Home Recensioni Masterpiece City Boy - Dinner At The Ritz

City Boy
Dinner At The Ritz

Non sono perfettamente in linea con il giudizio di Giovanni Loria riguardo a questo gruppo inglese (lo ha espresso recensendo il loro album di esordio del 1978).  Ok sul nome insignificante e sul piattume delle loro copertine ma asserire che un loro album "una volta sul giradischi" garantisca soltanto "una mezz'ora di piacevole ascolto", suona molto ingeneroso.
Ascoltate il loro secondo album, "Dinner At The Ritz" - perfetto connubio tra armonie vocali, pop, art rock, hard rock, AOR - e ne capirete il motivo. Vi si susseguono riff accattivanti accompagnati da magistrali finezze vocali (perfettamente in bilico tra le ugole barocche dei primi Queen e le raffinatezze corali dei Supertramp del medesimo periodo storico), cambi di tempo inaspettati, arrangiamenti curatissimi, mai prevedibili.
Non c'è una sola sbavatura in questo album e, ascoltandolo, ci si chiede come sia stato possibile che il gruppo non abbia mai sfondato davvero (la posizione più alta raggiunta nella classifica americana, la n. 170, verrà conseguita proprio con questo album).
"Momma's Boy" è un perfetto esempio di hard rock melodico, peraltro mai stantio, sempre cangiante. "Walk On The Water" permette al gruppo di spiazzzare l'ascoltatore (non sarà l'unica volta), servendogli una intro che pare pescata da un blues canonico che poi coniuga efficacemente con evoluzioni eterogee: un accenno di psych, una chitarra solistica di stampo squisitamente hard rock, passando per un prog avvincente sullo stile dei Kansas. E anche quando il gruppo decide di inserire influenze reggae ("Walk On The Water") il risultato è inaspettato quanto riuscito.
"Dinner At The Ritz" sembra un pezzo pop piuttosto scontato ma è soltanto un tranello: come di consueto, la band propone variazioni importanti sul tema, rimanendo sui binari pop ma in maniera elegante e avvincente, sempre con questa solistica dirompente e i cori magniloquenti.
Il lato due non è da meno: "The Violin" è un lento delicato, forse un tantino più lungo del dovuto (a cercare il pelo nell'uovo, ecco trovato il neo nell'album), mentre "Goodbye Blue Monday" e "State Secrets" (la seconda è una suite divisa in tre movimenti) sono altre gemme caratterizzate da apparente profilo basso: partono entrambi da presupposti piuttosto ordinari ma poi evolvono in termini solari, sterzando, ancora una volta, verso i Supertramp più ispirati. Come al solito, si tratta di una breve illusione: i ritmi cambiano, le musiche prendono forme sempre più diversificate talché il gruppo mai incede sullo stesso ritornello o sulla stessa strofa, arrivando a cambiare repentinamente anche i bridge. Sullo sfondo, queste voci perfettamente coese, corali, dirompenti.
Ascoltando questo disco, non solo si capisce come mai uno come Steve Walsh volle il chitarrista Mike Slamer nei suoi Streets, band post Kansas dal sapore marcatamente hard/AOR, ma anche da chi abbiano attinto gli svedesi Jono, band strepitosa che è riuscita a strappare l'unica votazione massima (100/100) che io abbia mai concesso ad un gruppo (recensione qui).




Lol Mason: voce, cori
Steve Broughton: voce, cori, Autoharp
Mike Slamer: chitarra
Max Thomas: voce, tastiere
Chris Dunn: basso
Roger Kent: batteria, percussioni

Anno: 1076
Label: Vertigo/Mercury
Genere: Hard rock, AOR, art rock, progressive

Tracklist:
01. Momma's Boy
02. Walk On The Water
03. Narcissus
04. Dinner At The Ritz
05. Goodbye Blue Monday
06. The Violin
07. State Secrets - A Thriller
a) State Secrets
b) Heavy Breathing
c) Spring In Peking

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