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Phil Collins
No, non sono ancora morto

 








In questo libro, la parola "prog" viene nominata soltanto due volte (perseguendo scopi meramente didascalici); il cambiamento cruciale avvenuto con il passaggio da "Duke" a "Abacab" è liquidato troppo frettolosamente ("disco che rimescola le carte: rispetto al passato, i brani sono più corti e grintosi e meno densi di sintetizzatori"); i Genesis occupano meno della metà del volume; l'ingresso di Chester Thompson nella band è appena accennato, quello di Daryl Stuermer neanche, Anthony Philips non viene mai nominato; l'argomento "musica" non arriva ad occupare due terzi del volume.

Sembra un disastro, anche per gli intenzionati più ottimistici, ma non è così. 
Per prima cosa, il lettore che si accinga a leggere tale opera deve operare in termini di catarsi consapevole, rendendosi capace di cancellare d'un colpo le aspettative sugli argomenti sopra accennati.
Seconda cosa: dimentichiamo il personaggio istrionico e burlone, al limite del clownesco che tutti abbiamo apprezzato (o subìto) negli anni '80.
Detto ciò, l'opera merita.
Liquidiamo velocemente la compagine musicale: negli anni '80, io ero legato agli anni '70 mentre mio fratello, appena più piccolo di me, era figlio dei suoi tempi: lui ascoltava "Sussudio" e "Abacab", io ascoltavo "Seconds Out" e "Selling England By The Pound" e non se ne veniva proprio a capo: non c'era verso di incontrarsi a metà strada.
Oggi, io ascolto sia gli uni che gli altri, con rinnovato interesse, pur nella consapevolezza di una sostanziale differenza stilistica tra le citate realtà sonore, ormai, comunque, completamente metabolizzate.
Ebbene, con riguardo alla musica, questo libro parla di questo, nel modo esatto in cui lo l'ho metaforicamente descritto poc'anzi.
Ma, incredibilmente, scopo dell'opera non è quello di puntare alla musica: è infatti il sentimento, l'argomento principale su cui l'autore focalizza le proprie energie di narratore, segnatamente circoscritto al rapporto sentimentale maturato con i propri figli e con le donne della sua vita, incredibilmente poche, per una rockstar del suo livello, ma tutte emotivamente dirompenti (quattro le figure femminili cardine, tre mogli e una compagna, cinque i figli, di cui uno adottivo).
Non a caso, i prodromi della sua incredibile carriera solista sono da egli ricondotti alla sua prima rottura coniugale. 
L'inglese si confessa e lo fa con grande umiltà, molto spesso in modalità "mea culpa", secondo criteri che talvolta appaiono troppo severi anche agli occhi del lettore meno predisposto: basti dire che, descrivendo il primo divorzio, egli si fa carico del tradimento operato nei suoi confronti dalla sua consorte dell'epoca (con un operaio che faceva i lavori in casa mentre lui era in tour con i Genesis).
E poi il dramma degli ultimi 10 anni: un susseguirsi piuttosto esasperante di malattie e/o infortuni ai quali si è aggiunto, recentissimo, l'incubo dell'alcolismo, incredibilmente sopravvenuto non al culmine del successo - quando, tra mille tentazioni, è notoriamente difficile porsi freni e seguire una morale - ma nella solitudine della propria casa, dopo l'ennesima devastante separazione (dalla terza moglie) e dagli amatissimi figli.
La vita di Phil Collins è stata incredibile: cantante, polistrumentista, autore, attore, oltre 100 milioni di album in tutto il mondo, sette singoli al primo posto della classifica USA, tre in UK, 7 Grammy Awards, 5 BRIT Awards, 2 Golden Globe, 1 Premio Oscar, 1 MTV Video Music Award, 1 un Disney Legends. 
Purtuttavia, egli ha vissuto anche momenti di grande solitudine e ha sofferto il difficile percorso della riabilitazione, tornando ad essere meno del signor nessuno che era prima di assurgere agli onori della cronaca.
Questo racconta in questo libro l'autore: non il perenne giullare istrionico che tutti abbiamo imparato a conoscere, "l'irritante personaggio che una trentina d'anni fa monopolizzava le classifiche" (sono parole sue), ma un uomo che - combattendo da sempre con le sue imperfezioni di padre e marito - arrivava a meravigliarsi nel suo intimo, ancora all'apice del suo successo, per gli innumerevoli riconoscimenti ottenuti a livello mondiale.
A parte una certa repentinità nella parte finale del racconto, unico punto debole a livello narrativo, "No, non sono ancora morto" è una intima e coscienziosa confessione che riporta con i piedi per terra il mito di quello che può senza dubbio essere definito l'unico caso di "sogno europeo" (e ben più efficace di quello americano). Ne consegue che la lettura di questa autobiografia è consigliata non necessariamente ai fans di lunga data, ma (e, ancora una volta, lasciamo la parola allo stesso autore) al semplice "lettore incuriosito da quell'irritante personaggio".

Chiosa finale: sono sempre stato convinto che, se non ci fossimo stati i belgi e noi italiani a sostenere i Genesis nel corso della loro iniziale carriera, non ci sarebbero stati non soltanto i Genesis, ma anche i Phil Collins, i Peter Gabriel, gli Steve Hackett e altri ancora.
Da italiano, quindi, mi spetta una parola in più rispetto agli altri recensori sparsi per il mondo, che io rivolgo direttamente all'autore: la vita è difficile, la strada è tortuosa, gli ostacoli sono tanti. Questo riguarda tutti. La cura? Un tantino di vittimismo in meno, Phil, e tanto, tanto ottimismo. La soluzione sta nel giullare che eri un tempo: fai in modo che quel giullare non scompaia mai.
E grazie per avermi fatto apprezzare, tra le tante cose, "Seconds Out", "Abacab" e "Sussudio" in egual misura, con modalità differenti.




Mondadori
Pagine: 441.
Uscita: 31 Ottobre 2016
ISBN: 978-8804668961
Prezzo: 23,00 €

 

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