The Rolling Stones
Exile On Main St.

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Masterpiece

La storia discografica dei The Rolling Stones è alquanto strana. Autori di grandi capolavori indispensabili per lo sviluppo di tutto il Blues/Rock (o viceversa, se preferite) sul finire dei '60 e rigenerati da una maturazione lirica/compositiva grazie allo splendido Sticky Fingers del 1971, è inspiegabile come quello che per molti è l'assoluto picco compositivo della band, sia in termini commerciali, rimasto inosservato.

Questa è la storia di Exile On Main St. , disco che le pietre rotolanti incisero tra il gennaio ed il febbraio del 1972 in Francia, nella cantina della villa di Keith Richards dopo aver deciso per l'esilio transalpino a causa dei problemi col fisco inglese, e pubblicato nel mese di maggio dello stesso anno. Una storia agrodolce quindi, perchè forse mai prima di allora, una band era riuscita ad incedere 18 tracce cosi importanti e rurali, riuscite e significative per il corso del Rock all'interno della stessa raccolta. A parlare chiaro sin dall'inizio c'è "Rock's Off", un Blues ritmato e ben orchestrato dal pianoforte di Ian Stewart (il quinto The Rolling Stones, elemento indispensabile per la rifinitura dei brani) oppure nella sfrenata "Rip This Joint", che gode di un asssolo di sax a metà prezzo irresistibile ed immortale, sotto una cascata di oh yeah di un Mick Jagger in versione "spaccone da rissa al bar". Si torna alle radici del Rock N' Roll di chiaro stampo presleiano con "Shake You Hips" ma in rapida successione arrivano anche il Country da West Coast di "Casino Boogie" e la splendida "Tumbling Dice", ballata sospesa tra Soul e Gospel (e qui la ritmica Wyman/Watts si esalta in un tripudio di semplicità compositiva). Ecco cos'è Exile On Main St.: un disco che apre definitivamente il ventaglio della proposta della band: dal Blues al Boogie passando al Rock più sporco e grezzo (il disco fu realizzato in presa diretta), passando al Soul e terminando col Country. Le radici sono più americane che britanniche a dire il vero, ma mai nessuna band europea è stata americana come i The Rolling Stones. Non c'è da stupirsi quindi quando arrivati al brano "Sweet Virginia", un tributo a quella terra, Richards imbracci un'acustica e la pizzichi, Taylor dietro che l'accompagna disciplinato per un tripudio di slide guitar e Jagger entra con la sua armonica per poi entrare con la sua voce sciamanica e carismatica, oppure, si cerchi di bissare il pathos e romanticismo (riuscnedoci) di "Lady Jane" con "Torn And Frayed". Ma tutta questa fase del disco vive un momento più rilassato e basato sugli splendidi arcobaleni sonori del pianoforte come in "Loving Cup", ma è il riff maker Richards che sfoggia gli artigli in "Happy", dove è ancora la coralità del ritornello a farla entrare direttamente nella storia. "Ventilator Blues" (l'unico brano che oltre alla firma Jagger/Richards porta anche quella di Taylor) è una composizione più aspra e stramba all'apparenza, senza un grosso filo conduttore tra base e cantato sbandato, ma è semplicemente un tributo al genere con la quale la band è cresciuta e che poi ha magistralmente condotto nelle viscere del R N' R; ma è ancora prima di chiudere che l'ascoltatore ha ancora il tempo di restare ipnotizzato e stupito: "Stop Breaking Down", celebre cover di Robert Johnson ci riporta a quelle radici appena sopra indicate; "Shine In A Light" si muove tra organii Hammond e chitarre e cresce secondo per secondo, trovando il suo equilibrio tra Pop e soluzioni Soul (ebbene si, ancora una volta) e chiude il tutto "Soul Survivor", che quasi per assurdo pare essere indicativa delle scelte future a livello artistico della band (senza considerare che la band stessa riprenderà il riff di chitarra per "Rock In A Hard Place" diciotto anni dopo).

L'esilio da Main St. è quindi, senza falsa retorica dei tempi che furono, il testamento con la quale si chiude quasi completamente la vera vita artistica dei The Rolling Stones, un episodio coraggioso sin dalle scelte produttive e dal punto di vista del minutaggio (mai loro, cosi prolissi sino a quel momento), un testamento che fa entrare definitivamente nella leggende un gruppo che, col passare degli anni, mostrerà non solo le rughe del proprio viso, ma anche quelle della propria musica.



Mick Jagger: Voce, chitarra e armonica
Keith Richards: Chitarra, pianoforte, voce
Mick Taylor: Chitarra, basso e voce
Charlie Watts: Batteria
Bill Wyman: Basso, sintetizzatore e voce

Guests (principali):
Ian Stewart e Nicky Hopkins: Pianoforte
Bobby Keys: Sassofono
Jimmy Miller: Batteria e percussioni
Clydie King, Joe Green, Venetta Field, Tamiya Lynn, Shirley Goodman, Dr. John, Kathi McDonald e Jesse Kirkland: Cori

Anno: 1972
Label: Virgin Records
Genere: Rock/Blues

Tracklist:
01. Rocks Off
02. Rip This Joint
03. Shake Your Hips
04. Casino Boogie
05. Tumbling Dice
06. Sweet Virginia
07. Torn and Frayed
08. Sweet Black Angel
09. Loving Cup
10. Happy
11. Turd on the Run
12. Ventilator Blues
13. I Just Want to See His Face
14. Let It Loose
15. All Down the Line
16. Stop Breaking Down
17. Shine a Light
18. Soul Survivor

Sul web:
The Rolling Stones
The Rolling Stones @MySpace

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