Kamasi Washington
Roma, 10 Novembre 2015

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Roma, 10 Novembre 2015 - Monk Club
Foto di Andrea Marchegiani

Kamasi Washington ha decisamente calamitato, in questo 2015, l’attenzione della critica di settore per il corposo debutto solita, The Epic. Con questo triplo disco, il sassofonista statunitense ha tentato un imponente lavoro di recupero della tradizione jazzistica, da Coltrane a Sun Ra, toccando talvolta venature G-Funk di un maestro come George Clinton. Il giovane artista losangelino è un musicista che si è fatto le ossa, respirando musica in casa fin da piccolo e non è un caso se alle sue spalle possa vantare collaborazioni con leggende come Herbie Hancock, Wayne Shorter ed il compianto George Duke, passando per nomi più mainstream come Snoop Dog e l’osannato Flying Lotus la cui personale casa discografica ha accolto a braccia aperte Kamasi.

Il risultato è stato senza dubbio di qualità, seppur probabilmente i jazzofili più intransigenti storceranno il naso, rimanendo non convinti appieno delle qualità di questo ragazzo che comunque di strada ne dovrà ancora fare. E’ un dato di fatto, però, che Washington stia riuscendo ad avvicinare gradualmente un pubblico trasversale ad una musica che, per quanto non segua scrupolosamente i dettami dei grandi del jazz, permanga comunque di non facile fruizione. La serata al Monk Club ne è stata la prova: sala praticamente piena e data di Bologna del giorno precedente sold out.  Come nella migliore tradizione dei locali romani, la band sale sul palco piuttosto tardi, intorno alle 22.45 aprendo con un dissonante boato, sfociante poi nella leggiadra melodia di "Askim". La struttura della band poggia sui due potenti batteristi Ronald Bruner, Jr./Tony Austin, seguono lo scoppiettante tastierista Brandon Coleman e Ryan Porter al trombone, che svolge un prezioso ruolo di contrappunto con il sax di Washington.

A rubare spesso la scena è l’imponente e virtuoso contrabbassista Miles Mosley che ha il duplice ruolo di impreziosire la dinamica ritmica e allo stesso tempo colmare i vuoti sonori legati alla mancanza della chitarra, grazie all’effettistica con la quale può ampliare lo spettro sonoro del proprio consumato contrabbasso.  Nella seconda parte del live, li raggiungerà il padre di Kamasi, Rickey Washington, impegnato al sax soprano, ma che apparirà piuttosto contratto nell’esecuzione e visibilmente emozionato, tanto da cercare spesso con lo sguardo rivolto verso il figlio la sicurezza per inserirsi con i propri interventi.

A dispetto di una mera e massiccia presentazione del disco di Washington, il gruppo propende per una scaletta contenuta, pochi brani come la già citata "Askim", la vocale "Cherokee" o la sbarazzina ed orecchiabile melodia di "Leroy and Lanisha". Il brani, come nella più classica della tradizione jazzistica, vengono introdotti dal motivo principale, per poi dipanarsi in un ampia jam che di fatto dilata letteralmente il pezzo, toccando apici che si spostano dal groove più sanguigno come in "Final Thought" al jazz/soul di "The Rhythm Changes" dove la vocalist Patrice Quinn ha maggior spazio per mostrare le proprie qualità, a dispetto  della prima parte del concerto,  in cui rimane un po’ sotto traccia. Washington è allo stesso tempo misurato nei suoi interventi solistici ma non manca di far ricorso a soluzioni dissonanti. Si lascia prendere da una sorta di trance quando è chiamato in causa ma è anche molto democratico.

Il sassofonista statunitense propende spesso per una partecipazione circolare al brano, lasciando ampi spazi improvvisativi a tutti i compagni, ponendosi in disparte e ascoltando con soddisfazione.  Il livello dei musicisti è davvero notevole a partire dall’imponente prova virtuosistica al contrabbasso di Miles Mosley, connubio di pulizia cristallina e vigore ritmico. A dare manforte alla macchina forsennata di Washington ci pensa il duo di batteristi Ronald Bruner, Jr.  e Tony Austin che sapientemente riescono a completarsi l’uno con l’altro, senza rischiare di inciampare in un mero raddoppio delle parti ritmiche. Se il primo si mostra più potente negli scambi, il secondo ha un tocco decisamente più raffinato e lo si apprezza particormente nell’indiavolato drum duet che i due intavolano, con il beneplacito di un divertito Kamasi.

Una serata unica, assolutamente da incorniciare, soprattutto per il messaggio che Washington è riuscito a trasferire al pubblico. Avere impressi ben in mente i propri maestri ed archetipi ma rielaborandoli con originalità e stile del tutto personale. Gli auguriamo che riesca a tenere fede a questo obiettivo, senza mai sminuirsi.


Kamasi Washington: sax tenore
Rickey Washington: sax soprano
Ronald Bruner Jr.: batteria
Tony Austin: batteria
Brandon Coleman: tastiere
Ryan Porter: trombone
Miles Mosley: contrabbasso
Patrice Quinn: voce

Data: 10/11/2015
Luogo: Roma - Monk Club
Genere: Jazz

 

 

 

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