opprimenti della moderna Corea del Sud, dall'oppressione maschile o dal desiderio carnale, ma dalla condizione umana tout-court. Non è casuale, in questo senso, che anche il cognato, che condivide con lei l'ossessione di purificazione floreale, sia esausto e disgustato dalle immagini di una violenza che appare connaturata all'umanità stessa. Ma il romanzo, in effetti, si spinge oltre: nel rifiuto di Yeong-hye all'alimentazione vi è un rigetto per l'eterotrofia del mondo animale, e un ripiegarsi impossibile sull'autotrofia del regno vegetale. Una simile catarsi, attuata attraverso il diniego prima della propria umanità (intesa da un punto di vista sociale e culturale), e poi della propria animalità (e dunque degli aspetti più propriamente biologici dell'essere umano) non può che avere come esito una morte che, rispetto alla sofferenza che la precede, appare "non poi così terribile". Il romanzo si suddivide in tre parti, che compongono un percorso di distacco progressivo, ma radicale, dalla condizione umana. Nella prima parte, narrata in prima persona dal gelido e ottuso marito Cheong, la protagonista si allontana dall'umanità nella sua componente sociale: la norma alimentare carnivora è sineddoche delle convenzioni sociali soffocanti della società coreana, e il suo rigetto conduce inevitabilmente allo scontro con l'autorità,  rappresentata dalle figure maschili grette e autoritarie del padre e del marito. La seconda parte è quella più enigmatica e disturbante, e contemporaneamente la più suggestiva e interessante del romanzo. Nell'accondiscendenza della protagonista ai desideri sessuali del cognato vi è, in effetti, il superamento dell'umano proprio sul piano del desiderio: ciò che la protagonista desidera non è la soddisfazione di un impulso carnale, ma la propria fusione coi fiori per accedere a una dimensione vegetale (e, dunque, preter-umana) dell'esistenza, in quanto tale scevra da ogni sfumatura volontaristica. La terza parte, che ha per protagonista la sorella In-hye, porta a termine il percorso col rifiuto della componente animale, e quindi biologica, dell'essere umano. Risulta evidente come il percorso delineato abbia più di una consonanza con le pratiche più radicali dell'ascetismo orientale. Ciò che di queste ultime manca, tuttavia, è una qualunque illuminazione: il rifiuto dell'eterotrofia e la "vegetalizzazione" della protagonista hanno come unico esito la morte, e non è casuale che In-hye, pur comprendendo lo stato della sorella, rifiuti di seguirla fino alle estreme conseguenze. Da questo punto di vista, si potrebbe dire che, pur restando identico il percorso di morte volontaria, ciò che in una società premoderna era catartico in quanto costituiva superamento della condizione di immanenza dell'uomo, in una società moderna è invece annichilente in quanto mero rigetto di quella medesima condizione. La chiave di questa differenza potrebbe, forse, risiedere nell'evidente incomunicabilità della situazione della protagonista. Sin da principio, infatti, non ci è dato sapere ciò che si agita nel suo animo, visto che l'intera narrazione si svolge dal punto di vista dei personaggi che la circondano; al lettore è dato soltanto osservare le trasformazioni indotte da una decisione che rimane totalmente interna alla protagonista, inespressa e inesprimibile. E proprio questa radicale incomunicabilità sembra essere sintomatica dell'assenza di un significato condiviso tra i personaggi, e conseguentemente, del carattere nichilista dell'intera vicenda. Alla raffinatezza dell'impianto narrativo fa da contrappunto lo stile secco, tagliente e involuto della scrittura; il continuo ricorrere ad analogie trasmette l'impossibilità di descrivere compiutamente le vicende narrate; si potrebbe quasi dire che l'incomunicabilità tra i personaggi ha un suo specchio in quella tra l'autrice e i suoi lettori; se ciò sia un pregio o un difetto, sta al lettore stabilirlo.

 



Autore: Han Kang
Titolo: La vegetariana
Editore: Adelphi

Formato: 12,6 x 19,5
Pagine: 177
Uscita: 2019
ISBN: 9788845931215
Prezzo: 17,10 €


Han Kang nasce a Gwangju nel 1970. Dopo la laurea in letteratura all'Università Yonsei, esordisce nel 1993 con la pubblicazione di cinque componimenti poetici. Ha pubblicato otto romanzi, tre raccolte di racconti e una raccolta di poesie. Nel 2016, quasi dieci anni dopo la sua pubblicazione, il suo romanzo "La vegetariana" vince il prestigioso International Booker Price. Nel 2024 diventa la prima autrice sudcoreana a vincere il Premio Nobel per la Letteratura. In Italia è pubblicata per i tipi di Adelphi.

 


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