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Genesis: il senso della reunion

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Il senso della reunion dei Genesis

La nostra risposta all'articolo di Rolling Stone Italia, "Che senso ha la reunion dei Genesis?". 

Ho letto con molta attenzione l'articolo a firma di Fabio Zuffanti, intitolato "Che senso ha la reunion dei Genesis?", pubblicato il 5 marzo scorso su Rolling Stone Italia (si trova QUI).
L'autore, in sintesi, afferma che i signori
Mike Rutherford, Tony Banks e Phil Collins hanno "contribuito ad affossare il nome della band nella quale hanno militato per anni e che oggi hanno deciso di rimettere in piedi per (...) un tour che farà incazzare chi si aspetterà almeno un accenno a "Supper’s Ready" e invece si troverà a sorbirsi i minuti interminabili di "Throwing It All Away" o di "Hold On My Heart". 
Tuttavia, continua Fabio Zuffanti, la reunion ha senso perché i Genesis sono una "band che ci ha fatto esaltare con "Selling England by the Pound" e inorridire con "Invisible Touch", ma che nonostante tutto ci commuoverà ancora, semplicemente perché sono i Genesis".
Dissento garbatamente.
Va detto che un tour, fatto a 70 anni, è indubbiamente un bello sforzo, cosa che dovrebbe elevare i nostri tre amici, quasi fossero moderni e nobili cavalieri pronti a battersi sul campo per promuovere la sana e buona musica di sempre.
Ma, domanda: non basterebbe un buon disco in studio per conseguire questo risultato?
No, che non basterebbe. 
Oggigiorno, per guadagnare, il musicista deve suonare dal vivo, giacché la musica in studio non rende più come una volta.
Ciò, come noto, si verifica per colpa di internet, che ha stravolto il mercato a favore di una becera massificazione: la gente, non soltanto di fascia giovanile, scarica senza pagare e le case discografiche, prive di fondi, non sovvenzionano più un bel niente: non pagano più costosi studi di registrazione in attesa che venga partorito un altro capolavoro, non foraggiano più ricchi party trasgressivi per festeggiare il disco di platino, non investono più nella grafica per carismatiche copertine.
Quindi, purtroppo, negli anni 2000 va scartata la possibilità di riunirsi in uno studio e comporre nuova musica sorseggiando del buon té, nei comodi orari della pre-pensione, se non della pensione, magari dopo un pisolino e prima della salutare passeggiata nel parco. Una opzione certamente più comoda ma molto poco redditizia. Meglio fare un bel tour commemorativo: lì si, che i soldi si vedrebbero, e anche tanti.
E al diavolo la nuova musica!
Quindi, definitivamente chiarendo, c'è molto poco di artistico dietro questa reunion che, invece, nasconde intenti squisitamente commerciali. 
Chiarito questo concetto, preme ora capire la validità di una ricomposizione della formazione a tre elementi. 
Voglio premettere che il mio dissenso, riguardo allo scritto di Fabio Zuffanti, raggiunge qui il suo vertice.  
Il trio Collins/Rutherford/Banks, a mio modesto avviso, è un gran gruppo. Ci sono pezzi, di questa incarnazione, che sono eccellenti: "Abacab" e "Land Of Confusion" sono brani ad altissimo tasso adrenalinico; "Mama" e "The Brazilian" sono incredibilmente magnetici, ipnotici; "Fading Lights" e "Dodo/Lurker" sono esemplari testimonianze di prog modernista; "That's All", "Misunderstanding" e "I Can't Dance" rappresentano il pop nella sua accezione più elegante; "Throwing It All Away", "In Too Deep" e "Follow You Follow Me" sono espressione di uno spiccato senso del romanticismo. 
Mi fermo qui perché so che il lettore ha perfettamente compreso ciò che intendo sostenere: la discografia dei Genesis in trio, pur collocandosi nell'alveo della musica anni '80, prevalentemente di stampo synth-pop, comprende una moltitudine piuttosto estesa di influenze musicali e lo fa con serietà e competenza indiscusse.
Tuttavia, questo materiale, pur valido, validissimo, si colloca anni luce, stilisticamente parlando, dalla musica degli anni '70. 
La realtà è che i Genesis degli anni '80 sono un gruppo fighissimo che, tuttavia, nulla c'entra con i Genesis precedenti. Un po' come i Marillion senza Fish o i Van Halen senza David Lee Roth: ottimi anche loro, ma cosi terribilmente distanti dalla catartica ascendenza esercitata dalle incarnazioni originali...
Che fare, quindi?
Semplice, basta ascoltare il nuovo corso dimenticandosi del passato.
Mi sia concesso un altro richiamo: gli Asia sono un gruppo pessimo, se lo si considera quale coacervo malmesso di membri provenienti da tre delle più grandi band progressive di sempre: Yes, Elp e King Crimson
Cosa conservano, infatti, gli Asia, di queste tre grandi icone progressive?
Un bel niente!
Eppure, se provaste ad ascoltarli dimenticando il loro blasonato passato, la vostra opinione prenderebbe altre strade, perdendo d'un colpo le sue connotazioni oltranziste. 
Così, in questo modo, gli Asia diventerebbero realmente capaci, come pochi altri, di sfornare quel magniloquente pomp rock infarcito di pop e aor che effettivamente propongono con efficacia.
Ma torniamo ai Genesis.
Questo del dimenticare il passato è un trucchetto che non sempre funziona agevolmente, giacché presenta alcune controindicazioni. 
Come è possibile dimenticarsi dei Genesis-progressivi quando i Genesis-synth-pop propongono dal vivo "Firth Of Fifth"? 
È un po' difficile, lo ammetto.
Quando li ho visti al Circo Massimo e, 20 anni prima, al Flaminio, c'era proprio un coinvolgimento diverso: una sinusoide emotiva si spalmava continuamente nel mio substrato emotivo fluttuando in basso o in alto a seconda che si ascoltasse "Invisible Touch" o "In The Cage", "We Can Dance" o "Firth Of Fifth", "Mama" o "Los Endos".
Ne consegue, e mi avvio a tirare le somme, che non basta chiamarsi Genesis per rimanere Genesis. Non funziona che uno mantiene il nome, sterza in direzione di un altro genere e voilà, il pathos rimane intatto. Manco per il cavolo!
Dovresti cambiare nome, se hai le palle, tu, Genesis, per proporre "Abacab", un disco che, pur avvincente, non c'entra un cazzo con il tuo passato. 
E questo discorso vale maggiormente nel caso in cui sempre te, Genesis, non vuoi coinvolgere nella reunion uno come Steve Hackett, che pure sarebbe disponibile. Non lo vuoi fare perchè preferisci ostentare il tuo background synth-pop, a lui piuttosto estraneo, piuttosto che il vecchio lascito progressivo, che il chitarrista chiederebbe certamente di proporre. E lo fai, Genesis, perchè il primo ti arricchisce, il secondo ti porterebbe sfiga, accontentando soltanto pochi nostalgici attempati.
Quindi, facciamola finita co' sta storia che il tour è espressione di una rinnovata esigenza artistica così come che i Genesis sono tali pure se propongono il sirtaki: questa è una stronzata che serve a taluni per illudersi che la Magia sia ancora viva.
Detto ciò, si può anche andare a vederli (se ci saranno i soldi, ovviamente, giacché i biglietti, tu guarda il caso, pare costino non meno di 300 sterline) ma con la consapevolezza che quello in trio è si, estremamente accattivante, ma é un altro gruppo.
Ed è questo il motivo per cui, a corredo di questo articolo, c'è una foto che ritrae tre pupazzi di gomma, pur ben realizzati, e non quella di 5 soggetti, tra cui un tipo stravagante vestito da pipistrello e un chitarrista taciturno con pizzetto e occhiali dalla montatura quadrangolare.




Genesis 2020

Phil Collins
Tony Banks
Mike Rutherford
with
Daryl Stuermer 
Nicolas Collins




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