Deus Ex Machina
Deus Ex Machina

Stampa

Dopo il “periodo nero” degli anni ’80, nei ’90 il progressive rock è in qualche modo risorto: nella variante “metal”, grazie all’operato dei vari Dream Theater, Threshold e Shadow Gallery, in quella più moderna, originata dal successo di Radiohead, Tool e Porcupine Tree e in quella più classica, col pieno recupero delle sonorità in voga negli anni ’70.

 

Anche in Italia, tra la fine degli anni ottanta e i primi novanta, c’è stato un fiorire di band dedite a quei suoni, chi imitando pedissequamente gli act degli anni ’70, chi, invece, apportando significative modifiche, senza corrompere troppo la natura della proposta.

I Deus Ex Machina rientrano in quest’ultima categoria: partendo da sonorità progressive dedite ai seventies, il sestetto flirta con l’hard-rock (d’altronde la band non ha mai nascosto una certa passione per i Led Zeppelin) e con il jazz-rock, dando origine a un così perfetto caleidoscopio di suoni che non sembrano provenire da una band tricolore.

 

La band si forma nel 1985 a Bologna, giungendo al debutto discografico solo sei anni dopo con la registrazione dell’opera rock “Gladium Caeli”, già rappresentata in diversi teatri e contenente la riproposizione di stilemi classici del progressive con qualche sfuriata hard.

 

L’album è comunque un competitivo lavoro di prog-rock, spesso sottovalutato se paragonato alle opere successive, ma qualitativamente superiore alla stragrande maggioranza degli album usciti in Italia in quel periodo.

 

Perso il batterista Marco Matteuzzi, la band, col nuovo entrato Claudio Trotta dietro alle pelli, acquista maggiori dinamicità e fantasia e dà quindi alle stampe, nel 1992, l’album omonimo.

 

Incorniciato da una gradevolissima copertina, che diventerà il marchio della band, il disco presenta una produzione migliore (ma ancora non perfetta) e una presa di coscienza maggiore delle proprie potenzialità.

 

Allo spettro musicale già collaudato, viene aggiunta la componente jazz-rock (che, album dopo album, si farà sempre più predominante), ricordando, grazie soprattutto al singolare utilizzo del violino, il sound della Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, ma la musica del gruppo ingloba altresì influenze che spaziano dagli Area meno cervellotici (la voce di Piras non è distante da quella di Stratos) al progressive inglese, soprattutto quello di scuola Canterbury; ma in questo turbinio di stili il gruppo felsineo riesce a mantenere una propria identità, dovuta soprattutto a quello che sarà il proprio inconfondibile marchio di fabbrica, ovvero il cantato in latino.

 

Brani come “Ad Montem” e “Hostis” riescono a far convivere in maniera sublime gli elementi musicali appena elencati con massicce dosi di melodia, il tutto contraddistinto da un livello tecnico esecutivo realmente impressionante e all’inedita musicalità della lingua latina in un contesto rock.

 

L’album non conosce punti deboli, passando da raffinati e melodici passaggi acustici a scorribande nel progressive più intricato: “Cor Mio”, per esempio, è un sonetto del poeta Giovanni Battista Marini messo mirabilmente in musica con infinita dolcezza e squarciato, sul finale, da uno splendido assolo di synth, mentre “Lo Stato Delle Cose” (assieme a “Cor Mio” l’unico brano non in latino) è cantata con le parole al contrario, (“Al artson è anu arev aizarcomed, ittut onnah ilaugu ittirid e irevod (…) ”), giusto per rimarcare l’atteggiamento goliardico ed estroso della band e, strumentalmente, alterna momenti di serena musicalità sul cantato a lampi hard con tempi dispari.

 

A tutto ciò vanno rimarcate liriche mai banali: “Il nemico ti fa dono di un fucile e di un elmetto, il nemico riesce sempre a farti fuori con un alibi perfetto, invisibile la causa, deprecabile l’effetto. Ma il nemico teme che ti sia concesso di capire un po’ te stesso” (da “Hostis”), “Veniamo per scoprire dove possiamo arrivare a cavallo di un pensiero: mani che frugano dentro sentimenti troppo lontani per essere toccati da dita così corte (…)” (da “Deus Ex Machina”).

 

Certo, un gruppo che utilizza il latino e che cita sonetti del dolce stil novo, potrebbe rappresentare un incubo, non solo per uno studente liceale, ma per tanti potenziali ascoltatori, vista anche la complessità musicale dei nostri.

 

Nel 1995 uscirà un altro album eccellente come “De Republica”, che sancisce la piena maturazione di un gruppo, che, purtroppo, non ha mai avuto quell’esposizione, almeno nei territori del progressive nostrano, che avrebbe senz’altro meritato.



Alberto Piras: voci

 

Maurino Collina: chitarra

 

Luigi Ricciardiello: tastiere

 

Alessandro Bonetti: violino

 

Alessandro Porreca: basso

 

Claudio Trotta: batteria

Anno: 1992
Label: Kaliphonia
Genere: Progressive Rock

Tracklist:

Ad Montem

Vacuum

M.A.

Hostis

Cor Mio

Si Tu Bene Valeas Ego Bene Valeo

Lo Stato Delle Cose

Deus Ex Machina

Omega

 

Questo sito NON utilizza alcun cookie di profilazione. Sono invece utilizzati cookie di terze parti legati alla presenza dei “social plugin”. Se vuoi saperne di più sull’utilizzo dei cookie nel sito e leggere come disabilitarne l’uso, leggi la nostra informativa estesa sull’uso dei cookie .

Accetto i cookie da questo sito.