Aisles
Hawaii

Gli Aisles sembrano voler conseguire il premio di peggior biglietto da visita, puntualmente ambito con la scelta di titoli e cover infelici e poco rappresentativi. Nel 2013 ci sono riusciti con “4:45”, oggi bissano con “Hawaii”. E' un vero peccato, perchè le musiche continuano ad essere eccellenti.
E' appena il caso di ricordare, infatti, che A&B ebbe modo di definire “4:45” (recensito qui) “disco della piena maturità (.) perfettamente in grado di tradurre in un linguaggio attuale i fasti del prog anni '70 e i retaggi celebrativi profusi con il successivo movimento new prog”.
Tre anni dopo quel lavoro, i nostri paiono assolutamente decisi tanto a lasciarsi alle spalle le influenze genesiane e hackettiane, quanto ad ignorare, con caparbia determinazione, la musica tradizionale cilena (un inciso: per chi invece volesse approfondire questa inusuale commistione, sono largamente consigliati gli immensi Los Jaivas, capaci di attingere da passato culturale del proprio paese percorrendo comunque - e sempre in termini di straordinaria efficacia – suggestivi territori progressivi).

Ed infatti, nel loro quarto album, essi modernizzando maggiormente la proposta musicale previa ottimizzazione della proposta sonora profusa dal movimento neo prog, qui interamente spogliato delle sue fastidiose connotazioni pop, indirizzato, invece, verso un sinfonismo tipo dei seventies, ma efficacemente (ed incredibilmente) asciutto e diretto.
Questo doppio album offre un ottimo spaccato di progressive futuristico, miscelando evidenti elementi europei del passato recente o più datato, propri degli scenari tratteggiati da Pallas, Camel, Rush, Pendragon, Barclay James Harvest, band oggettivamente distanti tra loro, ma tutte incredibilmente suggestive. Quà e là, inoltre, affiora qualcosa dello Steven Wilson solista e dei Van der Graaf Generator meno criptici, entrambi molto ben contestualizzati, seppur in termini di omaggio appena accennato.
Sul piano dei testi – e si arriva alla critica espressa in apertura nei confronti del titolo, unico passo falso dell'intero lavoro – il lavoro è un concept post-apocalittico ambientato nelle colonie spaziali costruito dagli umani a seguito della distruzione della Terra. Un tema interessante, indubbiamente, poco rappresentato, come sopra ampiamente dissertato, dal titolo prescelto e da un copertina iconograficamente assai distante.
In conclusione - titolo e copertina a parte - perfettamente in linea con i commenti più che lusinghieri già espressi dai colleghi in forza alle testate “Prog” e “Raw Ramp” (UK), “Neoprog” (Francia) e “Rockaxis” (Cile), gli Aisles possono certamente essere indicati quali migliori attuali rappresentanti dello specifico genere nel loro paese, capaci, come sono, di guardare allo scenario progressivo di altre nazioni senza snaturare un talento che risulta originale e assai credibile.

Formazione:
Sebastian Vergara: voce
Rodrigo Sepulveda: chitarra
German Vergara: chitarra
Juan Pablo Gaete: tastiere
Daniel Baird-Kerr: basso
Felipe Candia: batteria

Tracklist:
01. The Poet Part I: Dusk
02. The Poet Part II: New World
03. Year Zero
04. Upside Down
05. CH-7
06. Terra
07. Pale Blue Dot
08. Still Alive
09. Nostalgia
10. Club Hawaii
11. Falling
12. In The Probe

 


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