Underground

Prophexy
Alconauta

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Scritto da Gianluca Livi Martedì 08 Settembre 2015 17:02

Autoprodotto - 2008 - Italia
Molto volentieri recupero questa datata recensione di un passato lavoro dei PropheXy, ottima band in cui milita il nostro prezioso collaboratore Gabriele Martelli. Va precisato che all'epoca in cui scrissi la suddetta recensione, non solo Gabriele non era entrato nella redazione di A&B (il suo ingresso, infatti, si sarebbe verificato ben 6 anni dopo), ma io e lui non ci conoscevano affatto. La recensione fu pubblicata per la prima volta nel n. 39, anno 2009, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, ed è qui riportata su mia gentile concessione.

Come i PropheXy siano arrivati – partendo 2 anni fa da un demo ricco di idee ma assai ingenuo – a fare da spalla per Anekdoten e Le Orme nelle loro recenti esibizioni in nord Italia, lo si capisce ascoltando Alconauta, loro ultima fatica discografica. La band si presenta oggi in termini di estrema originalità, proponendo musica assai dinamica che attinge dal repertorio italiano dei seventies, un po’ alla maniera de Il Biglietto per l’Inferno, con ritmi frequentemente irregolari (forse anche troppo) e continui cambi di tempo, nonché motivi portanti improvvisamente interrotti o caratterizzati da dissonanze e asprezze, sulla scorta del secondo lavoro del Balletto di Bronzo. È estremamente azzeccata la scelta di adottare un flauto incantato, estemporaneo, quasi impalpabile, magistralmente contrapposto all’irruenza della musica tutta. Va citato, a tal proposito, il brano Tritone, uno dei migliori dell’intero lavoro, nel cui intermezzo centrale riecheggiano magistralmente almeno 3 influenze di grosso peso: l’eterea postura della PFM di River Of Life; la delicatezza sognante della compagine Canterburyana; il lirismo soffuso dei primissimi Ezra Winston. Peccato che non ce ne siano altri, di momenti come questi. Il vocalist, infine, è decisamente migliorato: il suo modo di cantare ricorda qualcosa del Peter Hammil più lirico, sebbene non abbia del tutto abbandonato la propensione al tono monocorde, che tanto aveva infastidito nel primo lavoro discografico. Talune linee melodiche da egli proposte, inoltre, appaiono tutt’altro che azzeccate, come in Babba, un brano che altrimenti sarebbe perfetto, con i suoi studiati bilanciamenti tra le orientaleggianti soluzioni tastieristiche tanto care agli Ozric Tentacles e l’esaltazione rockettara di gruppi come il Rovescio Della Medaglia e il già citato Biglietto.



 

Nu Indaco
Su Mundu

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Scritto da Gianluca Livi Martedì 08 Settembre 2015 16:12

Helikonia / Routes - 2009 - Italia

Fondati nel ‘92 dal polistrumentista Mario Pio Mancini e dal chitarrista del Banco, Rodolfo Maltese, gli Indaco rappresentano una delle realtà musicali maggiormente significative del nostrano underground etnico, autore di ben 9 titoli tra LP, DVD e CD (di cui uno, Flying with the Chakras, a nome del solo Mancini): una meta ragguardevole per una band che ha operato in contesti esclusivamente indipendenti. Nel 2006, quella che doveva apparire come la celebrazione dei dieci anni di attività del gurppo, ha assunto le vesti di un epitaffio visto che il complesso si è quasi sfaldato: da una formazione già provata da numerosi cambi di organico, si allontanava anche Mancini che, quasi immediatamente, dava vita ad un progetto chiamato Ypsos (il cui splendido esordio è stato recensito sul n. 34 della rivista), sempre proteso verso suoni di matrice etnica, sebbene maggiormente rarefatti ed intimisti. Terminata questa esperienza, oggi il musicista dà vita ad un nuovo ensemble che ribattezza Nu Indaco (nu è la contrazione della parola inglese new), quasi a voler testimoniare l’inizio di un nuovo cammino, senza per questo dover necessariamente rescindere il legame con un passato discografico di indiscutibile valore artistico. I 15 brani che compongono l’album, infatti, si palesano come genuina e attendibile espressione della tradizione “indachiana”, peraltro tributata con la riproposizione di 4 vecchi cavalli di battaglia (Salentu, Spezie, Su Nuraghe, Ascea), sebbene in chiave rivisitata talché, spesso, le musiche assumono il sapore della novità. Un combo di 7 musicsti, accompagnati da innumerevoli ospiti (tra cui Enzo Gragnaniello, Luigi Cinque, H.E.R. e Andrea Ra), propone contesti musicali fortemente influenzati da atmosfere mediterranee, sulle quali sono inseriti assoli dissonanti di violino (È fatta notte...), interventi ai fiati dall’evidente retaggio jazz, sapientemente incastonati nelle dinoccolate cadenze di un caldo ritmo reggae (Gilgamesh), e, addirittura, un intervento rap su musiche di stampo squisitamente orientale (Haif), talmente credibile da far apprezzare questo genere anche a chi, come lo scrivente, lo odia visceralmente. E, dulcis in fundo, Velia, cantata magistralmente da Gragnaniello, possiede il potenziale dell’hit di successo visto che ha il raro pregio di unire due elementi tra loro apparentemente inconciliabili: il gusto appagante della cultura e una spontanea, sana, genuina orecchiabilità da classifica 
(Recensione apparsa sulle pagine di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, anno 2009, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).



 

The Piano Rooms
Early Mornings

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 06 Settembre 2015 18:22

Il nome di Francesco Gazzara è certamente noto in contesti più vicini all’acid jazz, ove ha operato con i Gazzara e gli Hammond Express, con i quali ha inciso la bellezza di 5 lavori (in One, il primo album, era presente James Taylor, mentre The spirit of summer ha venduto la ragguardevole cifra delle dieci mila copie). Nel primo lavoro solista, intitolato The Piano Room, egli abbracciava la causa eterea del suono minimalista al pianoforte, accompagnato di volta in volta da uno strumento diverso: sassofono, flauto, fagotto, corno inglese, contrabbasso, violoncello, organo, mellotron e hammond. Oggi, a distanza di poco meno di un anno, abiurata la formula delle collaborazioni esterne, l’artista romano riduce ad un trio la sua formazione, ribattezzata proprio con il titolo dell’esordio, e partorisce un album che, in linea con il recentissimo passato, evoca atmosfere pastorali, romantiche, intense, peraltro impreziosite da una vaga e soffusa influenza jazz. Ancora una volta, l’artista agisce in territori perfettamente compatibili con le ambientazioni fantasiose dello scenario progressivo, in particolare della compagine genesisiana tipica degli esordi (sono assai ricorrenti i fraseggi al pianoforte del primo Tony Banks) e della rarefatta visuale di Canterbury, di cui vengono evocate le ricorrenti atmosfere mistiche e contemplative in chiave squisitamente acustica. Una produzione italiana di ragguardevole valore artistico che conferma l’eterogeneità di un’artista polivalente ed eterogeneo, capace di perseguire (ed ottenere) pregevoli risultati in contesti variegati e apparentemente distanti tra loro. (Recensione apparsa sul n. 37, anno 2008, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).

Inserire il voto in centesimi, ad es: 70/100


 
 

Angelo Olivieri
Oidè

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 06 Settembre 2015 18:18

Costituito da 9 musicisti attinti dalla scena romana, l’Oidé Ensemble nasce nel 2003, per volontà di Angelo Olivieri, compositore e trombettista eclettico, principalmente votato alla musica improvvisata e alla sperimentazione di genere. In quest’ultima fatica, egli offre sonorità policrome cha spaziano dalla ballad coltraniana (Come d’Autunno e Il Valzer di Elisa), alle forme modali e polimodali (Sunday Morning, Oidé e Butchin’), passando anche per risonanze di marcata e radicale improvvisazione (Prima di andare). Nei dodici brani, tutti composti da Olivieri, i musicisti si misurano in territori variegati, spesso anche in combinazioni esecutive contro tendenza per un ensemble del genere, come in Sencillo, brano in cui il suo autore non suona affatto, lasciando spazio solo alla voce e al pianoforte. Oidé è un disco dagli arrangiamenti ben congegnati a metà tra riferimenti al be-bop (l’influenza di Mingus è abbastanza evidente in Butchin’) e soluzioni intimiste e soffuse. Spesso, è anche un genuino esempio di improvvisazione collettiva, ove i musicisti sono votati alla ricerca di insieme, conseguita con tecnica ineccepibile, soprattutto per conto della sezioni ritmica (Roberto Bellatalla al contrabbasso e Marco Ariano alla batteria). Olivieri dal canto suo, pone in essere una leadership discreta, rispettosa, equilibrata: nel già citato Sencillo, ad esempio, il trombettista è completamente assente, ancorché unico autore del brano; in A casa di Alessandro, invece, egli interviene solo nell’epilogo, dimostrando grande gusto estetico e modestia di intenti. Eppure, pur possedendo suggerimenti attraenti, le finalità di alcune sue composizioni appaiano talvolta poco concrete, forse anche a causa della tendenza di tutti i musicisti a creare terreni rarefatti, sperimentazioni vocali, astrazioni utopiche (in tal senso sono rivelatori i lunghi brani Prima di Andare e The last nite). Tutto ciò si traduce, inevitabilmente, in un ascolto non sempre fluido, talvolta leggermente molesto, che rende l’opera non completamente (e facilmente) fruibile.

(Recensione apparsa sul n. 37, anno 2008, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).


 

Alessandro De Angelis/Angelo Olivieri
Nadir

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 06 Settembre 2015 18:12

Nadir “è il frutto di studio e ricerca di un linguaggio nell’universo della musica improvvisata, che parte dal jazz ed arriva alla musica colta e popolare toccando la composizione che, quindi, si fa estemporanea e si concretizza nella ricerca della forma”. Trascritte nel libretto interno, queste parole spiegano la ratio musicale del progetto, una sorta di prodotto multicolore, perfettamente in bilico tra tradizione e musica contemporanea, proposto da una formazione che, coraggiosamente, vede impegnati solo due strumenti: il pianoforte di De Angelis (che occasionalmente suona anche il piano Rhodes) e la tromba di Olivieri. In realtà, la libera improvvisazione di cui si fa cenno poco sopra - e che caratterizza altri lavori del trombettista - è presente solo in due brani, Raimundo e Boppin’, ed è assente nel resto dell’opera, lasciando piuttosto spazio a sonorità di stampo squisitamente minimale, votate alla creazione di ambientazioni rarefatte e snebbiate, che divengono addirittura sussurrate quando De Angelis si dedica al piano Rhodes. Intimista, profonda, spirituale, l’opera è comunque alquanto screziata, attingendo da 4 diversi repertori: a fronte dei 7 brani originali (di questi, preme segnalare almeno The Stars And The Pilgrims, omaggio di Olivieri ad Enrico Rava, uno dei suoi punti di riferimento), altrettanti sono attinti dalla storia del jazz (Goodbye pork pie hat di Mingus e Turn out the stars di Evans), dalla musica classica contemporanea (Pictures of childhood e Round dance, rispettivamente di Aram Khachaturian e Béla Bartók) nonché, inaspettatamente, dalla tradizione popolare europea (Maremma e Raimundo, canto popolare toscano il primo, angolano il secondo).

(Recensione apparsa sul n. 37, anno 2008, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).

 


 
 

Portal Way
Portal Way

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Scritto da Gianluca Livi Sabato 05 Settembre 2015 21:24

Giovanissimi, romani, preparati, i Portal Way esordiscono con un lavoro che è completamente esente da critiche, tanto risulta credibile a livello esecutivo, compositivo e di produzione. Andiamo per gradi: il genere è prog metal; loro sono in quattro; la musica è interamente strumentale. A voler trovare delle influenze è impossibile non citare i Dream Theatre, sebbene siano certamente presenti anche tracce della migliore produzione barocca e magniloquente (quella con predominanza di tastiere che ha fatto la fortuna di gruppi come Elp e Yes), nonché riferimenti all’universo progressivo made in Italy, in particolare gobliniano (ed infatti, alcuni loro brani sarebbero perfetti in contesti cinematografici): Claudio Simonetti sembra essere della partita, soprattutto quando Igor Campitelli si misura con effetti che richiamano il suono dell’organo a canne (The first battle, In the cathedral). A livello ritmico, il chitarrista Andrea Sgrilla è anch’egli vicino alle sonorità del folletto: nell’economia del suono risulta essere parsimonioso, talché le risonanze dure e metalliche non risultano mai predominanti sulla tastiera, esattamente come faceva Massimo Morante venticinque anni fa (negli assolo, invece, ha altri e più moderni punti di riferimento). Completano l’organico il bassista Margo Angeli (in Quick as lighting si palesa con un refrain colmo di tensione emotiva) e Omar Campitelli, batterista talmente competente che potrebbe suonare al posto di Portnoy, non certo nei Dream Theatre, ma senz’altro in gruppi come i Transatlantic o nei lavori solistici di Neal Morse. Peccato che la veste grafica (copertina a parte) sia assai infantile e la durata dell’opera si attesti sui 33 minuti scarsi. La qualità di questo album è parzialmente confermata nella seconda opera discografica,  sempre valida ma di livello inferiore (qui la recensione di A&B).

(Recensione apparsa sul n. 37, anno 2008, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).


 

Ypsos
Oltremare

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Scritto da Gianluca Livi Sabato 05 Settembre 2015 21:20

C’erano una volta gli Indaco, fondati da Rodolfo Maltese e Mario Pio Mancini. Dopo una collaborazione pluridecennale, rotto il sodalizio in termini tutt’altro che amichevoli, Maltese resta alla guida degli Indaco, Mancini fonda gli Ypsos e pubblica quasi immediatamente Oltremare, un cd nel quale, su un substrato folcloristico costruito con strumenti della cultura tradizionale mediterranea, egli innesta arditamente chitarra elettrica, basso, sintetizzatore e sax. È arduo recensire questo lavoro: si rischia di generare incredulità nel dire che, in barba alla prassi etnico-mediterranea, l’opera si compone prevalentemente di brani strumentali; che Calì stratìa to fengàri è un pezzo per sole percussioni, zampogna e sintetizzatore; che in Zambìca, la zampogna a chiave suona su una base funky di chitarra e basso, in assenza completa di batteria ma con ritmi scanditi dal tamburello. C’è da chiedersi, infine, come sia possibile che Malika proietti nella testa dell’ascoltatore degli spunti melodici appena sussurrati atteso che nel brano sono suonati solo ed esclusivamente strumenti percussivi. Ma non trasalga il lettore: l’opera contiene anche soluzioni meno ardite, più vicine alla tradizione folcloristica, proposte da strumenti quali il flauto, la mandola, il bouzouki, il violino. Un esordio convincente, coraggioso, assolutamente inusuale anche per un pubblico già avvezzo di etnica, che auspichiamo non passi inosservato (Recensione apparsa sul n. 34, anno 2008, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).

Band:
Alessandro Mazziotti - flauto, zampogna zoppa, cornamusa, live electronics
Mario Pio Mancini - violino, oud, bouzuki
Leonardo Mattiello - basso, fretless
Federico Stanghellini - chitarra elettrica ed acustica
Andrea Piccioni - percussioni
Gianluca Zammarelli - voce, chitarra battente


 
 

Thrangh
Erzefilisch

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Scritto da Gianluca Livi Venerdì 04 Settembre 2015 21:00

Ve lo ricordate Naked City, splendido album firmato John Zorn risalente al 1990? Si trattava di un opera in cui, senza alcun apparente senso logico, venivano miscelati differenti discorsi musicali: (vari tipi di) jazz, sperimentazione, ambient, addirittura hard-core e grind-core (per i profani, sono forme estreme di metal). Un episodio non facile da digerire – suonato, tra gli altri, da personaggi del calibro di Bill Frisell e Joey Baron – ma che certamente rappresentava un perfetto connubio di generi musicali assai distanti tra loro. Bene, se vi è piaciuta quell’opera, non potete non appezzare Erzefilisch (che a Nekd City si ispira palesemente), eccezionale esordio discografico in cui sono rinvenibili, oltre alle influenze musicali sopra citate, una certa fusion d’assalto, tracce Crimsoniane di metà anni ’70 e il Frank Zappa più ingegnoso e sperimentale. I Thrangh prospettano scenari improbabili e non comuni, distinti in 12 brani strumentali, tutti collegati tra loro, suonati alternando a quelli tipici della formazione jazz (chitarra, basso, batteria e sax), strumenti inusuali come il javanese gong, la baritone guitar, il guitar synth, il didjeridù, il coulisse flute. Questo lavoro – eseguito, peraltro, con tecnica e stili ineccepibili – possiede il potenziale di affascinare tanto un pubblico squisitamente jazz, quanto più marcatamente rock, purché di mentalità assai aperta (vale per gli esponenti di entrambe i generi), amante di inedite commistioni e complesse sperimentazioni (Recensione apparsa sul n. 34, anno 2008, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).


 

Kadavar
Berlin

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Scritto da Gianluca Livi Mercoledì 02 Settembre 2015 21:20

Non ci siamo proprio!
Siamo passati dalla ruvidità dei Black Sabbath seminali del primo album, ad uno stoner rock stantio e involuto.
L'album si compone di pezzi poco incisivi capaci soltanto di lasciare un labile segno, quando lo lasciano.
Il gruppo naviga in un oceano di imbarazzante ordinarietà, adottando una formula abusata che può sperare di colpire l'immaginario di giovani orecchie inesperte ma che non inganna l'ascoltatore più attento e completista.
L'unica cosa che si salva di questo lavoro è la avvincente copertina che, adottando la formula "die cut" (occhiali bucati all'altezza delle lenti), sembra omaggiare l'arte di Helmut Newton facendola passare per le mani di Andy Warhol, per la gioia dei collezionisti feticisti.
E forse, purtroppo, è stata proprio la complessità dell'art-work o le modelle ritratte all'interno della edizione gatefold ad aver distolto le attenzioni e le intenzioni del trio tdesco, a scapito della qualità sonora.


Track Listing
01. Lord Of The Sky
02. Last Living Dinosaur
03. Thousand Miles Away From Home
04. Filthy Illusion
05. Pale Blue Eyes
06. Stolen Dreams
07. The Old Man
08. Spanish Wild Rose
09. See The World With Your Own Eyes
10. Circles In My Mind
11. Into The Night
BONUS TRACK
12. Reich der Träume (Nico cover)

band:
Christoph "lupus" Lindemann - electric guitar, vocals, bass guitar
Simon "dragon" Bouteloup - bass guitar
Christoph "Tiger" Bartelt - drums


 
 

June and the Well
Gudiya

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Scritto da Gianluca Livi Giovedì 27 Agosto 2015 20:41

Secondo lavoro in studio dei June and the Well, gruppo che annovera membri di Miles Apart, Sprinzi, Tante Anna e Suburban Noise (gli ultimi, certamente i più noti, sono stati protagonisti della scena DIY di fine anni ‘90). Non "emo-rock", né "emo-punk", come viene ostinatamente e pomposamente riferito in rete, questo lavoro presenta sonorità molto vicine all'alternative rock di stampo statunitense, spesso devotamente indirizzato alla lezione musicale impartita daigli alfieri del genere alla fine del secolo scorso. In tal contesto, il disco si evidenzia per un sapente bilanciamento tra interessi rivolti alla melodia e una certa attitudine determinata (se non aggressiva, certamente energica). I risultati appaiono decisamente convincenti, mai un volta scontati. Pubblicato dalla giapponese Waterslide Records con un art-work molto accattivante che, con molta coerenza grafica, vede la presenza dell'immancabile "obi", fedele punto di riferimento della tradizione nipponica.


 

Laino
Broken Seed

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Scritto da Gabriele Martelli Giovedì 27 Agosto 2015 20:34

E’ un Mini CD di 6 brani questo esordio discografico del chitarrista e cantante Andrea Laino.
Riunito attorno a sé un ensemble acustico con Gaetano Alfonsi alla batteria, Andrea La macchia al contrabbasso e Diego Cofone al sax baritono e clarinetto basso, l'artista ci propone un sound molto americano nel suo termine più ampio. La chitarra resofonica, la matrice blues ed un cantato a metà strada tra Jeff Buckley e Eddie Vedder sono l’ossatura principale del disco. Non mancano influenze classic rock e qualche momento psichedelico, molto buona anche la padronanza della lingua inglese. Disco consigliato agli irriducibili amanti del suono southern/rock blues che vogliono comunque qualcosa un po’ fuori dai canoni del genere!


 
 

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