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Gianni Nocenzi (Banco del Mutuo Soccorso)

Introduzione (a cura di Gianluca Renoffio)

Gianni Nocenzi, il sempre nuovo ritorno…


Sono ormai passati 15 anni dalla mia prima intervista “ufficiale” a Gianni Nocenzi che già conoscevo per la mia “frequentazione” con il fratello Vittorio, ma l’emozione nell’avvicinare una personalità così di spicco nel panorama musicale italiano è sempre forte.

Gianni Nocenzi




BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

Gianni infatti è il co-fondatore (con il fratello Vittorio, appunto) del Banco del Mutuo Soccorso, band imprescindibile del panorama prog-rock degli anni ’70 che ci ha lasciato tracce indelebili quali “Il giardino del Mago”, “L’evoluzione”, “750.000 anni fa … l’amore”, “La città sottile”, "Traccia II", … incise in album che sono ormai la musica classica dei nostri anni e non solo in Italia.
Attirato sempre dalla voglia di sperimentare nuove strade, con il Banco Gianni ha suonato le proprie musiche assieme ad una orchestra sinfonica (prima band in Italia a farlo), ha composto musica per il cinema, ha realizzato intere tournée facendosi accompagnare da una compagnia teatrale, ha usato le copertine dei dischi per “rappresentare” visivamente i concetti e le parole … ha unito diversi linguaggi per crearne di nuovi. Ha poi scelto di concentrarsi sulle sperimentazioni elettroniche sia indagando le possibilità sonore delle nuove tecnologie, sia utilizzandole per ricercare nuove espressioni, esperimenti sfociati negli interessanti album solisti “Empulsa” e “Soft Song”. Gianni quindi è un artista in cammino, va in luoghi inesplorati e torna con nuovi stimoli, con nuove necessità… raggiunge una meta e non si ferma ma la usa per ripartire…
L’occasione per rincontrarlo è proprio uno dei suoi “ritorni”, rari ma sempre pregevoli, e cioè l’uscita del suo nuovo lavoro “Miniature”. Vari show-case e concerti lo hanno riportato nella dimensione a lui congeniale di “dispensatore di emozioni” e mi hanno dato l’occasione di raccogliere questa intervista che ci svela prima di tutto l’aspetto umano ed interiore di Gianni, sempre pronto ad “Essere” più che “Apparire”.
Un Gianni che ho ritrovato più sereno nonostante la sofferenza ancora viva per gli amici che non ci sono più, consapevole di aver raggiunto quella libertà creativa e quella lontananza dalle cose, dalle “catene di montaggio” dello show business che per anni sono state l’obiettivo della sua ricerca, della sua “sprogettazione” (come lui stesso la definisce).

Intervista (a cura di Gianluca Renoffio con il contributo di Gianluca Livi)

A&B - Dicci come mai hai sentito il bisogno di un disco come “Miniature” una gemma acustica, con solo pianoforte, in un mondo riempito di suoni spesso frenetici ed indistinguibili? Tra l’altro si discosta molto dalle tue esperienze passate improntate alla sperimentazione elettronica…

GN - Non è stata una scelta dovuta a motivazioni musicali ed estetiche. In seguito ad eventi molto negativi che mi hanno coinvolto negli ultimi anni avevo bisogno di ri-centrarmi ed in questo ho chiesto aiuto al pianoforte che considero il ‘mio’ strumento e con il quale ho un rapporto viscerale, non mediato. Certo c’è anche un disagio per la frenesia della superficie che ti assale oggigiorno anche nella musica con una molteplicità tale di suoni spesso usati come puro potere tecnologico e non sempre relazionati ad un pensiero musicale strutturato. D’altro lato il pianoforte è comunque una macchina da suono incredibile se uno lo ‘vede’ da vicino. "Miniature" quindi è anche una mia indagine sul suono di questo strumento attraverso la scrittura, il tocco, la tecnica di registrazione, in continuità con la ricerca sul timbro che mi ha sempre affascinato molto.

A&B - Quanto rappresenta il “Gianni Nocenzi”  di oggi, quanto descrive il tuo mondo interiore?

GN - Mi rappresenta totalmente sia dal punto di vista della scrittura che da quello espressivo senza per questo essere in contraddizione, a mio avviso, con quanto fatto in precedenza e senza pregiudicare eventuali evoluzioni in diverse direzioni. Credo che la continuità nel mio approccio al fare musica prescinda dagli strumenti di volta in volta usati ma sia basata su altri parametri, anche extra-musicali.

A&B - Come sono nate le musiche del disco? Quanto sono sorte dall’istinto ed improvvisazione, quanto sono state un’esigenza?

GN - Come dicevo c’è stata di sicuro una esigenza espressiva per qualcosa di molto personale senza troppe mediazioni progettuali. Ho codificato i momenti tematici ed il resto è nato in sala, in due sole sessions di un’ora e mezza ciascuna. Una sorta di improvvisazioni codificate o, se preferisci, composizioni embrionali poi improvvisate nella loro stesura finale fissata su disco.

A&B - Metterle in un album è stato programmato o è stato un bisogno improvviso di tornare in sala d’incisione?

GN - No, l’album non era programmato e tantomeno avevo voglia di tornare in sala d’incisione dopo moltissimi anni da quando avevo interrotto i miei rapporti con il cosiddetto show business. L’idea è stata del mio carissimo amico Luigi Mantovani, ex direttore di Virgin Italia e prima ancora produttore del Banco. Luigi mi ha pressato a lungo in modo fraterno affinché io fissassi su disco ancora qualcosa da rendere fruibile e che questo avvenisse al pianoforte. Ora lo ringrazio perché indubbiamente "Miniature" mi ha fatto bene.

A&B - Dicci qualcosa di più sugli aspetti tecnici del disco. So che hai scelto di usare una tecnica particolare per registrare,  che ha ulteriormente reso “intimista” il sapore del tuo disco e contemporaneamente più partecipativo; ascoltandolo mi è sembrato di essere accanto a te e sentire la tua fatica e la tua gioia …

GN - Sì, il presupposto del lavoro, se vuoi anche un po’ egoistico, era quello di scrivere qualcosa in modo istintivo, da dedicare a me stesso e a persone per me molto importanti che immaginavo sedute con me sullo sgabello del pianoforte. Ho usato quindi un array microfonico in 5.1 con una pre-amplificazione molto accurata, frutto delle mie ricerche passate, e ho disposto i microfoni sulla mia testa molto vicino alla sorgente del suono, in modo che all’ascolto si potesse condividere la stessa sensazione e lo stesso panorama audio che percepivo io suonando. Ciò è apprezzabile soprattutto in cuffia o con un impianto stereo ben bilanciato. L’audio e la meccanografia del disco sono un elemento compositivo importante di "Miniature" anche se non dal punto di vista strettamente musicale.

A&B - Mi sembra di aver colto in “Miniature” una specie di racconto. Quando esegui dal vivo i brani sembrano concatenarsi come tanti piccoli frammenti e diventare qualcos’altro, non più solo canzoni ma esperienza, viaggio nel ricordo… come una farfalla che vola di fiore in fiore assaporando diversi sapori. Quale è il messaggio che vuoi comunicare?

GN - Ogni brano è autonomo ma nello stesso tempo la loro successione tiene conto di agogiche, tonalità etc. in modo che ascoltandolo o eseguendolo di seguito si crei una possibile sintassi, un racconto, un percorso. Difficile commentare e tantomeno spiegare la musica. E’ un linguaggio in sé e non puoi descriverlo con un altro linguaggio. Comunque nessun mio ‘messaggio’ da comunicare. Penso che il musicista al massimo possa essere un messaggero, se lavora in modo onesto e autentico. Può essere veicolo di parte dei messaggi che lo attraversano, provenienti dall’esterno, selezionando attraverso la musica quelli più consoni al suo vissuto, alla sua condizione. Qui se vuoi c’è, fin dal titolo, l’invito (che faccio prima di tutto a me stesso) ad avvicinarsi di nuovo alle cose, sia quelle positive che quelle dolorose, lentamente, in profondità, con rispetto. Un po’ come quando stai vedendo delle Miniature, appunto. Ti devi avvicinare, entrare in profondità nei dettagli, tralasciando obbligatoriamente un approccio frettoloso e superficiale. Una sorta di vaccino per quella frenesia tutta quantitativa, bulimica, spesso sterile ed inconcludente di cui dicevamo all’inizio.

A&B - Come sta andando la vendita del disco? E come hai vissuto il ritorno al pubblico nei vari show-case? Non ti mancano i concerti?

GN - Mi dicono molto bene, nonostante sia un progetto nato all’improvviso e volutamente vissuto fuori dal grande circuito dell’industria. Sono molto grato a quanti, tantissimi, ne hanno scritto e continuano a scriverne in termini molto positivi. E’ una sorpresa e una gratificazione inaspettata per me vedere come quanto consideravo come una cosa strettamente personale sta invece riverberando ed incontrando la sensibilità di molte altre persone. Per quanto riguarda il pubblico è sicuramente l’unica cosa che mi è mancata in questi anni di silenzio discografico. L’attenzione e l’affetto con i quali vengo accolto nei miei rari momenti live è veramente un propellente micidiale. Devo fare i conti con il mio carattere e le mie energie ma sicuramente ritornare ad un contatto diretto con il pubblico di questa qualità mi è di grande stimolo.


Gianni Nocenzi in una foto degli anni '70.

A&B - Fammi adesso andare un po’ al passato, sai che i fan del Banco individuano come vera formazione quella con i fratelli Nocenzi assieme sul palco… puoi quindi chiarire definitivamente quali furono i motivi del tuo abbandono della band?

GN - Non parlo mai volentieri di queste cose pur rispettando le opinioni di tutti ed in special modo quella dei fan del Banco. Il termine, peraltro, non mi piace perché sono persone che della band hanno seguito e seguono il percorso in tutte le sue vicissitudini con un’adesione anche sentimentale che non ha nulla a che vedere con il rapporto classico star-pubblico. E’ legittimo e positivo quindi che ci sia da parte loro anche un approccio a volte critico. Quello che mi permetto di dire è che quella del Banco è una storia che, per la densità e l’importanza del percorso e delle opere realizzate, va vista nel suo insieme fuori dalla logica del tempo lineare, dei ‘periodi’ etc. Sono molto felice mentre ti rispondo nel vedere che la creatività del gruppo propone nuove realizzazioni nonostante le batoste micidiali subite ultimamente, io stesso ho voluto essere presente in studio con Vittorio mentre finalizzava il nuovo lavoro ‘La Libertà difficile’. Questo mi conferma che i semi piantati più di 40 anni fa erano evidentemente semi potentissimi, annaffiati da musicisti e pubblico particolari. Per il resto io ho lasciato il gruppo solo fisicamente, e quando ho deciso, dolorosamente, di farlo è stato per problematiche che non riguardavano la band ma il contesto generale del fare musica nel nostro Paese, il suo degrado culturale, la mancanza di rispetto per la Musica e i musicisti. Tutte cose già visibili 30 anni fa, purtroppo ulteriormente peggiorate e già a suo tempo per me insopportabili. Prova ne è il fatto che non abbia mai fatto parte di un altro gruppo e che non ne abbia fondato uno nuovo. Ho dedicato il mio tempo alla ricerca, allo studio e a progetti particolari ma, ripeto, è argomento complesso ed articolato che qui non mi sembra importante.

A&B - Come ti ricordi quei periodi? Come era suonare di fronte a migliaia di fan e poter sentire di essere parte di un processo creativo che stava cambiando il modo di vivere dei giovani?

GN - E’ stato un periodo di grande creatività e la musica era al posto giusto, quello che gli compete: non semplice intrattenimento ma tessuto connettivo di una società che si sta trasformando, che cerca nuovi mezzi espressivi, che modifica i modi di produzione e fruizione delle arti. Pubblico e artisti accomunati dall’aria del tempo nel cercare nuove soluzioni, nuovi possibili equilibri che tenessero conto della grande voglia di discontinuità nei confronti di schemi ormai asfittici ed usurati sia nel campo delle relazioni che in quello strettamente musicale e artistico in generale. Da qui anche la dimensione ‘politica’ del lavoro del Banco come interesse per i turbamenti e le trasformazioni di una ‘polis’ di cui ti senti parte.

A&B - Nel corso degli anni, hai mai preso in considerazione la possibilità di un rientro in formazione?

GN - Al momento non è capitato di pensare a questa possibilità. D’altronde mi sembra che lo spazio per potersi esprimere seriamente con un gruppo, inteso nel senso più vero del termine, sia sempre più residuale perlomeno in Italia. Non mi riferisco ai musicisti ovviamente ma a tutte quelle cinghie di trasmissione indispensabili come management, discografici, organizzatori, strutture, qualità dei luoghi per i concerti etc. a cui accennavo prima.

A&B - La recente incarnazione del Banco (Banco 2.0) vede il solo Vittorio tra i membri fondatori e/o storici. Con lui, nuovi cantante, bassista e batterista ai quali si aggiunge il chitarrista in organico fin dagli anni '90. Perché non hai preso in considerazione la possibilità di una re-union? Una tua partecipazione al progetto avrebbe certamente potuto dare a questo nuovo corso maggiore credibilità...

GN - Ti ringrazio per l’apprezzamento implicito ma onestamente non credo che ci sia un problema di ‘credibilità’ per questo che chiami ‘nuovo corso’. La continuità stilistica, espressiva e di contenuti è garantita dalla presenza di Vittorio, dal suo peso autorale e dalla sua voglia di portare avanti “l’idea” del Banco, non un’altra idea. Purtroppo non possiamo fare nulla per l’ingiusta scomparsa di Francesco e Rodolfo e della loro arte. Li possiamo solo onorare e ricordare continuando a fare musica con lo stesso approccio umano ed intellettuale che ci ha accomunati facendoci incontrare quando avevamo vent’anni e che ci ha permesso di articolare nel tempo questa esperienza chiamata Banco del Mutuo Soccorso. Certo le modalità saranno forzatamente diverse.


A&B - I brani che portano la tua firma in seno alla discografia del Banco sono centellinati, ma sono tutti di qualità. Basti citare "La Città Sottile", da "Io sono nato libero", brano che forse rappresenta uno dei picchi creativi dell'intero album. Perché, quindi, limitare i tuoi contributi compositivi a pochi pezzi?

GN - Non ho mai avuto molta cura per l’aspetto nominalistico del mio lavoro di compositore e musicista. All’epoca dei primi dischi semplicemente non ero ancora iscritto alla SIAE, preso com’ero dalla conclusione del liceo, l’inizio dell’università, il rinvio del servizio militare per poter essere in tour, ma non avevo problemi neanche dal punto di vista materiale essendo Vittorio, che firmava i brani, mio fratello. Mi sembra che il primo brano che ho firmato ufficialmente sia proprio “La Città Sottile” che tu indichi. Poi ho iniziato a firmare personalmente alcune composizioni in crescendo fino a ‘...di Terra’. Poi (non ricordo da quando) abbiamo direttamente co-firmato con Vittorio i brani. C’è da dire che un gruppo ‘vero’ è un organismo molto delicato nel quale bisogna temperare i personalismi a favore di un risultato collettivo condiviso. A volte il mio stile poteva sbilanciare il suono del gruppo un po’ troppo in senso ‘avantgarde’ per il sentire del tempo ma per fortuna c’era la grande vena melodica di Vittorio sulla quale più spesso si trovava un punto di equilibrio. Il mio contributo alla produzione del Banco fino al 1984, comunque, è stato totale e non coincide necessariamente con quanto appare ufficialmente. Fino a Moby Dick ogni brano, arrangiamento, missaggio e ogni altro aspetto di un progetto come lo conosce il pubblico (incluse copertine, trasposizione Live etc.) ha ricevuto il mio contributo creativo. D’altra parte per chi conosce il mio lavoro e il mio stile, credo sia facile identificare le mie ‘impronte digitali’ all’interno della produzione del Banco anche in episodi che non portano la mia firma.

A&B - Ma quale era il processo creativo dei brani del Banco? Nasceva prima la musica o le parole?

GN - Normalmente prima la musica, in una proposta più o meno embrionale, che poi cresceva e si strutturava nella sua espressione definitiva interagendo con le prime idee di testo e di arrangiamento.

A&B - A questo punto non è possibile non parlare di Francesco. Penso tu sappia che mi legava a lui un affetto “strano”, viscerale, probabilmente derivato dal fatto che ho sempre stimato la sua semplicità profonda ed il suo modo immediato di affrontare le cose. Anche Maltese è parte della storia del Banco, un poeta che metteva assieme suoni e figure. Come lo ricordi?

GN - Difficile non avere con Francesco un rapporto viscerale vista la sua voluta, totale distanza dal porsi come ‘personaggio’. Anzi, essendolo naturalmente, a volte si divertiva a spiazzare l’interlocutore, in eventuale soggezione psicologica, con atteggiamenti volutamente ruvidi, spiazzanti. No, non riesco a darti un ricordo di lui, come anche di Rudy, perché non ho ancora accettato completamente la loro scomparsa e per me sono ancora nel presente.

A&B - Che tipo di musica ascolti oggi? Cosa ti piace? Cosa ti emoziona?

GN - Purtroppo non ascolto molta musica come vorrei fare. Non riesco a sentire musica mentre sto facendo qualsiasi altra cosa e quindi il tempo a disposizione per farlo è quello residuale dei viaggi che preferisco impiegare approfondendo alcuni classici dai quali nasce la cosiddetta modernità. Per il resto ho la sensazione che negli ultimi anni non ci sia un movimento, una serie di autori, che stiano indicando qualcosa di veramente nuovo e stimolante. Per lo più sono assemblaggi o crossover tra linguaggi già sperimentati.

A&B - Ed oltre la musica hai qualche altra passione?

GN - Difficile rispondere perché la musica non è una passione ma una condizione naturale, gli occhiali con i quali sono abituato a leggere quello che mi succede intorno e assorbe la quasi totalità del tempo.

A&B - Adesso lasciami una domanda da “nerd musicale”:  quale è il disco del Banco che preferisci? E perché?

GN - Probabilmente un disco che non è stato realizzato e che idealmente poteva seguire “….di Terra”, che essendo solo strumentale (a parte lo splendido poema di Francesco che ne costituisce i titoli) non prevedeva vocalità e testi. Considero ‘….di Terra’ un po’ il punto di arrivo come scrittura strumentale della maturità del Banco. Sarebbe stato interessante un suo seguito con la voce e i testi di Francesco. Purtroppo in quel momento il mondo è completamente cambiato, imponendo urgenze comunicative diverse, non necessariamente migliori, il cosiddetto ‘riflusso’, il ritorno alla sfera individuale. Ci dedicammo alla rivisitazione della forma canzone, tralasciando le grandi stesure, le ‘suites’, ma cercando comunque di mantenere i caratteri distintivi del suono Banco.

A&B - Ti ringrazio del tempo che mi hai dedicato, lasciami la domanda di rito: cosa vedi nel tuo futuro?

GN - Ho investito molto tempo ed energie a ‘sprogettarmi’. Lascio che le cose accadano. Per esperienza è la cosa migliore affinché quelle veramente utili ed importanti accadano davvero. Una conferma ne è ‘Miniature’, un progetto inaspettato ed improvviso, che si sta rivelando per me molto importante e gratificante.

 

 


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