Underground

Kpanic
Panic Station

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Scritto da Umberto Guerani Mercoledì 21 Ottobre 2015 21:04

A due anni di distanza dall’esordio, “Asylum”, la formazione umbra dei Kpanic torna in sala d’incisione e sforna un e.p. dai sapori multiformi, che personalmente definirei un misto di grunge con influenze dark wave, un po’ come se gli Alice in Chains si unissero ai Cure.

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Quai Du Noise
Echo Sounder

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Scritto da Daniele Ruggiero Mercoledì 21 Ottobre 2015 20:55

“Echo Sounder” è il nuovo abito elegante dal tessuto elettronico dei Quai Du Noise.

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Amen!
Preghierine

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Scritto da Gianluca Livi Sabato 17 Ottobre 2015 15:09

Ecco un genuino esempio di idee interessanti, sviluppate in maniera tutt’altro che efficace. Gli Amen! vorrebbero farsi cronisti del proprio tempo ma finiscono per lanciare messaggi piuttosto sconfortanti.

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Aziza Mustafa Zadeh
Dance of fire

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Scritto da Bartolomeo Varchetta Martedì 13 Ottobre 2015 21:26

Estrosa, poliedrica, affascinante, intrigante, geniale, Aziza Mustafa Zadeh è una pianista originaria di Baku (Azerbaijan), figlia d’arte, introdotta alla musica fin dalla tenera età dal padre Vagif, jazzista affermato. Stabilitasi in Germania, dove continua a dedicarsi alla ricerca musicale, supportata anche dalla madre Eliza, cantante lirica, oramai è presente sulla scena jazzistica dal 1991. Album jazz/fusion permeato di melodie caucasiche, questo “Dance of Fire” segue a breve distanza un ottimo primo album solista ed un secondo in trio niente meno che con John Patitucci e Dave Weckl. Per la pubblicazione di questo disco l’artista si è avvalsa della collaborazione di artisti del calibro di Al Di Meola (chitarra), Stanley Clarke (basso) e Omar Hakim (batteria), i cui nomi sono, non a caso, in primo piano sulla copertina dell’album. Le aspettative non sono per nulla disattese e gli artisti coinvolti fanno onore alla loro fama.

L’album prende il nome dalla suite iniziale, composta da quattro tracce senza soluzione di continuità dove un Di Meola scoppiettante ed una incisiva Zadeh, fanno a gara tra rocambolesche scale arabeggianti, eseguite a velocità impressionante, spesso proposte tra momenti di dolcezza e calma. Il disco presenta una combinazione di jazz e fusion, amalgamati da uno stile orientale che ne fa un’opera gradevolmente unica, piacevolmente accattivante e, grazie ai suoi esecutori, sempre esaltante. I brani sono un continuo rincorrersi di scale, intervallate da momenti di riflessione, ove giganteggia la Zadeh, che mostra carattere e spessore, cantando peraltro in stile Azerbaijano, riuscendo così nel difficile compito di unire occidente ed oriente. Fuori dagli schemi classici, questo disco merita ascolti ripetuti che sapranno gratificare l'ascoltatore.

Tracce
1. Boomerang
2. Dance of fire
3. Sheherezadeh
4. Aspiration
5. Bana baba gel (bad girl)
6. Shadow
7. Carnival
8. Passion
9. Spanish picture
10.To be continued
11. Father

Formazione
Aziza Mustafa Zadeh - piano
Al di Meola - chitarra acustica
Stanley Clarke - basso elettrico ed acustico
Omar Hakim - batteria
Bill Evans - sax
Kai E. Karpeh de Camargo - basso


 

David Ragghianti
Portland

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Scritto da Daniele Ruggiero Martedì 13 Ottobre 2015 20:43

Portland è un luogo lontano, è il confine di tante emozioni, è un viaggio tra terra e mare, è l'ispirazione di David Ragghianti e dà il nome al suo debutto.
Il cantautore toscano esordisce con un album delicato, dai toni e linguaggi poetici immersi in una musica prevalentemente composta da chitarre.
La produzione artistica è affidata a Giuliano Dottori, che ha partecipato attivamente alla composizione del disco suonando chitarra, pianoforte, mandolino e percussioni.
Nove brani che, in poco più di mezz'ora, compongono un tragitto immaginario, elegantemente descritto dall'autore in chiave pop folk.
“I prati che cercavo” è il pezzo che apre il disco: testo criptico, atmosfere malinconiche e ritmo cadenzato, è il risultato di un buon inizio.
Cullati dalla voce morbida e pacata di David, si colgono i fiori dell'amore, si distinguono i colori accesi di un equilibrio interiore e ci si addentra nella natura, ascoltando l'“eterno canticchiare delle cicale”.
L'artista è a suo agio, disinvolto, lancia l'esca per pescare un sogno che muta in un ritmo reggae raffinato, perso fra echi sulla spiaggia.
Poi la notte ed il ricordo di un sorriso dipinto dai cori di Neith Pincelli, abbellito da un sitar in sottofondo.
La finezza è tutta nel finale: “Raffiche di fuga” è una melodica poesia acustica narrante di un pellegrino che pensa al domani affacciandosi sul paesaggio di “luci accese con le finestre appese sul mare”.
Portland è la meta di questo viaggio rilassante o, più probabilmente, una tappa, perchè David Ragghianti non si fermerà, camminerà ancora e ancora.

ITALIA
CAIPIRA RECORDS/MUSICA DISTESA
2015

Tracklist:
I prati che cercavo
Amsterdam
Dove conduci
Occhi asciutti
Tema del filo
Se non ti ammali mai
Pause estive
300 Anni
Raffiche di fuga

Formazione:
David Ragghianti: chitarra acustica, voce
Giuliano Dottori: chitarre, pianoforte, mandolino, percussioni, batteria, cori
Mattia Pittella: batteria
Nico Turner: batteria
Mauro Sansone: percussioni
Neith Pincelli: cori


 
 

Outlaws
Green Grass And High Tides Forever Live

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Scritto da Gianluca Livi Venerdì 09 Ottobre 2015 21:25

 

Gli Outlaws sono un gruppo grandioso, forse più valido di gruppi ben più conosciuti. Originari di Tampa, in Florida, sono certamente una delle più alte espressioni dell'hard southern al mondo.
Tuttavia, questo cd - edito dalla misconosciuta label Deadline Music nel 2013 - è veramente indecente. Innanzitutto si tratta di un EP, circostanza neanche segnalata in copertina. La cosa si traduce in soli quattro brani per un totale di poco più di 20 minuti.
Non è finita: se è vero che ci sono i tre brani più conosciuti del gruppi più una bella (e apparentemente inedita) versione di "Sweet Home Alabama", va purtroppo evidenziato che gli stessi non sono ottimamente mixati: gli applausi sono totalmente asportati sia in entrata, sia in uscita, con il risultato che qualche frammento di musica è stato immancabilmente tagliato, anche in questo caso all'inizio e alla fine di ogni brano. Il libretto è privo delle più elementari indicazioni, talchè non è dato sapere quale sia la formazione coinvolta e il luogo ove i brani furono registrati.
Il prezzo (poco meno di 8,00 euro, sulla piattaforma Amazon) e la qualità tecnica manifestata dalla band - che si traduce in esecuzioni ottime e avvincenti - non giustificano tuttavia l'acquisto del prodotto. Non ci sono gli estremi per segnalare questo disco anche ai completisti del gruppo, purtroppo.


tracklist
1. Green Grass and High Tides - 9:46
2. Hurry Sundown - 4:21
3. (Ghost) Riders In the Sky - 5:41
4. Sweet Home Alabama - 4:46

 

Saint Huck
Broken Branches

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Scritto da Roberto Cangioli Venerdì 09 Ottobre 2015 21:00

“Broken Branches” è il progetto solista di Livio Lombardo, alias Saint Huck (nome d’arte preso dall’omonima canzone di Nick Cave), già chitarrista e cantante dei Fräulein Alice, band siciliana shoegaze con cui ha registrato nel 2012 l’album "I Love You Lucilia".

Da quell’esperienza l’autore ha raccolto alcune atmosfere e si è riappropriato di alcuni brani che erano stati scritti appositamente per quel periodo. Per questo motivo “Broken Branches”, disco maturato in cinque anni (anche se come afferma Saint Huck, è stato registrato a Ragusa quasi in diretta, con la supervisione di Carlo Natoli), risente dell’esperienza pregressa dell’autore sin dal primo “Breaking Branches”, rami spezzati con un passato non molto lontano.

Tenui acquarelli armonici che delineano atmosfere rarefatte, in una clima al limitare del sogno. Questa è l’impressione di ritorno ascoltando i 9 episodi che compongono questo primo lavoro firmato Saint Huck; centellinati gli effetti elettronici, che invece lasciano spazio a molta acustica in cui la chitarra, ma anche mandolino e il banjo sono preponderanti, suoni apparentemente puliti si amalgamano ad altri contaminati, distorti e per questo, vivi, come in “The Deepest Sea”, forse il brano più emblematico dell’album.

Track list:
1 Breaking Branches
2 Christine
3 The Deepest Sea
4 Hidden Words
5 Hangover
6 Flower
7 Glory Not Found
8 Memories From A Grotesque Landscape
9 Reef

Credits:
Livio Lombardo – voci, chitarre elettriche, chitarre acustiche, mandolino, organo, synth
Carlo Natoli – basso, slide guitar, mandolino, organo, synth, voce in “Reef”
Sebastiano Cataudo - Batteria
Sergio Occhipinti - chitarre elettriche in “Hidden Words” e “Glory not Found”
Antonio Aiello – contrabbasso in “Flower” e “Glory not Found”
Vincent Migliorisi – mandola in “The Deepest Sea”, banjo in “Memories from a Grotesque Landscape”
Stefano Meli – slide guitar in “Hidden Words”
Enzo Velotto – organo in “Hidden Words”
Nicoletta Fiorina – clarinetto in “Reef”


 
 

Federico Cimini
Pereira

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Scritto da Daniele Ruggiero Domenica 04 Ottobre 2015 13:09

A due anni di distanza dal primo lavoro, “L'importanza di chiamarsi Michele”, esce il secondo disco di Federico Cimini, cantautore cosentino classe '88, intitolato “Pereira”.
Per riassumere l'album citerei l'ultima strofa dell'omonima canzone: «le canzoni fanno la rivoluzione o quello che gli va». Questo è il messaggio spensierato dell'artista che ci porta in un mondo senza pretese, in cui racconta se stesso e ciò che lo circonda in chiave ironica e scanzonata.

Ispirato all'opera più famosa di Antonio Tabucchi, “Sostiene Pereira”, è un disco interessante, caratterizzato da diverse sonorità ricercate, che vanno dal pop al jazz, dallo ska alla ballata.
Si alternano chitarra, mandolino, pianoforte, strumenti a fiato ed un synth.
L'artista è bravo a destreggiarsi con la sua voce dalla timbrica piacevole e graffiante che, in alcuni brani, ricorda sorprendentemente un acerbo Rino Gaetano.

Federico Cimini è un menestrello moderno, racconta, spesso in rima, storie che parlano di adolescenza, che soffrono d'amore ed è abile ad orchestrarle con fantasia.
Narra di luoghi dove non ci sono né buoni né cattivi, esprime desideri, perde il sole, la faccia, le scarpe, ma continua a camminare lasciandosi alle spalle una fotografia, sperando in un mondo diverso.
Ad arricchire gli undici brani ci sono due divertenti camei con gli amici Simone Cristicchi e Kutso.
“Pereira” (pero in italiano) è un frutto succoso e colorato, dal gusto zuccherino, facile da cogliere e Federico ha mostrato ottime capacità nel coltivarlo.
Un disco che rallegrerà la vostra giornata.

 

Tracklist
Bianca
Pereira
Come Fare
Pelleliscia
L'assassino
Stella Cadente
Blu
Maria
Quel Giorno In Cui Credevo (di essere normale e invece mi sono dovuto nascondere)
Bruno L'erede Di Pino
Il Mondo Diverso

Formazione
Federico Cimini: voce, chitarre acustiche, tastiera e cori
Mirko Onofrio: flauto, clarinetto e cori
Antonio D'Amato: mandolino, bassi e cori
Giacinto Maiorca: batteria, pianoforte, piano elettrico, moog e cori
Giorgio Minervino: chitarre elettriche, pianoforte, organo e cori
George Saxon: percussioni, tastiera, pianoforte
Simone Copellini: trombe, flicorno
Kutso: voce fuori campo in “Bruno l'erede di Pino”
Simone Cristicchi: voce fuori campo in “Pelleliscia”

 

 

Kidcat Lo-Fi
4 Seasons

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Scritto da Alessandro Splendori Venerdì 18 Settembre 2015 21:10

Secondo Ep, che pare preludere all'uscita di un album di lunga durata, per l'eclettica artista viennese Kidcat Lo-fi, che oltre a cantare e suonare la chitarra acustica, ha realizzato l'artwork di questo piccolo concept sulle stagioni. Si comincia da "Spring is a nasty bitch", un risveglio della natura che si rivela uno strazio se si soffre di allergia. Anche l'estate non è meno pesante, come ci spiega in "Hate summer": il caldo dà fastidio e la città si svuota diventando insopportabilmente noiosa.È quando le foglie cadono "e tutto muore", che ci si può trovare uno stato d'animo più rassegnato e quindi piacevole: è autunno e "Sounds like my favourite season". La stagione dell'amore in questo schema ribaltato non può che essere l'inverno ("Winter love song"), atteso per tutto l'anno, che stordisce ed avvolge col freddo e la neve. Una voce lieve ma impostata costituisce, insieme ad una buona costruzione del sound, la cosa migliore che emerge da questo breve lavoro.Il tema del capovolgimento della percezione delle stagioni è stato ampiamente battuto fin dai primi anni '80, ed anche l'utilizzo di un fuorviante registro musicale gioviale non rappresenta di certo una novità assoluta nel panorama. Bisognerà attendere l'uscita del resto delmateriale per avere un'idea più compiuta del potenziale di questa musicista che non nasconde di trarre ispirazione, in maniera davvero originale, da personaggi del calibro di Trent Reznor dei Nine Inch Nails e Beck.


 
 

Aisles
4:45 AM

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Scritto da Gianluca Livi Venerdì 18 Settembre 2015 20:14

Presagio Records, 2013.



Disco della piena maturità per i cileni Aisles - qui alla loro terza fatica discografica - perfettamente in grado di tradurre in un linguaggio attuale i fasti del prog anni '70 e i retaggi celebrativi profusi con il successivo movimento new prog.

Quanto al primo, è oltremodo evidente che i Genesis del tardo Gabriel e della formazione con Hackett rappresentano il principale punto di riferimento del sestetto sudamericano: in tal senso, i brani "Callarda Yarura", "4:45 AM" e "Melancholia" appaiono efficacissimi tanto nei loro ricorrenti intimismi prodromici di suggesttivi crescendo a vocazione magniloquente, quanto nell'abile alternanza tra tastiere con sinfonica attitudine e tagliente chitarra solista di stampo sognante.

Più vicino al concetto di (miglior) neoprogressive, è il richiamo ad un certo sound melodico, ma determinato, tipico di band anglosassoni come Pendragon e Pallas, concretizzato nei brani "Back my Strength", "The Sacrifice" e "Sorrow".

E, se da un lato "Hero" fa forcella tra i più fluidi e magnetici Marillion post-Fish e il dinamismo hard prog comune ai primi Rush e Kansas - mai abbandonando i Genesis dei periodi sopra richiamati - "Intermission" rappresenta una geniale commistione tra modernismo e vecchio stile: complesse e affascinanti ritmiche digitali che richiamano quanto profuso dai più elucubrativi King Crimson degli anni 2000, sono perfettamente addolcite da sonorità melodiche che esaltano l'efficacia comunicatica dell'Hackett più ispirato.

L'unico brano debole dell'intero lavoro, "Shallow and Daft" (tristememnte in bilico tra un ossessivo synth-pop che celebra gli infausti anni '80 e il new prog di stampo più beceramente commerciale), non scalfisce minimamente la validità di un album a dir poco ottimo, certamente da annoverare tra le migliori 20 uscite progressive del decennio attualmente in corso.

Voto 90/100


Tracklist
1. 4:45am (4:06)
2. Gallarda Yarura (4:32)
3. Shallow and Daft (4:52)
4. Back my Strength (4:54)
5. The Sacrifice (5:08)
6. The Ship (0:57)
7. Intermission (5:02)
8. Sorrow (6:57)
9. Hero (8:11)
10. Melancholia (10:41)

Band:
Sebastián Vergara - Vocals
Rodrigo Sepulveda - Guitar
Germán Vergara - Guitar
Alejandro Melendez - Keyboards
Daniel Baird-Kerr - Bass
Felipe Candia - Drums

 

 

Muna – Sospesa in volo

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 13 Settembre 2015 15:09



Esordio discografico cantato in italiano che guarda ad un certo rock a metà tra indie e i primi Litfiba, gruppo che comunque, voce a parte, non è clonato bovinamente, ma citato con rispetto.

Sono presenti anche interessanti parentesi liquide ("Ospiti"), non troppo marcate digressioni pop-rock e cantautoriali (rispettivamente in "Sospesa in volo" e “Notte”), sporadiche influenze post-psych (“Viaggio astrale”).
La voce - che canti o si esprima recitando - è marcatamente influenzata dallo stile di Piero Pelù, risultando per questo motivo troppo enfatica, talvolta quasi irritante, proprio come quella del cantante preso a riferimento.
Una più intelligente personalizzazione della proposta vocale - invero non così lontana, con un minimo di sforzo in più - potrebbe far conseguire a questo gruppo più interessanti e concreti risultati.


Band:

Marco Bellone: voce
Giuseppe “Beppe” D’Angelo: chitarra
Luciano Ciamarone: chitarra
Carlo Marzullo: basso
Francesco Faggi: batteria
guests:
Giancarlo “Giank” Di Giammaria: basso
Damiano Cesaroni: batteria

tracklist:
01 – Sospesa in volo
02 –Viaggio astrale
03 – Ospiti
04 – Cannibale
05 – Simbiotica essenza
06 – Santi e demoni
07 – Muta
08 – Ti muoio dentro
09 – Notte
10 – Aeroporto Falcone Borsellino
 
 

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