Home Recensioni Album Premiata Forneria Marconi - Ho sognato pecore elettriche

Premiata Forneria Marconi
Ho sognato pecore elettriche

Il 2021 ci ha portato, tra le tante difficoltà, un nuovo lavoro della Premiata Forneria Marconi. Il consolidato duo Di Cioccio e Djvas, parte del motore originario e tutt'ora anima della band, ha raccolto un gruppo di ottimi musicisti e compagni di viaggio per la registrazione dell'album, arricchendo il tutto con ospiti d'eccezione, come il flauto di Ian Anderson dei Jethro Tull, la preziosa chitarra di Steve Hacket e le fresche tastiere di Luca Zabbini leader dei Barock Project.
"Ho sognato pecore elettriche" è un concept album che prende lo spunto dall'amore per la fantascienza che accomuna DI Cioccio e Djvas e da una delle frasi celebri del film "cult" Blade Runner che viene usata proprio come titolo dell'album. Come nel film, la PFM esplora la relazione tra mondo umano e mondo robotico, tra oggetto e suo gemello digitale, tra essenza vitale e replica virtuale... temi assolutamente attuali e non privi di punti ancora oscuri e domande senza risposta: come possono convivere i due mondi? come legare utopia e distopia? come riconoscere il vero dal virtuale che ci circonda? come poter "essere" anziché solo "apparire"?

I testi in realtà sono spesso criptici e tendono più a stimolare una interpretazione anziché esprimere chiaramente la propria tesi. Richiedono un ascolto multiplo per cercarne il senso, costruirne le connessioni e per poterne districare la metrica, lavoro che non posso esimermi dal fare per fornire la mia interpretazione.

La narrazione dell'album parte dal concetto di evoluzione che ha portato gli esseri umani ad "impossessarsi" della Terra. Passo dopo passo le varie conquiste filosofiche e tecnologiche ci hanno portato ad un precario equilibrio tra libero arbitrio e voglia di superare i nostri limiti ed i nostri confini che, che con ciclici periodi di prosperità e autodistruzione, ha caratterizzato la nostra intera esistenza. L'oggi però, si dimostra più complesso. Viviamo in un mondo dove la tecnologia ha superato limiti che sembravano insuperabili, la digitalizzazione globale sta sfaldando i confini, ci sta proiettando in un mondo parallelo e virtuale dove iniziamo a vivere storie diverse, spesso irreali, fatte di "nickname" e di falsità, in cui ognuno interpreta un ruolo non presentandosi per quello che è ma per quello che vorrebbe essere. Sempre più spesso questo mondo ci attira e ci ruba il "tempo reale", ci fa correre e correre, ci aliena senza che ce ne accorgiamo, ci fa perdere la capacità di sognare, di immaginare il futuro perché il futuro ci corre accanto ed è più veloce di noi.

Ecco, questo è il mondo descritto dalla PFM per cercare di riportare l'attenzione sull'Io, per provare a risvegliare la capacità di "desiderare ideali" in modo autonomo, per avvisarci che la velocità, la connettività globale, i social media, la smart home, la smart TV, lo smart working... e tutti le "smart cose" che oramai ci circondano e comprimono possono essere un pericolo oltre che una opportunità. Un mondo che sta cambiando, ma che dobbiamo cambiare noi, in meglio, e non farci cambiare.
Accanto alle parole, ovviamente, il linguaggio che descrive questa storia è quello della musica che la PFM sta portando avanti da 50 anni. Un rock progressive poderoso, classico nelle sue sonorità, refrattario a contaminazioni pop e mode momentanee, ma allo stesso tempo ricco di spunti melodici moderni e ricercati.

Si parte con una bella suite strumentale, "Mondi Paralleli" che è già il manifesto del disco. Parte come sinfonia classica, dominata dalle tastiere, per trasformarsi in sonorità più dure, quasi metal, che poi si affievoliscono per poi ripresentarsi... è  lo "yin e yang", l'equilibrio e la destabilizzazione che convivono e si passano il testimone nella corsa della vita.

A seguire altri sette brani sempre nel solco di sonorità progressive; da un lato suoni e ritmi un po' "deja vu", anche se come sempre eseguiti impeccabilmente, dall'altro tentativi di contaminazione con modelli e melodie più attuali. "La grande corsa" e "Mr. Non lo So" sono ad esempio un tentativo non riuscito di ripercorrere le costruzioni sonore del classico prog degli anni '80 risultando spesso noiose, orecchiabili ma senza spunti degni di nota e con una traccia melodica vocale (soprattutto in "La grande corsa") che male si sposa con la musica. Al contrario "Umani Alieni" ed "Atmospace" richiamano le evocative atmosfere futuristiche, descrittrici di mondi, di Blade Runner per trasformarsi pian piano in un prog-blues classico. Eccellente ad esempio la dicotomia tra le alternanti sospensioni delle strofe con le ripetitive fughe dell'inciso di "Atmospace" in cui si  liberano piano, basso, batteria, moog ed hammond in un crescendo che costringe a muoversi. Molto belli, riposanti, rassicuranti. Di sicuro i miei brani preferiti assieme a "Il respiro del tempo", una ballad dal gusto orientaleggiante, che ricorda molto il "Battiato" di Fisiognomica come costruzioni armoniche e melodia. Una ritmica semplice e precisa che si "apre" man mano sull'intreccio delle tastiere di Zabbini, il flauto di Anderson ed una splendida melodia solistica di un Hackett veramente in forma. Ipnotica.

Meno felici invece "Ombre amiche", ballad un po' monotona e "canzonettara" nonostante gli inserti di moog e "Pecore elettriche", brano un po' banale tendente all'heavy rock, che risulta spesso confusionario e monocorde.  Ultimi brani dell'album sono "Transumanza" e "Transumanza jam",  le bonus track strumentali in odore di jazz rock e fusion, ottimo intreccio musicale che ricollega questo lavoro con la storia della PFM a partire dal coinvolgimento degli storici amici Flavio Premoli (ex della band e suo co-fondatore) e Lucio "violino" Fabbri. Lo stesso titolo sembra richiamare i corsi e ricorsi storici, i periodici "cammini" alla ricerca dei terreni più fertili per dare continuità e far nascere nuove normalità.

Per concludere, qualche dettaglio sulla "confezione". Il disco, come il precedente "Emotional Tatoo"  è formato da due parti, quella in italiano e quella in inglese in cui i testi non sono propriamente una traduzione precisa di quelli in italiano, risultando meno forzati in quanto a metrica ed immediati in quanto a fruizione. Caratteristica la scelta della copertina e della grafica del disco, una sovrapposizione dei volti di Di Cioccio e Djvas "digitalizzati" con sullo sfondo un circuito stampato elettronico. Anche questo sintomo di alienazione, di sovrapposizione, di realtà irreale ma anche sovrapposizione di intenti, unione, convergenza. Utopia e distopia appunto.
Un album della PFM che si fa ascoltare, migliore per quel che mi riguarda rispetto ad altre ultime produzioni ma sempre con qualcosa che lascia con l'acquolina in bocca e la nostalgia del passato,. Ma forse sono io che devo decidermi a cambiare secolo, la PFM sta cercando di farlo e questo "Ho sognato pecore elettriche" è in ogni caso un ulteriore passo verso la meta e la dimostrazione che nonostante le defezioni la PFM è sempre viva e vegeta.

Franz Di Cioccio: voce, batteria
Patrik Djvas: basso, tastiere

con:
Marco Sfogli: chitarra elettrica ed acustica
Lucio Fabbri: violino, viola
Alessandro Scaglione: tastiere
Alberto Braun: tastiere, chitarra acustica, seconda voce

ospiti speciali:
Ian Anderson: flauto (8)
Steve Hackett: chitarra elettrica (8)
Flavio Premoli: minimoog (10)
Luca Zabbini: organo hammond, pianoforte, minimoog (1-3-5-8-10)

Anno: 2021
Label: Inside Out Music
Genere: Prog Rock

Tracklist:
01. Mondi Paralleli 3:17
02. Umani Alieni 4:54
03. Ombre Amiche 4:06
04. La grande corsa 5:00
05.
AtmoSpace 4:23
06: Pecore Elettriche 4:08
07. Mr. Non Lo So 3:48
08.
Il Respiro Del Tempo 6:18
09: Transumanza (Bonus Track) 1:06
09: Transumanza Jam (Bonus Track) 3:10


Banner

Questo sito NON utilizza alcun cookie di profilazione. Sono invece utilizzati cookie di terze parti legati alla presenza dei “social plugin”. Se vuoi saperne di più sull’utilizzo dei cookie nel sito e leggere come disabilitarne l’uso, leggi la nostra informativa estesa sull’uso dei cookie .

Accetto i cookie da questo sito.