Underground

Kidcat Lo-Fi
4 Seasons

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Scritto da Alessandro Splendori Venerdì 18 Settembre 2015 21:10

Secondo Ep, che pare preludere all'uscita di un album di lunga durata, per l'eclettica artista viennese Kidcat Lo-fi, che oltre a cantare e suonare la chitarra acustica, ha realizzato l'artwork di questo piccolo concept sulle stagioni. Si comincia da "Spring is a nasty bitch", un risveglio della natura che si rivela uno strazio se si soffre di allergia. Anche l'estate non è meno pesante, come ci spiega in "Hate summer": il caldo dà fastidio e la città si svuota diventando insopportabilmente noiosa.È quando le foglie cadono "e tutto muore", che ci si può trovare uno stato d'animo più rassegnato e quindi piacevole: è autunno e "Sounds like my favourite season". La stagione dell'amore in questo schema ribaltato non può che essere l'inverno ("Winter love song"), atteso per tutto l'anno, che stordisce ed avvolge col freddo e la neve. Una voce lieve ma impostata costituisce, insieme ad una buona costruzione del sound, la cosa migliore che emerge da questo breve lavoro.Il tema del capovolgimento della percezione delle stagioni è stato ampiamente battuto fin dai primi anni '80, ed anche l'utilizzo di un fuorviante registro musicale gioviale non rappresenta di certo una novità assoluta nel panorama. Bisognerà attendere l'uscita del resto delmateriale per avere un'idea più compiuta del potenziale di questa musicista che non nasconde di trarre ispirazione, in maniera davvero originale, da personaggi del calibro di Trent Reznor dei Nine Inch Nails e Beck.


 

Aisles
4:45 AM

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Scritto da Gianluca Livi Venerdì 18 Settembre 2015 20:14

Presagio Records, 2013.



Disco della piena maturità per i cileni Aisles - qui alla loro terza fatica discografica - perfettamente in grado di tradurre in un linguaggio attuale i fasti del prog anni '70 e i retaggi celebrativi profusi con il successivo movimento new prog.

Quanto al primo, è oltremodo evidente che i Genesis del tardo Gabriel e della formazione con Hackett rappresentano il principale punto di riferimento del sestetto sudamericano: in tal senso, i brani "Callarda Yarura", "4:45 AM" e "Melancholia" appaiono efficacissimi tanto nei loro ricorrenti intimismi prodromici di suggesttivi crescendo a vocazione magniloquente, quanto nell'abile alternanza tra tastiere con sinfonica attitudine e tagliente chitarra solista di stampo sognante.

Più vicino al concetto di (miglior) neoprogressive, è il richiamo ad un certo sound melodico, ma determinato, tipico di band anglosassoni come Pendragon e Pallas, concretizzato nei brani "Back my Strength", "The Sacrifice" e "Sorrow".

E, se da un lato "Hero" fa forcella tra i più fluidi e magnetici Marillion post-Fish e il dinamismo hard prog comune ai primi Rush e Kansas - mai abbandonando i Genesis dei periodi sopra richiamati - "Intermission" rappresenta una geniale commistione tra modernismo e vecchio stile: complesse e affascinanti ritmiche digitali che richiamano quanto profuso dai più elucubrativi King Crimson degli anni 2000, sono perfettamente addolcite da sonorità melodiche che esaltano l'efficacia comunicatica dell'Hackett più ispirato.

L'unico brano debole dell'intero lavoro, "Shallow and Daft" (tristememnte in bilico tra un ossessivo synth-pop che celebra gli infausti anni '80 e il new prog di stampo più beceramente commerciale), non scalfisce minimamente la validità di un album a dir poco ottimo, certamente da annoverare tra le migliori 20 uscite progressive del decennio attualmente in corso.

Voto 90/100


Tracklist
1. 4:45am (4:06)
2. Gallarda Yarura (4:32)
3. Shallow and Daft (4:52)
4. Back my Strength (4:54)
5. The Sacrifice (5:08)
6. The Ship (0:57)
7. Intermission (5:02)
8. Sorrow (6:57)
9. Hero (8:11)
10. Melancholia (10:41)

Band:
Sebastián Vergara - Vocals
Rodrigo Sepulveda - Guitar
Germán Vergara - Guitar
Alejandro Melendez - Keyboards
Daniel Baird-Kerr - Bass
Felipe Candia - Drums

 

 

Muna – Sospesa in volo

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 13 Settembre 2015 15:09



Esordio discografico cantato in italiano che guarda ad un certo rock a metà tra indie e i primi Litfiba, gruppo che comunque, voce a parte, non è clonato bovinamente, ma citato con rispetto.

Sono presenti anche interessanti parentesi liquide ("Ospiti"), non troppo marcate digressioni pop-rock e cantautoriali (rispettivamente in "Sospesa in volo" e “Notte”), sporadiche influenze post-psych (“Viaggio astrale”).
La voce - che canti o si esprima recitando - è marcatamente influenzata dallo stile di Piero Pelù, risultando per questo motivo troppo enfatica, talvolta quasi irritante, proprio come quella del cantante preso a riferimento.
Una più intelligente personalizzazione della proposta vocale - invero non così lontana, con un minimo di sforzo in più - potrebbe far conseguire a questo gruppo più interessanti e concreti risultati.


Band:

Marco Bellone: voce
Giuseppe “Beppe” D’Angelo: chitarra
Luciano Ciamarone: chitarra
Carlo Marzullo: basso
Francesco Faggi: batteria
guests:
Giancarlo “Giank” Di Giammaria: basso
Damiano Cesaroni: batteria

tracklist:
01 – Sospesa in volo
02 –Viaggio astrale
03 – Ospiti
04 – Cannibale
05 – Simbiotica essenza
06 – Santi e demoni
07 – Muta
08 – Ti muoio dentro
09 – Notte
10 – Aeroporto Falcone Borsellino
 
 

Richard J. Aarden
"Stolid & Bruised"

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 13 Settembre 2015 15:02

Seconda prova discografica, a tre anni di distanza, per questo talentuoso chitarrista e pianista di origine olandese che mescola con gusto le attitudini più riflessive degli U2 scevri di stimoli aggressivi e irruenti, con le più recenti espressioni di certo brit-pop introspettivo, molto care ai Radiohead e Coldplay più intimamente protesi.
I primi tre brani sono intrisi di atmosfere votate ad una generale malinconia estatica, pervasi, come sono, da toni vagamente autunnali, mentre gli ultimi due - "Barefoot On Shards" e "All That It Takes" - presentano aperture più solari e cristalline che li rendono vicinissimi alla produzione di Midge Ure di metà anni '90 (a ben vedere, effettivamente, sarebbero stati perfetti nella tracklist del pluriosannato album "Breathe" del 1996).

 


Tracklist
1 – Afloat
2 – Vagabond
3 – Little Sparrow
4 – Barefoot On Shards
5 – All That It Takes


 

Tribraco
Cracking the whip

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Scritto da Gianluca Livi Mercoledì 09 Settembre 2015 10:35

Megasound Records - 2008 - Italia
Per descrivere il funambolismo eclettico dei romani Tribraco è necessario, come già fu per i Thrangh, qualche numero fa, richiamare alla memoria le splendide ed inusuali commistioni sonore svelate in Naked City, indimenticata prova discografica di inizio anni ’90, ad opera dello statunitense John Zorn, anarcoide jazzista e sperimentatore di avanguardistiche propensioni. A parte le incursioni in territori hardcore - che quest’ultimo proponeva in maniera quasi insistente, e che qui, invece, sono del tutto assenti - il quartetto romano si avventura in settori quali il jazz, il rock e il prog con la sicurezza propria dei musicisti di grande maestria tecnica e compositiva. Cosicché, l’opera offre uno spaccato di quel crossover tanto astruso, quanto affascinante, ove sono inspiegabilmente (e perfettamente) sintetizzati la composizione impostata e la libera improvvisazione, entrambe collocate ai lati di quella immaginaria linea di confine che separa due realtà molto distanti tra loro, quali il rock strutturato e il jazz sperimentale. In tale atipica realtà musicale, si muovono liberamente, in alternanza o congiuntamente, comunque sempre coraggiosamente, sonorità acustiche od elettriche, ritmi sincopati o soluzioni atmosferiche, riff asciutti od effetti sonori, percussioni naturali o vezzi elettronici. Le chitarre di Lorenzo Tarducci e Dario Cesarini, la sezione ritmica composta da Valerio Lucenti e Tommaso Moretti (ai quali si aggiunge il sax soprano di Fabio Mancano in due brani), costruiscono un debutto discografico il cui substrato sonoro è costituito da giochi ritmici (Marco Polo), ambientazioni crimsoniane di metà anni ’70 (Sax song), sperimentazioni sonore di stampo percussivo (ne Il Cucchiaio d’acciaio, ad esempio, vengono suonati dei veri cucchiai metallici da cucina), pura improvvisazione jazz (Benvenuti) e moltissime contaminazioni di genere (Cracking the whipFuga da AlgheroJoe l’asinoThe human cannonball, Salerno-Reggio Calabria). (Recensione pubblicata per la prima volta nel n. 39, anno 2009, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui riportata su gentile concessione dell'autore).



 
 

Solar Orchestra
Hearts at Dusk

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Scritto da Gianluca Livi Mercoledì 09 Settembre 2015 10:27

Megasound Records - 2008 - Italia
Il lettore più attento ricorderà che questo ensemble romano ha aperto in passato i concerti per gruppi blasonati quali Van Der Graaf, Ozric Tentacles, David Cross e Daevid Allen (Gong), riuscendo, quantomeno nell’ultima occasione, a presentarsi in termini talmente convincenti da riuscire addirittura ad offuscare l’“headliners”. La musica che compone questa terza fatica discografica oscilla tra le atmosfere oscure proprie degli Anekdoten (citati con gusto in The Remote Viewer) e i contesti liquidi ed onirici dei Porcupine Tree di inizio anni ’90 (la splendida It Was In Summer, ad esempio, uno dei picchi dell’intero lavoro, sembra fuoriuscita dalle sessions di The Sky Moves Sideways, pregiandosi, peraltro, di interventi acidi alla chitarra di chiaro stampo fripponiano). Ma la band è capace di proporre anche credibili commistioni musicali (come in Hearts at Dusk, ove sembra che i due gruppi di cui sopra abbiano unito le energie in un unico sforzo compositivo), od evadere con caparbia determinazione i confini di questo (pur esteso) range musicale, dirigendosi verso il minimalismo sperimentale ed elettronico in Last ride in Darkness e Once Was Noise, le elucubrazioni nevrotiche di crimsoniana ispirazione in Another Chemical Chain, l’anticonformismo crepuscolare del solo violoncello in Ghost Town. Sono 2 i fattori che elevano questo lavoro a gemma di pregiata fattura: innanzitutto l’indiscutibile capacità compositiva palesata dal combo, verosimilmente frutto della decennale esperienza maturata da alcuni componenti nella Solar Lodge (band con 6 uscite discografiche all’attivo e dalle cui cenerei è nata la Orchestra); in secondo luogo, la scelta di aderire a soluzioni sonore decisamente inusuali, ben palesate dalla voce di Katia Sanna, capace di un’estensione di 4 ottave, o dal competente violoncello di Gianni Pieri, i cui studi classici, sublimati dal diploma al conservatorio, sono oltremodo evidenti. (Recensione pubblicata per la prima volta nel n. 39, anno 2009, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui riportata su gentile concessione dell'autore).

 



 

Prophexy
Alconauta

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Scritto da Gianluca Livi Martedì 08 Settembre 2015 17:02

Autoprodotto - 2008 - Italia
Molto volentieri recupero questa datata recensione di un passato lavoro dei PropheXy, ottima band in cui milita il nostro prezioso collaboratore Gabriele Martelli. Va precisato che all'epoca in cui scrissi la suddetta recensione, non solo Gabriele non era entrato nella redazione di A&B (il suo ingresso, infatti, si sarebbe verificato ben 6 anni dopo), ma io e lui non ci conoscevano affatto. La recensione fu pubblicata per la prima volta nel n. 39, anno 2009, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, ed è qui riportata su mia gentile concessione.

Come i PropheXy siano arrivati – partendo 2 anni fa da un demo ricco di idee ma assai ingenuo – a fare da spalla per Anekdoten e Le Orme nelle loro recenti esibizioni in nord Italia, lo si capisce ascoltando Alconauta, loro ultima fatica discografica. La band si presenta oggi in termini di estrema originalità, proponendo musica assai dinamica che attinge dal repertorio italiano dei seventies, un po’ alla maniera de Il Biglietto per l’Inferno, con ritmi frequentemente irregolari (forse anche troppo) e continui cambi di tempo, nonché motivi portanti improvvisamente interrotti o caratterizzati da dissonanze e asprezze, sulla scorta del secondo lavoro del Balletto di Bronzo. È estremamente azzeccata la scelta di adottare un flauto incantato, estemporaneo, quasi impalpabile, magistralmente contrapposto all’irruenza della musica tutta. Va citato, a tal proposito, il brano Tritone, uno dei migliori dell’intero lavoro, nel cui intermezzo centrale riecheggiano magistralmente almeno 3 influenze di grosso peso: l’eterea postura della PFM di River Of Life; la delicatezza sognante della compagine Canterburyana; il lirismo soffuso dei primissimi Ezra Winston. Peccato che non ce ne siano altri, di momenti come questi. Il vocalist, infine, è decisamente migliorato: il suo modo di cantare ricorda qualcosa del Peter Hammil più lirico, sebbene non abbia del tutto abbandonato la propensione al tono monocorde, che tanto aveva infastidito nel primo lavoro discografico. Talune linee melodiche da egli proposte, inoltre, appaiono tutt’altro che azzeccate, come in Babba, un brano che altrimenti sarebbe perfetto, con i suoi studiati bilanciamenti tra le orientaleggianti soluzioni tastieristiche tanto care agli Ozric Tentacles e l’esaltazione rockettara di gruppi come il Rovescio Della Medaglia e il già citato Biglietto.



 
 

Nu Indaco
Su Mundu

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Scritto da Gianluca Livi Martedì 08 Settembre 2015 16:12

Helikonia / Routes - 2009 - Italia

Fondati nel ‘92 dal polistrumentista Mario Pio Mancini e dal chitarrista del Banco, Rodolfo Maltese, gli Indaco rappresentano una delle realtà musicali maggiormente significative del nostrano underground etnico, autore di ben 9 titoli tra LP, DVD e CD (di cui uno, Flying with the Chakras, a nome del solo Mancini): una meta ragguardevole per una band che ha operato in contesti esclusivamente indipendenti. Nel 2006, quella che doveva apparire come la celebrazione dei dieci anni di attività del gurppo, ha assunto le vesti di un epitaffio visto che il complesso si è quasi sfaldato: da una formazione già provata da numerosi cambi di organico, si allontanava anche Mancini che, quasi immediatamente, dava vita ad un progetto chiamato Ypsos (il cui splendido esordio è stato recensito sul n. 34 della rivista), sempre proteso verso suoni di matrice etnica, sebbene maggiormente rarefatti ed intimisti. Terminata questa esperienza, oggi il musicista dà vita ad un nuovo ensemble che ribattezza Nu Indaco (nu è la contrazione della parola inglese new), quasi a voler testimoniare l’inizio di un nuovo cammino, senza per questo dover necessariamente rescindere il legame con un passato discografico di indiscutibile valore artistico. I 15 brani che compongono l’album, infatti, si palesano come genuina e attendibile espressione della tradizione “indachiana”, peraltro tributata con la riproposizione di 4 vecchi cavalli di battaglia (Salentu, Spezie, Su Nuraghe, Ascea), sebbene in chiave rivisitata talché, spesso, le musiche assumono il sapore della novità. Un combo di 7 musicsti, accompagnati da innumerevoli ospiti (tra cui Enzo Gragnaniello, Luigi Cinque, H.E.R. e Andrea Ra), propone contesti musicali fortemente influenzati da atmosfere mediterranee, sulle quali sono inseriti assoli dissonanti di violino (È fatta notte...), interventi ai fiati dall’evidente retaggio jazz, sapientemente incastonati nelle dinoccolate cadenze di un caldo ritmo reggae (Gilgamesh), e, addirittura, un intervento rap su musiche di stampo squisitamente orientale (Haif), talmente credibile da far apprezzare questo genere anche a chi, come lo scrivente, lo odia visceralmente. E, dulcis in fundo, Velia, cantata magistralmente da Gragnaniello, possiede il potenziale dell’hit di successo visto che ha il raro pregio di unire due elementi tra loro apparentemente inconciliabili: il gusto appagante della cultura e una spontanea, sana, genuina orecchiabilità da classifica 
(Recensione apparsa sulle pagine di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, anno 2009, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).



 

The Piano Rooms
Early Mornings

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 06 Settembre 2015 18:22

Il nome di Francesco Gazzara è certamente noto in contesti più vicini all’acid jazz, ove ha operato con i Gazzara e gli Hammond Express, con i quali ha inciso la bellezza di 5 lavori (in One, il primo album, era presente James Taylor, mentre The spirit of summer ha venduto la ragguardevole cifra delle dieci mila copie). Nel primo lavoro solista, intitolato The Piano Room, egli abbracciava la causa eterea del suono minimalista al pianoforte, accompagnato di volta in volta da uno strumento diverso: sassofono, flauto, fagotto, corno inglese, contrabbasso, violoncello, organo, mellotron e hammond. Oggi, a distanza di poco meno di un anno, abiurata la formula delle collaborazioni esterne, l’artista romano riduce ad un trio la sua formazione, ribattezzata proprio con il titolo dell’esordio, e partorisce un album che, in linea con il recentissimo passato, evoca atmosfere pastorali, romantiche, intense, peraltro impreziosite da una vaga e soffusa influenza jazz. Ancora una volta, l’artista agisce in territori perfettamente compatibili con le ambientazioni fantasiose dello scenario progressivo, in particolare della compagine genesisiana tipica degli esordi (sono assai ricorrenti i fraseggi al pianoforte del primo Tony Banks) e della rarefatta visuale di Canterbury, di cui vengono evocate le ricorrenti atmosfere mistiche e contemplative in chiave squisitamente acustica. Una produzione italiana di ragguardevole valore artistico che conferma l’eterogeneità di un’artista polivalente ed eterogeneo, capace di perseguire (ed ottenere) pregevoli risultati in contesti variegati e apparentemente distanti tra loro. (Recensione apparsa sul n. 37, anno 2008, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).

Inserire il voto in centesimi, ad es: 70/100


 
 

Angelo Olivieri
Oidè

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 06 Settembre 2015 18:18

Costituito da 9 musicisti attinti dalla scena romana, l’Oidé Ensemble nasce nel 2003, per volontà di Angelo Olivieri, compositore e trombettista eclettico, principalmente votato alla musica improvvisata e alla sperimentazione di genere. In quest’ultima fatica, egli offre sonorità policrome cha spaziano dalla ballad coltraniana (Come d’Autunno e Il Valzer di Elisa), alle forme modali e polimodali (Sunday Morning, Oidé e Butchin’), passando anche per risonanze di marcata e radicale improvvisazione (Prima di andare). Nei dodici brani, tutti composti da Olivieri, i musicisti si misurano in territori variegati, spesso anche in combinazioni esecutive contro tendenza per un ensemble del genere, come in Sencillo, brano in cui il suo autore non suona affatto, lasciando spazio solo alla voce e al pianoforte. Oidé è un disco dagli arrangiamenti ben congegnati a metà tra riferimenti al be-bop (l’influenza di Mingus è abbastanza evidente in Butchin’) e soluzioni intimiste e soffuse. Spesso, è anche un genuino esempio di improvvisazione collettiva, ove i musicisti sono votati alla ricerca di insieme, conseguita con tecnica ineccepibile, soprattutto per conto della sezioni ritmica (Roberto Bellatalla al contrabbasso e Marco Ariano alla batteria). Olivieri dal canto suo, pone in essere una leadership discreta, rispettosa, equilibrata: nel già citato Sencillo, ad esempio, il trombettista è completamente assente, ancorché unico autore del brano; in A casa di Alessandro, invece, egli interviene solo nell’epilogo, dimostrando grande gusto estetico e modestia di intenti. Eppure, pur possedendo suggerimenti attraenti, le finalità di alcune sue composizioni appaiano talvolta poco concrete, forse anche a causa della tendenza di tutti i musicisti a creare terreni rarefatti, sperimentazioni vocali, astrazioni utopiche (in tal senso sono rivelatori i lunghi brani Prima di Andare e The last nite). Tutto ciò si traduce, inevitabilmente, in un ascolto non sempre fluido, talvolta leggermente molesto, che rende l’opera non completamente (e facilmente) fruibile.

(Recensione apparsa sul n. 37, anno 2008, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).


 

Alessandro De Angelis/Angelo Olivieri
Nadir

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 06 Settembre 2015 18:12

Nadir “è il frutto di studio e ricerca di un linguaggio nell’universo della musica improvvisata, che parte dal jazz ed arriva alla musica colta e popolare toccando la composizione che, quindi, si fa estemporanea e si concretizza nella ricerca della forma”. Trascritte nel libretto interno, queste parole spiegano la ratio musicale del progetto, una sorta di prodotto multicolore, perfettamente in bilico tra tradizione e musica contemporanea, proposto da una formazione che, coraggiosamente, vede impegnati solo due strumenti: il pianoforte di De Angelis (che occasionalmente suona anche il piano Rhodes) e la tromba di Olivieri. In realtà, la libera improvvisazione di cui si fa cenno poco sopra - e che caratterizza altri lavori del trombettista - è presente solo in due brani, Raimundo e Boppin’, ed è assente nel resto dell’opera, lasciando piuttosto spazio a sonorità di stampo squisitamente minimale, votate alla creazione di ambientazioni rarefatte e snebbiate, che divengono addirittura sussurrate quando De Angelis si dedica al piano Rhodes. Intimista, profonda, spirituale, l’opera è comunque alquanto screziata, attingendo da 4 diversi repertori: a fronte dei 7 brani originali (di questi, preme segnalare almeno The Stars And The Pilgrims, omaggio di Olivieri ad Enrico Rava, uno dei suoi punti di riferimento), altrettanti sono attinti dalla storia del jazz (Goodbye pork pie hat di Mingus e Turn out the stars di Evans), dalla musica classica contemporanea (Pictures of childhood e Round dance, rispettivamente di Aram Khachaturian e Béla Bartók) nonché, inaspettatamente, dalla tradizione popolare europea (Maremma e Raimundo, canto popolare toscano il primo, angolano il secondo).

(Recensione apparsa sul n. 37, anno 2008, di “Musikbox - Rivista di cultura musicale e guida ragionata al collezionismo”, qui pubblicata per gentile concessione dell'autore).

 


 
 

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