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Perigeo
Genealogia di un Blues





 

 

Perigeo

Genealogia di un Blues

 

di Gianluca Livi




Articolo originariamente apparso sul n. 5, anno 2009 di Rondò. "Rivista di musica classica, Jazz e tecnica di riproduzione sonora", qui pubblicato per gentile concessione dell'autore.

Non è tanto il tardivo revisionismo storico effettuato da certa critica colta nei confronti del Perigeo, a lasciarci alquanto interdetti: l’azione del rivalutare, tutto sommato, è abbastanza comune, addirittura scontata quando auspicata. Quello che, a tutt’oggi, risulta veramente incomprensibile, è l’azione prodromica della rivalutazione, cioè la svalutazione sistematica ed impietosa operata a sfavore di un complesso come il Perigeo, il cui spessore creativo e il substrato tecnico erano oltremodo indubbi, per non dire evidenti.

Eppure, sembra incredibile, una schiera di altezzosi puristi credette il Perigeo capace di sovvertire il jazz tradizionale a favore di una commercialità avida di consensi. Nel tempo, il loro delirio accusatorio è rimasto isolato: loro, i puristi, sono stati costretti a revisionare, a fare marcia indietro, a cambiare idea. Proprio come fecero con Miles Davis. Ma che c’entra, il trombettista americano? C’entra, c’entra, perché Miles Davis sta agli Stati Uniti come il Perigeo sta all’Italia. “Azimut”, il disco d’esordio, era un prodotto completamente inedito per l’Italia: qualcosa di simile si ascoltava da tre anni solo negli Stati Uniti, proprio grazie a Davis che, suonando con strumenti elettrici, aveva cambiato la concezione del jazz di allora, invero assai standardizzata, inventando la formula del jazz–rock e tenendo a battesimo gruppi come Weather Report e Return to Forever. Successe però che molti scienziatoni del jazz lo accusarono di aver distorto la ratio della musica jazz a favore di una maggiore fruibilità del genere. E quando cominciò a suonare di fronte a platee rock (al Fillmore East o al Fillmore West, ad esempio), alternandosi a gruppi psichedelici, folk e quant’altro, costoro inorridirono ancora di più. E poi? Beh, si rimangiarono tutto negli anni successivi, in un clima di intempestivo ri-esame storico.

Dall’altra parte del mondo, tre anni dopo, il Perigeo pativa il medesimo destino.

Nel lavoro che segue ci pregeremo di farvi (ri)scoprire un colosso del jazz–rock italiano (il Perigeo), saremo costretti a parlarvi di alcune sue propaggini non proprio soddisfacenti (Perigeo Special e New Perigeo), saremo felicissimi di parlarvi di un bellissimo gruppo (Apogeo) che vi si ispira, se non musicalmente, quantomeno concettualmente.

Il Perigeo nasce nel 1971 per volontà di Giovanni Tommaso, contrabbassista, compositore e arrangiatore con un solido background jazzistico alle spalle. In passato aveva militato nel “Quintetto di Lucca” e vantava collaborazioni tanto con jazzisti europei, quanto statunitensi, vere e proprie icone del jazz system americano: tra il 1960 e il 1964 aveva inciso dischi con Lee Konitz, Chet Baker e Barney Lewis, e aveva suonato con Gato Barbieri, Sonny Rollins, Dexter Gordon, Steve Lacy, Lionel Hampton. Nel dare vita al Perigeo, egli muove dalla convinzione di creare, su un tessuto di stampo prettamente jazzistico, un suono contaminato da altri generi musicali, lasciando spazio all’improvvisazione e alle iniziative individuali di ciascun componente. Contatta, pertanto, il pianista Franco D’Andrea (già collaboratore di Nunzio Rotondo, Gato Barbieri, Jean–Luc Ponty, Dexter Gordon, Kenny Clarke, Lee Koniz e Johnny Griffin, era uno tra i pochissimi jazzisti italiani citato nell’enciclopedia del jazz di Leonard Feather) e il giovanissimo batterista Bruno Biriaco (fra i migliori strumentisti dell’epoca, entra nel gruppo appena ventenne, quando sta ancora studiando pianoforte, composizione e direzione d’orchestra). “Nel 1971 io venivo da un periodo musicale ed esistenziale molto omologato: infatti, poiché ero appena andato a Roma e non avevo soldi per andare avanti, avevo deciso di fare il turnista. Dopo un po’ di tempo, in cui ho imparato molte cose (tra cui suonare il basso elettrico), la mia vita come musicista aveva bisogno di uno scossone. L’ascolto di Bitches Brew di Miles Davis fu folgorante e decisi che quella piccola conquista che avevo fatto fino ad allora suonando il “jazz jazz” non mi bastava più. Avevo bisogno di esplorare nuovi territori, di avere nuovi stimoli, e così ho pensato di formare un gruppo che potesse suonare una musica diversa. Comunque, non avevo le idee chiarissime. Il primo musicista con cui ho sentito il bisogno di dividere quest’avventura è stato Franco D’Andrea, con cui già avevo suonato tempo addietro. Successivamente, abbiamo pensato a Bruno Biriaco e abbiamo fatto qualche provino, qualche session, qualche prova di “embrioni musicali”. E così, nella mia vasca da bagno, a via Beato Angelico, con un bel bicchiere di vino, chiamai Franco e gli dissi: «sto ascoltando il provino di oggi e sono eccitatissimo: vuoi fare questa avventura con me?» E Franco accettò. E questo è l’inizio della storia del Perigeo (Tommaso). “Anche io avevo avvertito il fascino che emanava questa idea di Miles Davis. Io apprezzavo anche quelle cose più folli che faceva, i live al Fillmore ad esempio, che per me rimangono dei capolavori assoluti. Mi aveva affascinato questa astrazione dell’uso dell’elettronica che veniva fuori da questo «bisticcio», il pianoforte elettrico. Fin dall’inizio, però, mi resi conto che il suono di questo strumento poteva essere soltanto una base. Cioè, non mi bastava il suono, ancorché nuovo ed interessante. L’idea era: «questa è una buona base ma dobbiamo lavorarci sopra per creare sempre diversi contrasti e chiaroscuri». Dopo un po’ ero in grado di mischiare i suoni, ma anche usarli separatamente. Venivano fuori delle cose inedite perché, all’epoca, i suoni non erano già fatti. Allora, eravamo artigianali e ci fabbricavamo i suoni da soli” (D’Andrea). Al sassofono fu scelto Claudio Fasoli (padrone della tecnica “modale”, l’improvvisazione basata sulle scale e non sugli accordi, con un passato nei “Mansuardi” e collaborazioni con Dizzy Reece, Daniel Humair e Kenny Clarke) e, curiosamente, alla chitarra un chitarrista con un background blues-rock, Tony Sidney (statunitense, trapiantato in Italia, già membro de “Le Madri Superiori”, con i quali aveva partecipato al Festival di Viareggio nel 1971). “Io ero appena scappato dal conservatorio, dove avevo studiato per due anni musica classica (amavo e amo tuttora la musica barocca). Volevo dedicarmi alla chitarra elettrica ed esplorare cose nuove. Giovanni mi aveva sentito suonare in un gruppo (che non erano Le Madri Superiori) e mi invitò a Roma, ove ebbi l’occasione di sentire una loro piccola prova. Inutile dire che rimasi profondamente colpito. In quel momento, ho capito che loro, questo nucleo nascente del Perigeo, non erano un treno, erano un rapido sul quale io dovevo assolutamente salire al volo” (Sidney). Nell’agosto del 1972 il gruppo esordisce dal vivo alla Bussola di Marina di Pietrasanta mentre il settembre successivo esce “Azimut”, un album che distrugge anni di manierismo e formalismi: su un tessuto jazz, il complesso innesta contaminazioni rock, funky, addirittura new age, e propone un discorso musicale totalmente inedito che riesce a catturare qualche consenso della critica e che affascina totalmente il pubblico pop, incontrato al Festival d’A­vanguardia, al Be–In di Napoli, alla Terza Rassegna di Musica Contemporanea di Civilanova Marche e al Festival di Musica Popolare di Roma (per il placet dei jazzisti prima maniera, bisognerà aspettare un po’ di tempo, proprio come con Miles Davis). Il Perigeo non è certo l’unico gruppo ad introdurre una musica “contaminata” ma, agli inizi degli anni ‘70, è certamente il primo a farlo muovendo da prodromi propri del jazz. Ciascuno dei musicisti trova ampio spazio per palesare le sue doti di solista, in linea tanto con i suggerimenti dello stesso Tommaso, quanto con le regole del momento, che “impongono” una estesa durata dei brani. “Quando formai il nostro gruppo, dissi che esso poteva vivere solo seconde regole democratiche, perché è nel rispetto delle singole personalità che si dà il meglio di se stessi. Oggi sono orgoglioso di dire che Bruno, Claudio, Franco, Tony ed io ci siamo riusciti: ognuno di noi è parte integrante e insostituibile del gruppo, contribuisce a dargli un’immagine e nella stessa riesce ad identificarsi. Ognuno di noi è rimasto un solista, che invece di annullarsi in un insieme, ha visto da esso valorizzate le sue capacità creative, tecniche, interpretative” (Tommaso, note dall’album “Non è poi così lontano”). Nel 1973, il gruppo si esibisce alla prima edizione di Umbria jazz e pubblica “Abbiamo tutti un blues da piangere”, un album che, pur sterzando verso sonorità rock, vale loro il Premio della Critica Discografica come miglior album italiano di jazz. Le cose cominciano a cambiare. Nel gennaio del 1974 il gruppo affronta una tournée di spalla ai Soft Machine, che supera in termini di consensi, e si esibisce a Milano, al Festival di Re Nudo–Parco Lambro e a Roma, al Pop Meeting e al Festival di Villa Borghese. In quell’anno pubblica il terzo album, “Genealogia” e prosegue il suo personale discorso di contaminazione offrendo addirittura sonorità di stampo latino. “Il processo creativo del Perigeo era cambiato. Il primo album era costituito da composizioni di Giovanni, mentre il secondo era per il 70% di Giovanni, con qualcosa di Franco e di Bruno (Nadir e Rituale. N.d.A.). Da Genealogia in poi, Giovanni ha invitato tutti a portare del materiale. Io ricordo che da Milano mi trasferii a Roma per 15-20 giorni e che, negli studi della RCA, ci dedicavamo alla messa a punto di questo repertorio. Un lavoro molto duro, di intere settimane. Basti pensare che nella reunion del ‘93, per riproporre quel repertorio, abbiamo dovuto provare una settimana intera. Questo testimonia che il lavoro del Perigeo è stato di enorme severità, non solo stilistica, ma di enorme impegno artistico. Io non ricordo una data, un solo concerto del Perigeo, in cui - pur suonando in media due concerti al giorno anche per 20-30 giorni di seguito - ci sia stato un calo di tensione e di impegno sul piano improvvisativo, esecutivo e di intensità” (Fasoli).

Nel 1975, dopo una mini tournée con Antonello Venditti, i 5 puntano al mercato estero ove si esibiscono suonando al “Ronnie Scott” e al prestigioso “Marquee” di Londra. Ma le sorprese non sono finite: fanno da spalla ai Weather Report, nel corso della loro tournée europea e si esibiscono al prestigioso Festival di Montreux (da cui verrà estratto uno dei pochi documenti live della band). “La valle dei templi”, del 1975, ospita anche il percussionista Tony Esposito, che già si esibiva dal vivo con la band. Dopo una breve parentesi nel mondo del cinema – con la pubblicazione di un 45 giri contenente due inediti dalle sonorità più commerciali, contributo alla colonna sonora del film “Movie Rush. La febbre del Cinema” di Ottavio Fabbri – il Perigeo parte alla volta di Toronto per registrare “Non è poi così lontano”. Con il titolo dell’album, spiegava il bassista “alludiamo evidentemente a varie cose, ma principalmente al nostro mondo musicale. La nostra musica è stata varia­mente etichettata: “jarz–rock”, “progressive–rock” o così via. Etichette che non rifiutiamo e non accettiamo. È solo la musica che abbiamo voluto e saputo fare, imme­diata traduzione in suoni delle nostre sensazioni, dei nostri sentimenti... Se si ritiene necessario classificarla lo si fac­cia pure, ma non si pretenda poi da noi la fedeltà a un modello che non è nostro. Abbiamo cercato di esprimere graficamente questo titolo con la copertina che, almeno apparentemente, è costitui­ta da un collage di foto del suolo di un altro pianeta prese da un satellite... In realtà sono solo i muri di una vecchia casa di Sperlonga, a un’ora e mezza di macchina da Roma” (Tommaso, note dall’album “Non è poi così lontano”). Il musicista, che aveva dichiarato “il Perigeo is alive and well”, verrà smentito dai fatti: quello sarà l’ultimo album del Perigeo. Una difficile situazione concertistica (sia a livello di organizzazione, sia di sicurezza, resa sempre più precaria a causa dei frequenti scontri tra pubblico e forze dell’ordine), nonché svariate difficoltà economiche e alcuni problemi personali, costringono il gruppo allo scioglimento: Soldi, nono­stante tutto, ce ne sono sempre pochini. Qualcuno ha pro­blemi sentimentali, qualcun’altro di salute, qualcun’altro ancora apparentemente non ha problemi ma sta peggio degli altri” (Tommaso, note dall’album “Non è poi così lontano”). C’è appena il tempo per un concerto di addio, a Pescara, nell’agosto del 1976, ben documentato nell’album “Live in Italy” pubblicato solo nel 1990. “Ognuno di noi è parte integrante e insostituibile del gruppo, contribuisce a dargli un’immagine e nella stessa riesce ad identificarsi. Ognuno di noi è rimasto un solista, che invece di annullarsi in un insieme, ha visto da esso valorizzate le sue capacita creative, tecniche, interpretative. Forse il gruppo potrebbe anche sopravvi­vere con qualche elemento diverso, ma per «insostituibili» io intendo che non sarebbe mai lo stesso. Peggiore o mi­gliore non so, ma certo non il Perigeo che voi conoscete” (Tommaso, note dall’album “Non è poi così lontano”).

Negli anni ‘80, Giovanni Tommaso crea due propaggini del Perigeo formando il “Perigeo Special” e i “New Perigeo”. Nessuno di essi è minimamente paragonabile alla formazione originale. Il primo vede affiancati, ai 5 membri originali, un numero elevatissimo di ospiti illustri tra i quali Rino Gaetano, Lucio Dalla, Anna Oxa, Ivan Cattaneo, Jenny Sorrenti, Nino Buonocore e Maria Monti. Nell’unico album, “Alice”, cinque brani sono strumentali (e all’altezza del vecchio repertorio) e ben 8 (formula canzone, ahimé) sono interpretati dai suddetti ospiti, nonché dallo stesso Tommaso.

Nel gruppo New Perigeo, il solo Tommaso è affiancato da Agostino Marangolo alla batteria, Danilo Rea al piano, Maurizio Giammarco al sax e Carlo Pennisi alla chi­tarra. Gli ultimi 3 avevano massicciamente collaborato alla realizzazione dell’album “Perigeo Special” (da cui la verosimile scelta del nome “New Perigeo”). Nonostante l’elevata perizia tecnica dei musicisti, la musica proposta è una fusion piuttosto leggera, molto infarcita di pop, che sembra non decollare mai. Prima di sciogliersi, i cinque registrano due documenti (un album e un Q–disc dal vivo) e vanno in tournée con Riccardo Cocciante e Rino Gaetano.

Dopo lo scioglimento, Sidney incide due album “Play it by ear” (1979), e “Changing Shadow” (1984), segue Ray Charles nel tour italiano del 1990, firma un brano contro la droga (“Say No To Drugs”), per poi allontanarsi dalla musica attiva. Biriaco, dopo essersi definitivamente affermato come uno dei più importanti batteristi del circuito Jazz (lo troviamo anche in compagnia di James Senese nel secondo album dei “Napoli Centrale”) e aver militato nei Sax Machine, abbandona la sua carriera di batterista per dedicarsi all’attività di compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra.

Fasoli e D’Andrea sono oggi considerati protagonisti assoluti del jazz europeo. Dopo lo scioglimento del Perigeo, i due hanno collaborato realizzando nel 1978 gli album “Jazz duo” e “Eskimo Fakiro” (il secondo con Bruno Biriaco) e, nel 1996, “Icon” con Enrico Rava. Fasoli, scioltosi il Perigeo, dagli anni ‘80 collabora sempre più assiduamente con musicisti della scena internazionale come Henri Texier, Mick Goodrick, Lee Konitz, Jean-François Jenny Clark, Aldo Romano, Ken Wheeler, Bill Elgart, Manfred Schoof, Michel Pilz, Palle Danielsson, Tony Oxley, Dave Holland, Giorgio Gaslini. È autore di 20 lavori discografici come leader (tra cui preme citare “Infant eyes” del 2000 con Lee Konitz e Ares Tavolazzi) e 7 come sideman (tra cui “From south to north” del 1992 insieme a Paolo Fresu ed Enrico Rava e tre lavori con Giorgio Gaslini: “Multipli” e “Masks”, ad inizio anni ‘90 e “Live” nel 2000). Franco d’Andrea forma nel ‘78 un quartetto con cui suona fino agli inizi degli anni ‘90 (vi collaborano artisti come Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Gianni Cazzola, Luis Agudo, Naco, Glenn Ferris, Saverio Tasca). All’inizio del ‘93 dà vita ad un nuovo trio, Current Changes, col trombettista David Boato e il percussionista Naco. Parallalemanete è alla guida di una formazione allargata a 11 elementi, Eleven. Il suo attuale quartetto comprende il sassofonista Andrea Ayassot, il bassista Aldo Mella ed il batterista Zeno de Rossi. Dal 1978 svolge attività didattica in Veneto e Lombardia mentre dal 1993 è titolare della cattedra di Jazz presso il Conservatorio Bonporti di Trento. Ha inciso più di 200 dischi in Italia e all’estero tra cui “Kick off” e “Airegin” entrambi con Giovanni Tommaso e Roberto Gatto, “Nine Again” con Dave Liebman, “12 Gershwin in 12 keys” e “Inside Rodgers” entrambi con Lee Konitz, “For Bix and Pops” con Enrico Rava.

Dal canto suo, Giovanni Tommaso, sempre indirizzato alla contaminazione, forma il trio GDN, con Danilo Rea e il cantante americano Noel McCalla (le iniziali dei tre nomi di battesimo formano l’acronimo che dà il nome alla band), pubblicando un disco omonimo. Successivamente scrive numerose colonne sonore (sia per il cinema, sia per la televisione), collabora con numerosi artisti pop (Cocciante, Mina, Morandi, Gaetano, Graziani, Oxa), diventa titolare della cattedra di musica jazz presso il Conservatorio di Perugia e dirige i seminari di Umbria Jazz Clinics in gemellaggio con il Berklee College of Music. Pubblica, inoltre, diverse uscite discografiche, con il suo quintetto o da solista, tra le quali “Via G.T.”, “To Chet”, “Over the Ocean”, “Strane stelle strane”, “Third step”, “Secondo tempo”, “La dolce vita” (in coppia con Rava), “Critic’s Picks” (quest’ultimo nella TOP 10 dei migliori dischi del mondo nel 2001).

Nel 1993, il Peri­geo si riunisce in una formazione a sei elementi con quattro quinti dei membri originali (Naco è il percussionista prescelto ma manca Biriaco – impossibilitato per impegni televisivi – sostituito da Roberto Gatto). “Prima di chiedere agli altri membri se volevano riunirsi, ho avuto un po’ di travaglio interiore, nel senso che mi chiedevo se fosse il caso di riunirsi per fare cose nuove. Alla fine presi la decisione – che all’epoca fu condivisa da tutti – di dare vita ad una reunion circoscritta nel tempo e non volta ad aprire un altro capitolo professionale e artistico. Una reunion dal senso evocativo mi sembrava fosse l’unica strada percorribile: rifare alcuni pezzi del nostro vecchio repertorio, con molta modestia, senza re-interpretare troppo perché la re-interpretazione – per quanto mi riguarda – avrebbe messo in moto problemi esistenziali artistici che mi avrebbero completamente spaesato. Cioè, mi chiedevo all’epoca: chi sono io, oggi? (stiamo parlando del 1993. N.d.A.) Non certo quello del ‘72 e del ‘77. Ero cambiato e, ovviamente, lo erano anche gli altri. Quindi la decisione che presi fu quella di rivedersi affettuosamente, simpaticamente, di fare 3 o 4 concerti, ripescando il vecchio repertorio, e di salutarci alla fine di tutto” (Tommaso).

L’ultimo progetto di Tommaso è targato 2007 e si chiama “Apogeo”. Propone una formula ancora più ardita di quella palesata dal Perigeo: egli guarda ancora alla sperimentazione e alla contaminazione ma stavolta complica le cose scegliendo un complesso quasi del tutto acustico. Il risultato è di assoluto pregio. Alcuni brani trasmettono il medesimo pathos dei lavori effettuati con il Perigeo. Sono della partita Daniele Scannapieco al sax, Bebo Ferra alla chitarra (sostituito, in alcune date, da Alberto Parmeggiani), Claudio Filippini al piano e Anthony Pinciotti alla batteria. “Sono passati 30 anni da quando sciolsi il Perigeo e sono volati. Il mio primo pensiero è rivolto ai cari amici Franco, Claudio, Bruno e Tony con i quali ho condiviso 5 anni intensi e fondamentali nella mia vita artistica, e non solo. Se dopo tutto questo tempo i nostri dischi continuano a vendere (ultimamente hanno subito un’inattesa impennata) evidentemente abbiamo lasciato qualche testimonianza importante. Non sta a me giudicare la portata musicale di quell’iniziativa, ma credo ormai di poter dire, con l’obbiettività del tempo trascorso, che certe intuizioni si sono rivelate lungimiranti. Spesso dico che il jazz non è solo uno stile di musica ma anche uno stile di vita. Per questo dietro le scelte musicali ci sono motivazioni esistenziali che se autentiche, ne determinano lo spessore. In questi ultimi 2 anni ho maturato l’idea di formare APOGEO e ho cominciato a buttare giù delle idee musicali, ma ho volutamente, e anche pazientemente atteso il 2007 proprio per iniziare questa nuova avventura nel trentennale che mi separa dall’altra, come se il gioco dei numeri avesse un significato. Ho scelto lo stesso organico, se pur con elementi diversi, tutti musicisti splendidi con un enorme talento. (.) A parte la chitarra elettrica, gli altri strumenti sono squisitamente” acustici e questo mi stimola ancora di più a ottenere un sound nuovo. Non c’è mai fine alla ricerca. L’unica vera analogia col Perigeo è una certa “sfrontatezza” nello spaziare tra forme tematiche più o meno convenzionali, a forme più dure sia ritmicamente che armonicamente, e inoltre la possibilità di suonare in concerto delle parti totalmente improvvisate che uniscano i vari brani, ma questo potrà accadere solo dopo un periodo di affiatamento”. I cinque hanno realizzato un disco dal vivo pubblicato dal “Gruppo Editoriale l’Espresso” per la collana “Jazz italiano”, registrato dal vivo nel marzo 2007, alla “Casa del Jazz” a Roma (recensito, peraltro, nel n. 32 di Musikbox).

Nel gennaio del 2008, i cinque elementi del Perigeo si riuniscono a Roma, presso la Casa del Jazz, per un incontro commemorativo tenuto nell’ambito della rassegna “I sing the body electric – 40 anni di Jazz-Rock” (che coinvolgerà anche altri esponenti del jazz-rock italiano, come Dedalus, Baricentro, Area, e che interesserà, per alcune esecuzioni dal vivo, il locale Stazione Birra). In quel contesto – ove purtroppo non è stata suonata alcuna nota (in compenso, sono stati proiettati video d’epoca) – i cinque si sono mostrati assolutamente possibilisti sulla reunion del Perigeo. In particolare, a Tony Sidney va il merito di aver rotto il ghiaccio, proponendo per primo, in termini davvero entusiastici, la possibilità di riunirsi. “Quello che succedeva con il gruppo, era un cosa veramente incredibile. Le parole sono quasi impossibili a spiegare questo tipo di sensazione. Io oggi ho un grande sogno: sogno di risuonare insieme e sono curiosissimo di vedere cosa saremmo capaci di creare, dopo 30 e rotti anni, quindi con molta più esperienza nello strumento (per quanto mi riguarda, parlo della chitarra classica e della composizione in genere)”. (Sidney). “Ogni musica è figlia del suo tempo. Se ci dovessimo riunire, in maniera non estemporanea (come fu nel ‘93), ci dovremmo inventare un Perigeo up-dated, contemporaneo. Altrimenti, girarsi indietro e far sentire come suonavamo, mi sembra una cosa ai limiti della disonestà, ai limiti del falso” (Tommaso). “Io penso che oggi, dopo l’esperienza maturata in tutti questi anni, se noi ci si rimettesse a insieme – per conto mio, con l’intenzione di guardare al futuro e creando delle cose totalmente nuove – ne potremmo dire veramente delle grosse” (Sidney). “Come ci si può riunire e fare le cose del passato? C’è un solo modo, già proposto da Duke Ellington: cercare di rivivere, profondamente e sinceramente, lo stesso repertorio per 50 anni. Anche Louis Armstrong lo faceva. Questo è un percorso difficile ma fattibile nella musica. Ma se noi abbiamo come elemento in più la timbrica di allora, come fai a riproporre oggi quel sound? Sarebbe un lavoro di archeologa. Quindi, o si attualizza tutto - e allora bisognerebbe avere un’identità di intenti - oppure si rischia la mancanza di autenticità. In questo senso, e non voglio certo fare pubblicità, io mi sono sentito con Apogeo con lo stesso feeling che avevo nel ‘72. Avevo voglia di cambiare e ho costituito un gruppo che fa una musica da me concepita, che mi vede appagato con la «contemporaneità». Se io - d’accordo con Tony, Franco, Claudio e Bruno - dovessi trovare un ipotesi di «attualizzare» il nostro linguaggio, scioglierei qualsiasi progetto, mi rimboccherei le maniche e sarei pronto per cominciare” (Tommaso). “Oggi la musica è cambiata, anche nel settore commerciale, per cui la presenza di musicisti jazz è molto più frequente di una volta. Io ricordo i commenti di qualche Maestro nei confronti di questo linguaggio musicale, che addirittura veniva allora considerata come «non musica», cosa assolutamente falsa poiché, quando ci sono i musicisti jazz, il risalto qualitativo è completamente diverso. Questo mi ha fatto ripensare a tante cose del passato e mi sono reso conto che era arrivato il momento di riprendere in mano lo strumento, cosa che – se vi può interessare – ho fatto da circa un anno a questa parte. E quindi, in cuor mio, penso obiettivamente che oggi ci sia la maturità e sicuramente la necessità di proporre qualcosa, magari nei termini prospettati da Giovanni, atteso che riprodurre fedelmente quello che abbiamo suonato nel passato non avrebbe senso (Biriaco).

I fans non dovranno attendere molto: il 30 settembre 2008, presso l’Auditorium di Roma, Giovanni Tommaso festeggia i suoi 50 anni di attività. In quel contesto, suona con il suo attuale gruppo, Apogeo, e con amici del passato tra cui, inaspettatamente, il Perigeo, riunitosi nella sua formazione originale per la prima ed unica volta dai tempi dello scioglimento. I cinque propongono un medley in cui sono riproposti, senza alcuna soluzione di continuità, “La Valle Dei Templi”, “Genealogia”, “Old Vienna”, “Via Beato Angelico” (tutti estratti dall’album “Genealogia” del 1974, tranne il primo, dall’omonimo album uscito l’anno successivo). È un medley di soli 20 minuti ma intriso di significato: l’emozione è fortissima e si percepisce tutta, tanto da parte dei musicisti, quanto del pubblico.

Non passerà neanche un mese, che una nuova incarnazione del Perigeo si ritroverà a Firenze, il 25 ottobre 2008, stavolta per un concerto vero e proprio, e non per una semplice apparizione. Manca Franco d’Andrea purtroppo, assente per “motivi personali” - come precisato dallo stesso Giovanni Tommaso, che gli rivolge un appassionato saluto - sostituito da Claudio Filippini, giovanissimo e bravissimo pianista di Apogeo. La scaletta, da brivido, attinge da ciascuno dei 5 album del gruppo: “Genealogia” e “Via Beato Angelico” (Genealogia, 1974); “Tarlumbana”, “Myosotis” e “Terra rossa” (Non è poi così lontano, 1976); “Abbiamo tutti un blues da piangere” e “La valle dei templi” (dagli omonimi album, rispettivamente 1973 e 1975); “36° Parallelo” (Azimut, 1972). L’assenza del synth di Franco D’Andrea, peraltro, obbliga il gruppo a rivisitare i brani in chiave quasi del tutto acustica (proprio come in Apogeo): ne consegue che Giovanni Tommaso non abbandona mai il contrabbasso, mentre il pianista (e non anche tastierista) Claudio Filippini è messo completamente a suo agio (per lui solo 4 aggettivi: umile, discreto, ottimo, sempre pertinente). I pezzi vengono proposti in chiave marcatamente protesa verso il jazz: Biriaco ci aveva visto giusto, 8 mesi prima, alla Casa del Jazz, quando, auspicando probabili rivisitazioni musicali, aveva dichiarato che non avrebbe avuto senso “riprodurre fedelmente quello che abbiamo suonato nel passato”.

 

GUIDA ALL’ASCOLTO / PERIGEO – PERIGEO SPECIAL – NEW PERIGEO – APOGEO

 

1972 – AZIMUT

Lato A: Posto di non so dove / Grandangolo / Aspettando il nuovo giorno

Lato B: Azimut / Un respiro / 36° parallelo

Giovanni Tommaso: contrabbasso ad arco, basso elettrico, voce; Franco D’Andrea: pianoforte, piano elettrico;

Claudio Fasoli: sax soprano, sax alto; Tony Sidney: chitarra elettrica; Bruno Biriaco: batteria, percussioni.

Nonostante sia evidente il background jazzistico dei singoli membri (fatta eccezione per il chitarrista, l’unico con una formazione rock-blues), l’esordio del Perigeo è un prodotto assai eterogeneo, circostanza, quest’ultima che lo vedrà (a torto) inserito nel calderone dei gruppi progressivi italiani. Il brano iniziale, “Posto di non so dove”, si apre con un’introduzione di stampo new age che evoca ambientazioni oniriche, su cui prevale la voce cantilenante di Tommaso. La seconda parte è caratterizzata da un binomio ostinato chitarra/basso, una ritmica lineare e poco propensa ai virtuosismi su cui il piano si sbizzarrisce in tortuose melodie di matrice jazz. L’assenza del sax lancia subito un messaggio chiaro: il gruppo non deve stupire, colpire, meravigliare; non deve rappresentare una vetrina nella quale esporre le capacità tecniche dei singoli musicisti; tutt’altro: il gruppo agisce come un’unica entità e persegue lo scopo di costruire la giusta dimensione, il segnale equanime, il suono adatto. “Grandangolo” muove da considerazioni iniziali del tutto simili (ostinato al basso e chitarra) ma è destinato a svilupparsi in maniera diversa. L’ostinato è trascinato dal solo basso mentre piano elettrico, chitarra e sax si pronunciano in assoli complessi. La sola chitarra reclama la sua origine rockettara, mentre sax e piano elettrico si spingono in territori propri del jazz: il sax sembra citare continuamente il Coltrane del periodo di mezzo (quello ancora abbordabile, ma non più lineare come negli esordi). Il brano si chiude addirittura con una commistione free, preludio al riff rockettaro impresso dalla chitarra. Nei due brani successivi si registra un cambio radicale delle sonorità: sembrerebbe di ascoltare il Gary Burton del periodo ECM: stessa delicata e soffusa impostazione (vengono in mente gli albums Ring, Dream so real e Passegers i quali però, c’è da non crederci, usciranno più tardi, rispettivamente nel ‘74, ‘76 e ‘77) se non fosse che nel primo, “Aspettando il nuovo giorno”, la chitarra (ancora lontana da territori jazz), produce una atmosfera altrettanto eterea e soffusa, ma con un suono contrapposto assai stridulo e acuto; nel secondo, “Azimut”, si ritorna in temi ostinati stavolta proposti dal sax e dall’onnipresente basso. Il piano produce anch’esso un ostinato quasi ossessivo e, congiuntamente, si spertica in veloci e apparentemente smanierati assoli. La chitarra, presente solo nell’introduzione, se non liquida, è quantomeno rilassante, sebbene contraddistinta sempre dal suono stridulo. Gli interventi solisti del sax sono preclusi. Dopo “Un respiro”, un breve intermezzo minimale per voce e piano, l’album si chiude con “36° parallelo”, un brano che riunisce tutte le caratteristiche di questo primo Perigeo: riff e assoli alla chitarra di stampo chiaramente rock che si sposano con il solito ostinato al basso; una batteria e un sax che paiono di matrice afroamericana; una tastiera di stampo prettamente fusion. Biriaco si manifesta anche con un assolo di due minuti che funge un po’ da separè tra la prima e la seconda parte, ove il basso abbandona stavolta le sue funzioni ritmiche e si evidenzia in termini solisti sempre poco lineari ma altamente tecnici. Tommaso sembra incedere con gambe proprie: l’assolo segue una certa linea melodica che riprende il tema iniziale e progressivamente confluisce in astrusi sperimentazioni sonore, quasi avanguardistiche, appoggiate subito anche dagli altri strumentisti, in special modo dal sax. Una follia collettiva – per niente abbordabile – che si ripresenterà in crescendo e che occuperà gli ultimi 3 minuti del brano. Tutte le formule musicali esistenti sono state inserite. Una scelta anticommerciale (ben rappresentata sia dalla parentesi avanguardistica in chiusura, sia dal lungo assolo di batteria, una vera novità all’epoca, negli album in studio) che rende “Azimut” un lavoro di pregio, fin troppo coraggioso per essere un esordio.

 

1973 – ABBIAMO TUTTI UN BLUES DA PIANGERE

Lato A: Non c’è tempo da perdere / Déjà vu / Rituale

Lato B: Abbiamo tutti un blues da piangere / Country / Nadir / Vento, pioggia e sole

Giovanni Tommaso: contrabbasso ad arco, basso elettrico, voce; Franco D’Andrea: pianoforte, piano elettrico;

Claudio Fasoli: sax soprano, sax alto; Tony Sidney: chitarra elettrica; Bruno Biriaco: batteria, percussioni;

L’opera si apre con “Non c’è tempo da perdere”, concettualmente molto vicino al brano di apertura del precedente album: una prima parte soffusa ed eterea cantata da Tommaso ed una seconda parte in 11/4 decisamente più dinamica, in cui prevalgono lunghi assoli di chitarra elettrica e di Fender Rhodes, il primo in stile rock, il secondo in stile fusion. Sul finire, la melodia iniziale è ripresa. Il brano non è convincente e generalmente fornisce l’idea di non decollare. “Déjà vu” si pregia di atmosfere oniriche, liquide, scandite da una melodia magnetica al piano. Il pezzo è infarcito anche di frammenti avanguardistici in cui prevale soprattutto il contrabbasso, suonato nelle note più alte. Con “Rituale” ci avviciniamo ad atmosfere etniche decretate da percussioni iniziali e da un giro di basso che ha il pregio di rimanere in testa. Il brano procede in maniera cadenzata con gli strumenti che intervengono a turno rispettando una certa progressione. Ottima idea la conclusione, una serie di riff concatenati tra loro, sanciti da una chitarra graffiante, che però non vengono sviluppati. Atmosfere acustiche in “Abbiamo tutti un blues da piangere” che si conclude, anch’esso in progressione, con una notevole prova solistica al sax, di stampo chiaramente coltraniano. L’inizio di “Country” sembrerebbe attinto dal primissimo Miles Davis elettrico, sebbene prosegua su territori più accessibili, con Fasoli impegnato in prove solistiche al sax alto. Il brano è arricchito da intermezzi orecchiabili, divenuti una caratteristica del Perigeo. Le atmosfere liquide e rilassanti di “Nadir” fungono da preludio a “Vento, pioggia e sole”, il caposaldo dell’intera opera. 10 minuti che iniziano con sperimentazioni ferrose, pungenti, fredde e metalliche e si sviluppano in maniera tale che il ritmo, sincopato ma determinato, consente agli altri ripetuti interventi: il basso in sottofondo (stavolta sono spariti gli ostinati), le tastiere che creano un tappeto mai invasivo e, soprattutto, i protagonismi di sax e chitarra. Sidney non sembra per niente preoccupato della sua formazione rockettara e propone riff, assolo e ritmiche dal sapore quasi hendrixiano. Fasoli palesa l’ennesima prova di valore al sax soprano, sempre spinta al limite: è un sax che sembra esplodere da un momento all’altro, che gira intorno alla melodia portante, abbandonata e ripresa continuamente. Sembra un brano attinto dal primissimo Miles Davis elettrico se non fosse per la chitarra, che fornisce un inaspettato equilibrio. Il chitarrista, che pure intesse complicati e spesso astrusi sottofondi chitarristici, richiama alla mente certa matrice rock che invece gli altri membri sembrano voler rinnegare, così fortemente indirizzati verso territori di altra natura, talvolta anche sperimentale. Complessivamente l’album è generalmente pervaso da atmosfere soffuse ed eteree, non vale a parere di chi scrive, il premio di miglior album italiano di jazz che la Critica Discografica gli attribuì (o meglio: se è stato premiato questo album, in che modo premiare Genealogia, in assoluto l’album perfetto?), tendenzialmente perché, come l’esordio, offre un suono ancora poco convincente. Inoltre, a differenza dello stesso, è assai meno coraggioso, proponendo atmosfere molto più rilassate, forse allo scopo di rivolgersi ad un pubblico non necessariamente di nicchia.

 

1974 – GENEALOGIA

Lato A: Genealogia / Polaris / Torre del lago / Via Beato Angelico

Lato B: / (In) vino veritas / Monti pallidi / Grandi spazi / Old Vienna / Sidney’s call

Giovanni Tommaso: sintetizzatore, contrabbasso, basso elettrico, percussioni, piano elettrico, pianoforte, voce; Franco D’Andrea: pianoforte, piano elettrico; Claudio Fasoli: sax soprano, sax alto; Tony Sidney: chitarra elettrica, chitarra acustica, bongos; Bruno Biriaco: batteria, percussioni;

ospiti: Mandrake: percussioni, conga drums.

L’album della maturità. Tutte le lezioni delle precedenti prove sono ottimizzate e messe a frutto. Tendenzialmente si esplorano tutti le branche già proposte (o appena accennante) nei due dischi precedenti. Il gruppo inoltre, adotta coraggiosamente soluzioni controtendenza che – è il caso di dirlo – distruggono le regole formali del purismo jazz. Ad esempio, l’ostinato presente in “Genealogia” non è fornito dal basso, come sarebbe lecito aspettarsi, bensì da una chitarra acustica, mentre il piano propone un ritornello orecchiabile che ha la prerogativa di stamparsi nella memoria. Le soluzioni pacate che abbondavano nell’album precedente sono qui appena accennate. L’album è più dinamico, circostanza già percepibile nel secondo brano, “Polaris”, che mette le cose in chiaro fin da subito con una partenza fusion affidata alla batteria e al basso. È evidente l’influenza elettrica di Davis su almeno 4 dei 5 membri. Solamente il sax è ancorato a soluzioni sonore che risalgono al Davis del ventennio precedente (quello antecedente la sua ubricatura jazz–rock), quando ospitava un Coltrane ancora accessibile. In “Torre del lago” le sonorità sono sempre quelle eteree che ormai sono un marchio di fabbrica del Perigeo, soluzioni anche riproposte in “Grandi spazi”. “Via Beato Angelico” è una perfetta commistione di varie ambientazioni, tutte presenti nell’album, qui riunite in un sol brano: inizio d’atmosfera, permeato di suoni futuristici proposti da una tastiera quasi Gobliniana - se ci è permessa la citazione - e proseguo con rilassate percussioni latineggianti (la batteria conga del percussionista brasiliano Mandrake, presente anche in “Polaris”). Il substrato sonoro (quasi) hard–rock di “(In) vino veritas” permette a d’Andrea liquidi interventi al piano elettrico e a Fasoli prolungati assoli al sax di stampo chiaramente modale. “Monti pallidi” è una altra chicca: un incedere lento, quasi soffuso, ben delineato da una tastiera mai opprimente, consente a tutti gli strumentisti interventi pacati e mai invasivi. “Old Vienna” – uno strano connubio tra jazz e walzer, suonato in tre quarti – è un altro brano che saccheggia intelligentemente un Davis d’annata: sembra di sentire il brano “All Blues” suonato dalla formazione di “Bitches Brew” (l’unico difetto sembra essere la durata, troppo breve). “Sidney’s call”, infine, si potrebbe consigliare ad un profano poiché sintetizza magistralmente la sonorità esemplare del gruppo: le atmosfere sciolte e oniriche della parte prima, peraltro arricchite da percussioni delicate e da una nenia vocale cantata dal solito Tommaso; il nervoso incedere della seconda parte, caratterizzato da tempi irregolari e da chitarre sempre in evidenza; il successivo lungo assolo alla batteria (ancora una volta, il gruppo non esita a proporre soluzioni inedite per gli album in studio); un “ritorno alle origini” nella parte finale, ove la scorrevole atmosfera iniziale viene ripresa, ma in formula canzone, decisamente più fruibile. È, questo, l’album dell’età adulta, perfetto dall’inizio alla fine, che non si esita a consigliare a coloro che volessero avvicinarsi per la prima volta al gruppo. Dimenticate le incertezze del primo lavoro, abbandonate le atmosfere (troppo) soffuse e poco determinate del secondo album, i 5 prendono una direzione che convince e appaga, con un impiego intelligente dei sintetizzatori.

1975 – LA VALLE DEI TEMPLI

Lato A: Tamale / La valle dei templi / Looping / Mistero della Firefly / Pensieri

Lato B: / Periplo (a. Eucalyptus; b. Alba di un mondo) / Cantilena / 2000 e due notti / Un cerchio giallo

Giovanni Tommaso: sintetizzatore, contrabbasso, basso elettrico, voce; Franco D’Andrea: piano, piano elettrico, sintetizzatore; Claudio Fasoli: sax tenore, sax contralto, sax soprano; Tony Sidney: chitarra elettrica, chitarra acustica; Bruno Biriaco: batteria, percussioni (piano acustico in “La valle dei Templi”);

ospiti: Toni Esposito: percussioni.

Per la prima volta, il Perigeo affida ad un brano dinamico l’apertura di un suo disco, in passato sempre soffusa ed eterea, quasi delicata. “Tamale” è un perfetto biglietto da visita sul contenuto dell’opera, stavolta totalmente indirizzata alla fusion piuttosto che al jazz–rock, grazie tanto alle (molto) evidenti percussioni di Tony Esposito e all’effetto wah–wah largamente usato da Sidney. Una scala pentatonica suonata da tutti gli strumenti, caratterizza l’apertura, subito seguita da un orecchiabile motivo principale e da momenti d’improvvisazione di sax e piano elettrico. “La valle dei templi” sembrerebbe proiettare il gruppo verso territori lugubri, con un’intro di grande suggestione, sennonché i cinque ripercorrono inaspettatamente territori funky, sebbene il clima generale sia molto moderato, quasi controllato dagli sporadici interventi vocali e dall’effetto vibrafono della tastiera. Con “Looping”, un brano in tre quarti, si ritorna su territori jazz–rock, ben determinati dallo slapping del basso distorto. “Mistero della Firefly” è ancora un ritorno alla fusion iniziale, stavolta scandita da un ostinato meccanico e ripetitivo al basso, semplice ma efficace, in cui, da un lato la tastiera è relegata a ruolo di ritmica, dall’altro il sax produce assoli brevi e accattivanti. Dopo il breve interludio per solo piano e moog intitolato “Pensieri” – uno dei rari momenti intimisti dell’album – si giunge a “Periplo”, un brano assai atipico perché caratterizzato da un ostinato proposto da ben tre strumenti (basso, tastiere e chitarra) su cui il sax propone interventi squillanti. Poco dopo, il ritmo fornito dalla batteria non muta ma gli altri strumenti si sbizzarriscono in interventi vicendevoli che poco hanno in comune tra loro: Sidney persiste nelle sue divagazioni rockettare; D’Andrea propone ambientazioni quasi space–rock; Fasoli rimane ancorato al suo retaggio jazz; Tommaso si produce in linee melodiche complesse per riprendere occasionalmente l’ostinato iniziale. È questo il brano ove più maggiormente si percepisce l’eterogeneità del discorso musicale del progetto Perigeo, quella contaminazione che fu uno dei prodromi voluti da Tommaso ad inizio carriera. In particolare, il brano riunisce perfettamente l’anima rock di Sidney, quella jazz di Fasoli, quella “contaminata” degli altri tre. Il brano seguente è suddiviso in due parti: “Eucalyptus”, che si sviluppa in 59 secondi non semplici caratterizzati da brevi assoli di stampo modale intervallati da intermezzi d’atmosfera; “Alba di un mondo”, episodio intimista all’inizio, brano d’atmosfera poi, che sembra tenere col fiato sospeso. Più che ad una “Cantilena”, lemma che lo intitola, il pezzo successivo può essere accostato ad una ballad caratterizzata da una linea melodica con accordi in settima aumentata che addolciscono l’atmosfera tutta (è anche interessante l’interazione tra piano e sax). Sul finire, il brano si sviluppa in maniera leggermente dinamica, talché produce l’effetto di spiazzare ma – non è neanche il caso di precisarlo – senza infondere dubbi o perplessità. E quando il piano sembra partire in virtuosismi solistici, gli altri strumenti riportano l’atmosfera verso lidi iniziali, di pacata scorrevolezza. Dopo “2000 e due notti”, un’inaspettata ambientazione lugubre e spettrale, si giunge in chiusura con “Un cerchio giallo”, una stupenda ballad caratterizzata da un rilassante arpeggio di chitarra iniziale, interventi al sax contraddistinti da note prolungate, partecipazioni oniriche alla voce e le percussioni delicate di Tony Esposito, mai dirompenti ed invasive.

 

1976 – MOVIE RUSH – LA FEBBRE DEL CINEMA

Lato A: Movie rush

Lato B: Tema di Alba

Giovanni Tommaso: basso elettrico; Franco D’Andrea: pianoforte, sintetizzatore; Claudio Fasoli: sax tenore, sax contralto, sax soprano; Tony Sidney: chitarra elettrica, chitarra acustica; Bruno Biriaco: batteria;

Nella limitata produzione a 7’ pollici del Perigeo, questo è l’unico 45 giri che contiene due inediti, mai apparsi anche nelle successive ristampe su supporto digitale. Nel dinamico brano “Movie rush”, il Perigeo riesce a coniugare ottimamente tecnica e orecchiabilità, senza degenerare nel commerciale. Merito di qualche sporadico cambio di tempo ma anche e soprattutto delle prestazioni di Fasoli e D’Andrea che, su un tessuto di stampo chiaramente fusion, si prodigano in ripetuti e pregevoli interventi solistici. Di minore spessore, invece, “Tema di Alba”, una ballad che ricorda il più lezioso Coltrane.


1976 – NON È POI COSÌ LONTANO

Lato A: Fata Morgana / Tarlumbana / Myosotis / Take off

Lato B: / Acoustic image / Terra rossa / New Vienna

Giovanni Tommaso: contrabbasso, basso elettrico, interventi vocali; Franco D’Andrea: pianoforte, piano elettrico, sintetizzatore; Claudio Fasoli: sax tenore, sax contralto, sax soprano; Tony Sidney: chitarra elettrica, chitarra acustica; Bruno Biriaco: batteria;

ospiti: Dick Smith: percussioni; Pete Pedersen: arrangiamenti e direzione della sezione archi;

Realizzato a Toronto, in Canada, “Non è poi così lontano” è generalmente considerato l’album meno ostico e leggermente più commerciale della discografia anni ‘70 del Perigeo. Concordiamo, ma in termini di approvazione, non certo di condanna. “Fata Morgana” è un brano molto easy (e infatti dal vivo sarà scarsamente eseguito) che però ha il potenziale di piacere alle masse, una circostanza, quest’ultima, che talvolta può tornare assai utile (il brano, infatti, riscontrò un discreto successo come singolo). “Tarlumbana” è molto eterogeneo: si apre con delicati arpeggi di chitarra acustica e liquidi interventi al sax, e si sviluppa su canoni propriamente jazz, con il basso che dipinge cadenzate melodie be–bop e il piano che tratteggia arpeggi e assolo di elevato spessore. Dopo le atmosfere rilassanti di “Myosotis” – proposte da un sax gentile e da un piano delicato – ci si tuffa in territori fusion con “Take off”, brano caratterizzato da un’impressionante ritmica basso–batteria e arricchito dai protagonismi al piano elettrico di una D’Andrea molto ispirato e dal solito sax coltraniano di Fasoli, qui impegnato in una prova di elevata perizia tecnica. “Acoustic image” è un suite complessa che muove da iniziali atmosfere tetre, accentuate da un basso assai cupo, da duri riff alla chitarra e da una ritmica assai lenta e cadenzata, e che successivamente propone graduali aperture solari, principalmente offerte dal sax, su uno sottofondo in cui basso, piano e chitarra duellano a turno tra di loro. Nel prosieguo, il brano offre l’occasione al chitarrista, al tastierista e al sassofonista di proporre individualismi esasperati nei quali emerge, ancora una volta, il contrasto tra il rock di Sydney, è il jazz di Fasoli e D’Andrea. Nella migliore tradizione seventies, le tristi melodie iniziali vengono riprese a fine brano, stavolta arricchite da inediti interventi al wah–wah della chitarra e da alcuni estemporanei intermezzi orchestrali. C’è veramente di tutto in “Terra rossa”, un brano in cui, in appena 4 minuti, viene sintetizzata la summa del pensiero musicale del Perigeo: jazz–rock, fusion, il sax di Coltrane, la ritmica sfrenata dei Weather Report, percussioni dal vago sapore mediterraneo, gli individualismi al contrabbasso. Sono assenti le atmosfere rilassanti e oniriche del primo periodo, ma D’Andrea vi si riallaccia proponendo, con il sintetizzatore, sporadiche basi di stampo ambient. In chiusura, il gruppo arriva anche ad autocitarsi, non certo in termini di autocompiacimento, proponendo stralci walzer in “New Vienna”, un omaggio al brano “Old Vienna”, di appena due anni prima.

 

1980 – ALICE

(pubblicato a nome PERIGEO SPECIAL)

Lato A: Bella la città / Il viaggio / Al bar dello sport

Lato B: Il decalogo / Il bruco / Mamminal / Il quartiere

Lato C: Tea party / Il festival / Regina pop star

Lato D: Bullo e pupa / La quadriglia delle aragoste / Confusione gran confusione

Giovanni Tommaso: basso elettrico, voce, interventi vocali; Franco D’Andrea: piano elettrico, sintetizzatore; Claudio Fasoli: sax tenore; Tony Sidney: chitarra elettrica; Bruno Biriaco: batteria;

ospiti:

Orchestra d’archi dell’Unione Musicisti di Roma;

Rino Gaetano, Maria Monti, Jenny Sorrenti, Lucio Dalla, Anna Oxa, Ivan Cattaneo, Nino Buonocore: voci soliste; Lina Sastri: voce, interventi parlati; Alfredo Golino: percussioni, batteria; Mike Fraser: pianoforte, tastiere; Carlo Pennisi, Vincenzo Mancuso, Nanni Civitenga: chitarra elettrica; Doriano Beltrame, Nino Culasso, Michele Lacerenza, Cicci Cantucci, Alvise Vergella: trombe; Giancarlo Becattini, Gennaro Baldino, Vinicio Di Fulvio, Dino Piana, Basilio Sanfilippo, Franco Vinciguerra: tromboni; Sandro Centofanti: sintetizzatore programmato, tastiere; Mark Harris: pianoforte; Derek Wilson, David Walter: batteria; Adriano Giordanella, Carl Potter: percussioni; Maurizio Giammarco: sax tenore, sax soprano; Roberto Evangelisti: tumbe; Paolo Rustichelli: Yamaha CS–80, sintetizzatore, mellotron; Francesco Battimelli: flauto; Alessandra Bellatreccia: arpa; A. Alessandroni: coro “4 – 4”; Vivian Tommaso: interventi vocali; Simona di Sabatino, Carlotta Miti: voci;

È una forzatura considerare questo lavoro come un’opera del Perigeo, non solo perché il progetto nacque a seguito di un interessamento della RCA al solo Giovanni Tommaso (che, infatti, compose tutte le musiche), ma anche perché i restanti 4 membri originali vi compaiono occasionalmente. Eppure, il progetto è interessante e sarebbe scorretto liquidarlo frettolosamente come un passo falso, come taluni hanno ingiustamente ritenuto. L’album – un concept ispirato alla vita di Lewis Carroll, l’autore del romanzo “Alice nel paese delle meraviglie” – unisce abilmente quattro generi che non è facile coniugare tra loro: jazz, rock, pop e cantautorato. È un’opera tutt’altro che commerciale (un cantautore che fosse uscito con un lavoro del genere avrebbe campato poco), merito anche degli interpreti interessati al progetto, che offrono una prestazione a metà tra il cantato e il recitato, una soluzione abbastanza inedita per l’epoca (le performances della Oxa e di Dalla, impegnati in un pungente scambio di battute, è difficilmente rinvenibile nella loro produzione solistica). Almeno 4 dei 5 brani strumentali (il quinto è “Il quartiere”, una bella prova intimista, forse leggermente stucchevole), valgono da soli l’acquisto dell’intero album. Stiamo parlando, tanto per intenderci, delle medesime sonorità del Perigeo originale, soprattutto del periodo ultimo. “Il viaggio”, “Il decalogo”, “Il festival” e “La quadriglia delle aragoste” sono peraltro gli unici brani suonati dal Perigeo originale, senza gli innumerevoli collaboratori che compaiono negli altri brani. Il brano “Il festival” era già comparso nell’album postuno “Live in Italy 1976”, estesa a ben 25 minuti, mentre qui è possibile ascoltarlo privo degli orpelli improvvisati di quella versione. “La quadriglia delle aragoste” è invece il brano di apertura (“Bella la città”), in una serrata versione strumentale che probabilmente rappresenta uno dei picchi di massimo valore artistico del Perigeo tutto. Peccato che, in alcuni parti, la narrazione di Lina Sastri sovrasti pesantemente le parti strumentali. Non sarebbe male se tali pezzi venissero pubblicati senza tali interventi vocali (è stato fatto nel Q–disc omonimo, uscito lo stesso anno, ma solo per i brani “Il quartiere”, “Bella la città”, “Il festival”, “Tea party” e “Al bar dello sport”).

 

1981 – Q–CONCERT

(pubblicato a nome NEW PERIGEO/RICCARDO COCCIANTE/RINO GAETANO)

Lato A: Ancora insieme (Riccardo Cocciante/Rino Gaetano/New Perigeo) / A mano a mano (Rino Gaetano)

Lato B: Aida (Riccardo Cocciante) / Aschimilero (New Perigeo)

Riccardo Cocciante: voce, pianoforte; Rino Gaetano: voce, chitarra; sconosciuto: tastiere

NEW PERIGEO: Giovanni Tommaso: basso elettrico, voce; Danilo Rea: pianoforte, tastiere, coro; Maurizio Giammarco: sax; Carlo Pennisi: chitarra elettrica, coro; Agostino Marangolo: batteria;

Alla fine del 1980, la RCA promuove una tournée con un curioso ensemble composto da Rino Gaetano, Riccardo Cocciante e il New Perigeo, il nuovo gruppo di Giovanni Tommaso. Ne viene estratto un EP (o meglio, un Q–disc) oltremodo imbarazzante, composto da 4 brani registrati dal vivo. Tralasciando commenti sulle prestazioni di Cocciante e Gaetano (che cantano rispettivamente “Aida” e “A mano a mano”) – artisti che ci troviamo in difficoltà a citare in queste pagine – “Ancora insieme”, cantata a turno da Cocciante, Gaetano e Tommaso, è una canzone veramente fastidiosa (tanto per fornire un’idea, fa venire in mente “L’amico è” di Dario Baldan Bembo). “Aschimilero”, del solo New Perigeo, è un brano dai continui cambi di tempo che alterna momenti sincopati a situazioni più dinamiche. È una prova tecnica di livello (eccezionali gli assolo di chitarra e sax, nonché il tappeto percussivo creato da Marangolo), purtroppo pesantemente penalizzata da una cantato inadeguato (il brano decolla solo quando Tommaso tace). Il testo, inoltre, è incomprensibile.

 

1981 – EFFETTO AMORE

(pubblicato a nome NEW PERIGEO)

Lato A: Mediterraneo / Tender Pacific / Il lungo film / Venezia (Piazza “Giammarco”) / Effetto amore

Lato B: Shuffle / Questa donna / Ciao papà / Bocca di notte

Giovanni Tommaso: basso elettrico, voce solista, coro (percussioni in “Mediterraneo”); Danilo Rea: pianoforte, tastiere, marimba, coro; Maurizio Giammarco: sax tenore, sax alto, sax soprano, flauto, coro; Carlo Pennisi: chitarra elettrica, chitarra acustica, coro (voce in “Bocca di notte”; seconda voce in “Effetto amore”); Agostino Marangolo: batteria;

ospiti:

Maurizio Guarini: programmatore delle tastiere elettroniche;

Rosario Jermano: percussioni; Al Garrison: percussioni in “Mediterraneo”.

Ancora pollice verso. Viene da mangiarsi le mani a pensare al potenziale sprecato di questo complesso. Stiamo parlando di cinque tra i migliori musicisti del panorama jazz-rock degli anni ‘80 che, forse per esigenze di sopravvivenza, sono costretti a presentare una scialba fusion, peraltro imprigionata dentro gli stilemi della formula canzone. Pochi brani superano la sufficienza: “Shuffle”, uno strumentale dinamico caratterizzato da continui cambi di tempi; “Il lungo film” e “Mediterraneo”, due funky intelligenti che offrono l’opportunità ai musicisti di palesare le loro capacità. Purtroppo, entrambi i brani degenerano quando comincia il cantato, un destino che riguarda anche “Effetto amore”, forse il brano che offre meglio il concetto di bellissima idea, ma male sviluppata (testo e cantato sono scontati e tediosi ma le parti strumentali sono pregevoli). Un solo brano è all’altezza del vecchio repertorio: “Venezia (piazza Giammarco)” è uno strumentale caratterizzato da interventi liquidi al sax, un assolo di chitarra breve ma intenso, un basso che traccia una linea sempre protagonista.

 

1990 – LIVE IN ITALY 1976

Lato A: Take off / New Vienna / La valle dei templi / Myosotis

Lato B: Terra rossa / Acoustic image

Lato C: Tarlumbana / Via Beato Angelico

Lato A: Il festival

Giovanni Tomaso: contrabbasso, basso elettrico, sintetizzatore; Franco D’Andrea: piano elettrico, sintetizzatori; Claudio Fasoli: sax tenore, sax soprano; Tony Sidney: chitarra elettrica, chitarra classica; Bruno Biriaco: batteria, percussioni;

Il concerto di addio del Perigeo, nonché l’ultima performance degli anni ‘70. Sei brani sono attinti dall’album “Non è poi così lontano” del 1976 (è l’album per intero, fatta eccezione per l’hit–single “Fata Morgana”), l’omonimo brano da “La valle dei templi” del 1975 e “Via Beato Angelico” da “Genealogia” del 1974. Repertorio tanto affascinante quanto criticabile: da un lato si tratta di brani di assoluto pregio, peraltro proposti da un Perigeo perfettamente amalgamato e rodato; dall’altro è discutibile la scelta di attingere solo dall’ultimo periodo. Ciononostante, l’album può, anzi deve, essere consigliato ad ogni fan del gruppo dacché contiene tutti gli ingredienti del secondo Perigeo. Ed infatti, soluzioni dinamiche e serrate (“Take off”, “La valle dei templi”) si alternano a momenti più intimisti e sperimentali (“New Vienna”, “Myosotis”) in un connubio che non stanca mai l’uditore, ma che anzi lo invoglia a sempre più attenti e ripetuti ascolti. Vanno segnalate le versioni di “Acoustic Image” e “Terra rossa”, entrambe raddoppiate in termini di lunghezza: il primo brano offre a Tommaso (è lui che suona, infatti, ci ha comunicato lo stesso D’Andrea) l’occasione per collaudare nuovi suoni con il sintetizzatore (la prima parte è tutta dedicata a sperimentazioni di questo genere); del secondo non parliamo, invitando il lettore a rileggere quanto già scritto poco sopra (si era detto che nel brano era custodita la summa del pensiero del Perigeo, tanti erano gli ingredienti ivi contenuti) e a moltiplicarlo per 10, giusto per dare un’idea dello spessore di tale rilettura live. L’inedito “Il festival”, che chiude l’opera, è certamente il pezzo più lungo mai proposto dal Perigeo: oltre 25 minuti in cui – tra continui cambi di tempo e cavalcate ritmiche dall’accentuata impronta fusion – si alternano ricche improvvisazioni e sperimentazioni, collettive ed individuali (4 anni più tardi, il brano comparirà nell’album “Alice”, in una versione in studio considerevolmente accorciata, sebbene altrettanto bella). L’acustica, ahimé, non è delle migliori risultando, il suono complessivo, un poco opaco. La veste grafica, invece, si attesta su livelli più che discreti.

 

1993 – LIVE AT MONTREUX

Rituale / Via Beato Angelico / Polaris / Alba di un mondo / Old Vienna / Un cerchio giallo / Genealogia / In vino veritas

Giovanni Tommaso: contrabbasso, basso elettrico, sintetizzatore; Franco D’Andrea: piano elettrico, tastiere; Claudio Fasoli: sax tenore, sax soprano; Tony Sidney: chitarra elettrica, chitarra classica; Bruno Biriaco: batteria;

ospiti: Tony Esposito: percussioni;

“Live at Montreux” offre uno spaccato del Perigeo nel momento del suo massimo splendore, culminato con la tournée di spalla ai Weather Rephort e con l’esibizione al Montreux jazz festival, nel luglio del 1975. Presenta una scaletta più succulenta rispetto all’altro live postumo, attingendo prevalentemente da “Genealogia” e, purtroppo per il solo “Rituale”, dal 2° album. L’opera contiene anche “Un cerchio giallo” e “Alba di un mondo”, brani che compariranno nel successivo album in studio, “La Valle dei Templi”, pubblicato nel settembre dello stesso anno. Chi scrive considera quest’album superiore al precedente live, se non altro perché offre una migliore visione del Perigeo intimista (“Alba di un mondo”, “Un cerchio giallo”) e sperimentale (“Old Vienna”, “Genealogia”). Inoltre, l’aspetto fusion non è ancora predominante, al contrario del retaggio jazz–rock, qui fortemente marcato, unitamente a vaghe sperimentazioni stilistiche da parte di tutti i componenti. Come in chiusura, con il brano “In vino veritas”: serrato, dirompente, a tratti caotico e delirante, talvolta meccanico e veemente. Insomma, per farla breve, è sufficiente dire che l’album documenta una data della tournée che ha fatto seguito alla pubblicazione del miglior album della band, “Genealogia”. Inoltre – ciliegina sulla torta – la band si pregia della presenza di un Tony Esposito in gran forma. Quest’ultimo, sia perdonata la precisazione, rappresenta veramente il fattore x che va a rendere perfetta la formula finale del Perigeo. Peccato per la veste grafica, invero assai scarsa (una sola foto del gruppo), sebbene siano presenti ricche note biografiche. L’acustica, pur non eccellente, è certamente migliore del CD “Live in Italy 1976”.

2007 – APOGEO

(pubblicato a nome GIOVANNI TOMMASO/APOGEO)

Illusione grigio / Tempi duri / Giro_vagando / Men at work

Bambini salvate la terra / Planetam trigeminum / Waltz for Lucca / Maestrada

Giovanni Tommaso: contrabbasso; Daniele Scannapieco: sax tenore, sax soprano; Bebo Ferra: chitarra elettrica; Claudio Filippini: pianoforte; Anthony Pinciotti: batteria.

Gli Apogeo si sono conquistati il diritto di apparire su queste pagine per una serie di concause: innanzitutto suonano molto Perigeo, sebbene in chiave quasi completamente acustica (è elettrica soltanto la chitarra); inoltre, lo spirito che anima i componenti sembra il medesimo di 30 anni fa (contaminazione, un pizzico di improvvisazione e una certa sfrontata libertà nel trattare tematiche musicali eterogenee); infine, dall’ottobre 2008, il minimo comune denominatore con il Perigeo, non sarà rappresentato dal solo Tommaso, ma anche dal pianista Claudio Filippini, che dal vivo si unirà alla blasonata formazione, in sostituzione di Franco d’Andrea. Insomma, gli Apogeo piaceranno a chi ha amato il Perigeo. Lo testimonia questo interessante album dal vivo, registrato alla Casa del Jazz nel marzo del 2007. Tutti i brani sono di pregio sebbene meritino un cenno particolare il disteso lirismo di Waltz For Lucca e Giro_vagando, il magnetismo di Illusione grigio (che si pregia di un loop intelligente ad opera di Ferra), l’ispirazione be–bop di Maestrada, ma anche – a dispetto della veste acustica del complesso – il jazz–rock di Tempi duri e Men At Work. Chi scrive ha avuto il piacere di assistere all’esibizione da cui è stato estratto il cd e, ahimè, deve stigmatizzare l’incomprensibile scelta di precludere due ottimi brani, J–Casa e Sistema Limbico (quest’ultimo, peraltro, suonato addirittura due volte, come 3° brano e come bis). Ottima l’acustica (non poteva essere altrimenti, attesi gli elevati standard qualitativi della Casa del Jazz) nonché il libretto interno, ricco di una dettagliata biografia, una discografia (troppo) selezionata di Tommaso, una recensione del concerto, la storia della “Casa del Jazz”, la formazione e i credits.

PERIGEO/DISCOGRAFIA (PERIGEO, PERGEO SPECIAL, NEW PERIGEO, APOGEO)

33 Giri (LP)

1972 – Perigeo – Azimut RCA – PSL 10555 € 35,00 (C) (1)

1973 – Perigeo – Abbiamo tutti un blues da piangere RCA – DPSL 10609 € 25,00 (B) (2)

1974 – Perigeo – Genealogia RCA – TPL1 1080 € 25,00 (B) (3)

1975 – Perigeo – La valle dei templi RCA – TPL1 1175 € 25,00 (B) (4a)

1976 – Perigeo – Non è poi così lontano RCA – TPL1 1228 € 25,00 (B) (6a)

1980 – Perigeo Special – Alice (2LP) RCA – PL 31470 (2) € 30,00 (B) (7a)

1980 – Perigeo Special – Alice Q–disc RCA – PG 33407 € 10,00 (C) (7b)

1981 – New Perigeo/R. Cocciante/R. Gaetano – Q concert RCA – PG 33417 € 10,00 (C) (8)

1981 – New Perigeo – Effetto amore RCA – PL 31604 € 12,00 (B) (9)

1990 – Perigeo – Live in Italy 1976 (2LP) Contempo – CONTE156 € 40,00 (C) (10)

 

CD

1993 – Perigeo – Live in Montreaux RCA – 74321–14984–2 € 15,00 (B) (11)

2007 – Apogeo – Giovanni Tommaso/Apogeo G.E. L’Espresso – CdJ2__10 € 08,00 (A) (12)

 

45 giri

1974 – Perigeo – Via Beato Angelico/Torre del Lago RCA – TPBO 1071 (PROMO) € 15,00 (C) (1b)

1975 – Perigeo – La valle dei templi/Tamale RCA – TPBO 1152 € 10,00 (C) (4b)

1976 – Perigeo – Movie rush/Tema di Alba RCA – TBBO 1224 € 10,00 (C) (5)

1976 – Perigeo – Fata Morgana/Take off RCA – TPBO 1278 € 10,00 (C) (6b)

1980 – Perigeo special – Confusione…/Bella la città RCA – PB 6450 (PROMO) € 08,00 (B) (7c)

 

Note e curiosità discografiche LP/CD

È stata presa in considerazione la discografia ufficiale della band. La valutazione si intende per il disco/CD in condizioni Mint.

  1. “Azimut” è stato registrato nello studio “D” della RCA di Roma e stampato nel settembre del 1972. Mostra una confezione a busta con apertura sul lato destro. Sul retro della copertina appaiono il titolo, il gruppo, la formazione, la tracklist e alcune foto b/n. La busta interna – nella quale vengono pubblicizzate 36 uscite discografiche della RCA, con raffigurazione a colori di ciascuna copertina e l’indicazione del n. di catalogo – presenta un foro circolare per ciascuna facciata, all’altezza della label, ed è corredata di rivestimento interno in cellophane. Alla fine dei solchi (run off groove) sono impresse in stampatello e a seguire, le sigle: “7EPA” e “BKAY 26801 1S – 1B5” (sul lato A), “EPA” e “BKAY 26802 1S – 1B4” (sul lato B). Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore blu, l’etichetta è di colore azzurro con indicazioni in b/n. Alcune copie includevano anche un booklet promozionale di 12 pagine contenente la biografia degli artisti (la valutazione espressa nella discografia si intende comprensiva di booklet). Dall’album è stato estratto un 45 giri promo (1974, RCA, n. di cat. TPBO 1071, € 15,00), contenente i brani “Via Beato Angelico” e “Torre del Lago” (la copertina è completamente bianca). La versione in CD (1989, RCA, n. di cat. ND 74103, € 10,00) presenta la medesima veste grafica dell’album. Il libretto interno – una pagina di dimensioni 24 x 12 cm piegata in due – contiene le medesime informazioni e foto presenti nell’album.

  2. “Abbiamo tutti un blues da piangere” è stato registrato nello studio “D” della RCA di Roma e stampato nel settembre del 1973. Mostra una confezione apribile su cartoncino lucido, con apertura sul lato destro. Nelle due facciate interne sono presenti numerose foto b/n dei componenti, da soli o in gruppo, effettuate presso gli studi di registrazione. Sul retro della copertina sono presenti il titolo, il gruppo, la formazione, la tracklist, una foto b/n del gruppo (privo di Franco D’Andrea), un lungo commento firmato da Maurizio Baiata, una massima di Epitteto, la casa discografica e il n. di catalogo. La busta interna, interamente bianca, presenta un foro circolare per ciascuna facciata, all’altezza della label, ed è corredata di rivestimento interno in cellophane. Alla fine dei solchi (run off groove) sono impresse in stampatello e a seguire, le sigle: “DAP” e “CKAY 27352 1S – 1B 2” (sul lato A), “DAP” e “CKAY 27353 1S – 1A 5” (sul lato B). Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore blu, l’etichetta è di colore azzurro con indicazioni in b/n. La versione in CD (1989, RCA, n. di cat. ND 71934, € 10,00) presenta la medesima veste grafica dell’album. Il libretto interno – costituito da 8 pagine – contiene le medesime informazioni e foto presenti nell’album, seppur ripartite diversamente.

  3. “Genealogia” è stato registrato nello studio “D” della RCA di Roma e stampato nel settembre del 1974. Mostra una confezione apribile su cartoncino lucido, con apertura sul lato destro. Nelle due facciate interne sono presenti numerose foto b/n dei componenti, da soli o in gruppo, in studio, dal vivo o in contesti privati. Sul retro della copertina sono presenti il titolo, il gruppo, la tracklist, la formazione per ciascun brano, un lungo commento firmato da Franco Fayenz, la casa discografica e il n. di catalogo. La busta interna, interamente bianca (interno ruvido, esterno lucido), presenta un foro circolare per ciascuna facciata, all’altezza della label. Alla fine dei solchi (run off groove) è impressa la sigla “DKAY 27922 2S” (sul lato A), “DKAY 27923 2S” (sul lato B). Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore rosso, l’etichetta è di colore azzurro con indicazioni in b/n. La versione in CD (1989, RCA, n. di cat. ND 71935, € 10,00) presenta la medesima veste grafica dell’album. Il libretto interno – una pagina di dimensioni 24 x 12 cm piegata in due – contiene una sola foto b/n. Assenti tutte le altre informazioni presenti nell’LP.

  4. “La valle dei templi” è stato registrato nello studio “D” della RCA di Roma e stampato nel settembre del 1975. Mostra una confezione a busta su cartoncino lucido, con apertura sul lato destro. Sul retro della copertina sono presenti il titolo, il gruppo, la tracklist, la formazione, ringraziamenti, il n. di catalogo, due foto del gruppo e una dell’ospite (Toni Esposito). La busta interna, interamente bianca, presenta un foro circolare per ciascuna facciata, all’altezza della label, ed è corredata di rivestimento interno in cellophane. Alla fine dei solchi (run off groove) sono impresse le sigle: “EKAY 28594 1S – 1A 11” e, molto distanziate tra loro, “E”, “6”, “A”, “P” (sul lato A), “EKAY 28595 ES – 1A 2” e, molto distanziate tra loro, “E”, “A”, “P”, “10” (sul lato B). Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore blu, l’etichetta è di colore azzurro con indicazioni in b/n. Dall’album è stato estratto un 45 giri (1975, RCA, n. di cat. TPBO 1152, € 10,00) contenente i brani “La valle dei templi” e “Tamale”. La versione in CD (1989, RCA, n. di cat. ND 71936, € 10,00) presenta la medesima veste grafica dell’album. Il libretto interno – costituito da 8 pagine – contiene le medesime informazioni e foto presenti nell’album, seppur ripartite diversamente. Nel cd risultano 11 brani a fronte dei 10 presenti nel vinile. Non esiste in realtà alcun brano inedito: semplicemente, le due parti del 7° brano, costituiscono nel cd due brani separati.

  5. La colonna sonora del film “Movie Rush – La febbre del cinema” è apparsa sottoforma di 45 giri e contiene i brani “Movie rush” e “Tema di Alba”, altrove inediti. Mostra una confezione a busta con apertura sulla destra, copertina e retro esattamente uguali. Alla fine dei solchi (run off groove) sono impresse le sigle: “FKAS 29100 1S – 1B 2” (sul lato A), “FKAS 29101 2S – 1B 1” (sul lato B). Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore blu, l’etichetta è di colore arancione con indicazioni in b/n. I due pezzi non sono mai stati pubblicati nella versione digitale.

  6. “Non è poi così lontano” è stato registrato negli studi RCA di Toronto, in Canada e stampato nel 1976. Mostra una confezione a busta con apertura sul lato destro. In 2a di copertina sono presenti il titolo, il gruppo, la tracklist, la formazione, ringraziamenti, casa discografica e un lungo commento ad opera dello stesso Tommaso. La busta interna, interamente bianca, presenta un foro circolare per ciascuna facciata, all’altezza della label, ed è corredata di rivestimento interno in cellophane. Alla fine dei solchi (run off groove) sono impresse le sigle: “FKAY 29377 1S – 1A 2” e, molto distanziate tra loro, “L”, “A”, “P”, “13” (sul lato A), “FKAY 29378 1S – 1A 1” e, molto distanziate tra loro, “L”, “A”, “P” (sul lato B). Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore rosso, l’etichetta è di colore azzurro con indicazioni in b/n. Dall’album è stato estratto un 45 giri (1975, RCA, n. di cat. TPBO 1278, € 10,00), contenente i brani “Fata Morgana” e “Take off”. La versione statunitense dell’album uscita con il titolo “Fata Morgana” (1977, RCA, n. di cat. TPL1–1228, € 20,00), presenta una veste grafica completamente diversa e le medesime informazioni della versione italiana, tradotte in inglese. Alla fine dei solchi (run off groove) sono impresse le sigle: “T PL–1–1228 A” (oppure “B” finale, a seconda del lato) nonché “A1F” (sul lato A) e “HIV” (sul lato B). Su entrambi i lati, inoltre, il numero “1” è ripetuto due volte in altri punti del run off groove. L’etichetta è di colore nero con indicazioni bianche e argentate mentre il logo della casa discografica (un cane vicino ad un grammofono) è a colori. La versione in CD (1989, RCA, n. di cat. ND 74099, € 10,00) presenta la medesima veste grafica dell’album italiano. Il libretto interno – una pagina di dimensioni 24 x 12 cm piegata in due – contiene le medesime informazioni e foto presenti nell’album, seppur ripartite diversamente.

  7. “Alice” è stato registrato e missato nello studio “B” della RCA di Roma e stampato nel 1980. Mostra una confezione apribile con apertura sul lato destro. Sia nelle copertine interne, sia nell’inserto interno (quest’ultimo è un tutt’uno con l’album ed è composto di 4 pagine) sono presenti 3 foto della modella in copertina (in realtà la copertina è un estratto della foto interna che compare a centro pagina, così come altre due foto presenti nelle restanti pagine), nonché testi, formazione per ciascun brano, credits, ringraziamenti. Sul retro sono presenti il titolo, il gruppo, la tracklist, i cantanti che compaiono su ciascun brano, casa discografica e un lungo commento ad opera dello stesso Tommaso. Le buste interne, interamente bianche, presentano un foro circolare su una sola facciata, all’altezza della label. Alla fine dei solchi (run off groove) sono impresse le seguenti sigle: lato A: “IKAY 35091 1S – 1A2” e “3 DITO”; lato B: “IKAY 35092 1S DG – 1B4” e “I P A”; lato C: “15 P A I A2” (lettere e cifre sono molto distanziate tra loro); lato D: “IKAY 35272 1S DG – 1B1” e “16 P A”. Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore rosso, l’etichetta è di colore azzurro con indicazioni in b/n. Dall’album è stato estratto un Q–disc (1980, RCA, PG 33407, € 15,00. Si tratta di un 33 giri di minore durata), con copertina differente, contenente cinque pezzi (sebbene i due brani iniziali siano indicati rispettivamente come parte A e parte B del brano n. 1), in versioni leggermente diverse dagli originali (manca il parlato di Lina Sastri). Mostra una confezione a busta con apertura sulla destra. Sul retro della copertina appaino i testi e la formazione per ciascun brano, i credits, una riproduzione della copertina del doppio LP nonché il medesimo commento presente su quest’ultimo. La busta interna, interamente bianca, presenta un foro circolare solo su un lato. Alla fine dei solchi (run off groove) sono impresse le seguenti sigle: lato A: “JKAY 35702 1S – 1A6” e “9 (una sigla illeggibile) A P”; lato B: “JKAY 35703 1S – 1A5” e “AP” seguita da una sigla illeggibile. Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore rosso, l’etichetta è di colore rosso con indicazioni in bianco e in nero. Esiste anche un 45 giri promo (1980, RCA, n. di cat. PB 6450, € 8,00), contenente i brani “Confusione, gran confusione” e “Bella la città” (la copertina è completamente bianca). Mentre non è mai stata pubblicata la versione in CD dell’album doppio, due sono quelle del Q–disc. La prima è stata edita nel 1990 (RCA, n. di cat. 74321 185312, fuori catalogo ma di scarso valore); la seconda è del 2004 (BMG/RCA, n. di cat. 82876592792, € 5,90). La veste grafica è la medesima della versione in vinile. Il libretto interno – costituito da 8 pagine – contiene la track list e informazioni pubblicitarie.

  8. “Q–concert” è stato registrato dal vivo il 4 e 5 marzo 1981 all’Auditorium di Pistoia e al Palasport di Novara e pubblicato nello stesso anno. Mostra una confezione a busta con apertura sulla destra. Sul retro della copertina appaino titolo e artisti interessati al progetto, la track list, i credits, una foto del gruppo in concerto. La busta interna, interamente bianca, presenta un foro circolare solo su un lato. Alla fine dei solchi (run off groove) sono impresse le seguenti sigle: “KKAY 36008 1S – 1A6” nonché, molto distanziate tra loro “11 AP” seguite dal nome “Marcello” scritto a mano in corsivo (lato A); “KKAY 36009 1.S – 1A6” nonché, molto distanziate tra loro “12 AP” seguite dal nome “Marcello” scritto a mano in corsivo (lato B). Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore rosso. L’etichetta è di colore rosso con indicazioni in bianco e in nero. Mai realizzata la versione in CD.

  9. “Effetto amore” è stato registrato e missato nello studio “D” della RCA di Roma e stampato nel settembre del 1981. Mostra una confezione a busta con apertura sul lato destro. In 2a di copertina sono presenti il titolo, il nome del gruppo, la tracklist, la formazione, ringraziamenti, casa discografica e n. di catalogo, foto dei membri e di un tecnico. La busta interna contiene i testi e credits dei brani (scritte arancioni su sfondo marrone). Alla fine dei solchi (run off groove) sono impresse, tutte scritte a mano, le sigle: “PA Piero 21–9–81 KKAV 36243 1S – 1A3 I” (lato A) e “6PA Piero 30–9–81 KKAV 36244 2S – 1A4 “ (lato A). Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore rosso, l’etichetta è di colore azzurro con indicazioni in b/n. Mai realizzata la versione in CD.

  10. “Live in Italy 1976” è stato registrato da vivo il 6 agosto 1976 a Pescara e pubblicato nel 1990 dalla Contempo Records. Mostra una confezione apribile con apertura sul lato destro. All’interno, sono presenti la formazione, informazioni sulla data di registrazione sulla produzione, diverse foto dei singoli membri o del complesso tutto attinte da vari periodi. Sul retro della copertina appare la track list. Le buste interne, interamente bianche, presentano un foro circolare su una sola facciata, all’altezza della label. Alla fine dei solchi (run off groove) è impressa la parola “SPIRY” seguita dalla sigla “CONT 156 A” (oppure “B”, “C”, “D” finali, a seconda del lato). Il bollino SIAE impresso sulla label è di colore rosso. La versione in CD, anch’essa doppia (Contempo, 1990, n. di cat. CONTEDISC 156, € 30,00), presenta un libretto interno (un foglio di dimensioni 24 x 12 cm piegato in due) riportante le medesime 4 facciate dell’LP, una per ciascuna pagina.

  11. “Live in Montreux” è stato registrato da vivo il 7 luglio del 1975 a Montreux e pubblicato nel 1993 dalla RCA/BMG solo nella versione CD (lunga durata). Riporta un booklet di 8 pagine all’interno del quale sono riportati: scaletta, durata ed autori dei brani, credits, formazione, un lungo commento di Paolo Biamonte, una foto in b/n del gruppo, pubblicità di altri 4 titoli della medesima casa discografica. È attualmente fuori catalogo e non è di facile reperibilità.

  12. “Giovanni Tommaso/Apogeo” è stato registrato dal vivo il 21/03/2007 a Roma, presso la “Casa del Jazz” e pubblicato lo stesso anno dal Gruppo Editoriale l’Espresso solo nella versione CD (lunga durata). Mostra una confezione cartonata contenente un inserto di 12 pagine nel quale sono riportati: una lunga biografia di Giovanni Tommaso, parte della sua discografia, una breve presentazione dedicata alla “Casa del Jazz”, la formazione, credits, varie foto a colori dei musicisti (da soli o in gruppo). È attualmente in catalogo a prezzo economico ed è di facile reperibilità.

Nota: il Perigeo appare nelle seguenti antologie:

  • “Free dimension”, (1973, RCA, n. di cat. CKAY 27134, € 35,00), con i brani “Grandangolo” e “Aspettando il nuovo giorno”;

  • “Trianon 75 – Domenica musica” (2LP, 1975, RCA, n. di cat. TCM2–1178, € 45,00), con il brano “Via Beato Angelico” (album da vivo che include anche performances di Antonello Venditti, Mario Schiano, Stradaperta, Rino Gaetano, Toni Esposito, Lucio Dalla ed altri).

Una versione dal vivo risalente al 1981 del brano “Sicilian sunset” del New Perigeo, altrove inedita, compare in un album solista di Giovanni Tommaso intitolato “I’ve been around” (2003, Musica Jazz, n. di cat. MJCD 1154, € ­­10,00).

Gli album “La valle dei templi” (con il titolo tradotto in “Valley of the temples”) e “Genealogia” sono usciti negli Stati Uniti con il medesimo n. di catalogo e piccole differenze estetiche.

Nel 1977 la RCA ha pubblicato un’antologia dal titolo “Attraverso il Perigeo” (RCA–Linea Tre, n. di cat. NL 33039, € 7,50). Mostra una confezione a busta con apertura sulla destra, busta interna bianca, Run off groove: “GKAY 29461 (oppure 2 finale, a seconda del lato) 2S T1–1B 2”. L’album contiene 8 pezzi, nessuno dei quali inedito.

I 5 membri del Perigeo compaiono anche nell’album omonimo di Giovanni Ullu (1978, RCA, n. di cat. PL 31322, € 1

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