Gentle Knife
Clock Unwound

Band dal nome evocativo, i Gentle Knife si sono fatti conoscere già nel 2015 con un album omonimo (qui recensito) non molto convincente, non particolarmente significativo nell'esteso panorama progressivo.
Nel 2017, il gruppo si è però ripresentato con questa nuova incisione di livello decisamente superiore.

I due anni passati nel frattempo hanno forse portato consiglio a questi artisti norvegesi che, con una formazione sempre estesa ma leggermente ritoccata, si ripresentano ricalcando nuovamente le tendenze prog anni ‘70, in maniera stavolta più decisa e appetibile.
L'organico è in parte rinnovato perché, rispetto al precedente, oltre ad un sassofonista, si registra l’ingresso di una nuova voce femminile che risponde al nome di Veronika Horven Jensen, in sostituzione di Melina Oz, le cui passate performance canore non erano risultate particolarmente gradite a chi scrive (e non soltanto). In questa nuova incisione, i gorgheggi pseudo-lirici di Melina non sono per fortuna stati emulati da Veronika che, pur senza far gridare al miracolo, è riuscita discretamente, e soprattutto meno invasivamente, ad inserirsi in quelle che sono le linee melodiche piuttosto riflessive e cadenzate che i Gentle Knife amano percorrere.
I duetti con la voce maschile di Hakon Kavil - anch'egli, purtroppo, non sempre efficace, sebbene piuttosto accettabile - sono infatti molto contenuti e decisamente più gradevoli rispetto a quelli onnipresenti che furono della citata Melina.
“Clock unwound” è un rock prog classico di vecchio stampo dalle sonorità morbide, anche se va riconosciuto che, rispetto al passato, la parte strumentale è più vivace, soprattutto per merito di tastiere ricche e stratificate che condiscono fraseggi assai efficaci e vivacizzano in maniera convincente i brani tutti.
Non vorremmo sbagliare, ma, quasi a sottolineare l’evoluzione della band, il nome in copertina è accompagnato da un “II”, come ad evidenziare una nuova incarnazione e un nuovo percorso della band.
Del resto, la meravigliosa copertina di stampo immaginifico, sembra suggellare questa impressione.
In definitiva, se era stata bocciata la loro prima incisione senza mezzi termini, questa seconda fatica va promossa senza dubbio: non certo un capolavoro assoluto, ma buona musica prog rock, non destinata a chi predilige esclusivamente complesse e macchinose elaborazioni stilistiche, ma di sicuro gradimento per coloro che si attestano sulle tranquillizzanti e pastorali ambientazioni dettate dall'intreccio intelligente di flauti, mellotron e sonorità acustiche.
La strada è quella giusta: continuare così!


Formazione:
Astraea Antal: flutes, bagpipe chanter, alto saxophone
Pål Bjørseth: keyboards, flugelhorn, trumpet, viola, alto recorder, backing vocals
Odd Grønvold: bass
Thomas Hylland Eriksen: Tenor saxophone
Veronika Hørven Jensen: vocals
Håkon Kavli: vocals, guitars
Eivind Lorentzen: guitars, synths
Charlotte Valstad Nielsen: alto e baritone saxophone
Ove Christian Owe: guitars
Ole Martin Svendsen: drums, percussion
Brian M. Talgo: mellotron samples, vocals

Tracklist:
01. Prelude: Incipit
02. The Clock Unwound
03. Fade Away
04. Smother
05. Plans Askew
06. Resignation

 


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