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Diamond Head

Strana storia quella di questo gruppo di baldi giovani della provincia inglese, che senza nemmeno accorgersene, diventeranno una della band di culto della scena New Wawe Of British Heavy Metal.

La band, capitanata all’epoca dal chitarrista Brian Tatler e dal telentuoso vocalist Sean Harris arrivarono a produrre il primo demo tape già nel 1978, anno in cui si stavano gettando pesantemente le basi per il movimento metal britannico, che si sarebbe sviluppato in pieno poco più di diciotto mesi dopo.


Cominciata un’attività live consistente per piccoli club, il perfetto mix di hard rock ’70 misto a sonorità più spigolose e moderne fece ben presto breccia sui cuori di molti giovani, che vedevano le teste di diamante come l’anello di congiunzione tra lo Zeppelin sound, Deep Purple e Judas Priest.
Nei primi mesi del 1980, nonostante diverse offerte (considerate da loro mai soddisfacenti) decidono di autoprodursi il primo album fondando la “Diamone Head Music”; con l’ausilio distributivo della Happy Face Music pubblicano anche un primo singolo: “Shoot Out The Lights” che prevedeva come lato b “Helpless”, che diventerà uno dei loro più grandi successi.
I quattro, con ormai una formazione stabile (oltre che ai già citati Harris e Tatler vi sono Colin Kimberly al basso e Duncan Scott alla batteria) ma senza ancora un full lenght pubblicato, riescono a ripartire in tour supportando band come gli Ac\Dc ed i “compagni” Iron Maiden, freschi di debutto.

In autunno, arriva cosi Lightining To The Nations, più noto come “White Album”, autoprodotto e stampato in sole 1.000 copie. La copertina, completamente bianca è solo arricchita dalle firme dei quattro elementi della band, ma a passare alla storia non sarà di certo la cover, ma il contenuto di questo esordio, vero pilastro dell’heavy metal britannico.
Sette pezzi, dove il fantasma dei già citati Led Zeppelin aleggia, ma la formule chitarristiche di Tatler vanno ben oltre, spaziando dal blues alla pischedelia, con furiose accelerazioni heavy come nella title track, più cadenzate e corrosive nella splendida “Sucking My Love” più hard nella rapida “It’s Electric” oppure arrichite da tastiere epiche in “The Prince”.
In quei mesi gli appena nascenti metal kids inglesi dovettero già reggere il dirompente urto sonoro di dischi come “British Steel” dei Judas Priest, il debutto omonimo degli Iron Maiden e “Strong Arm Of The Law” dei Saxon, solo per citarne tre.

Finita l’epopea hard rock, in chiaro contrasto con l’avvento del synth pop, della new wawe e della mai troppo digerita new romantic era nata una rivoluzione sonora senza precedenti nel rock duro: la New Wawe Of British Heavy Metal.
Il Full lenght va subito a ruba, cosi che la MCA, fiutato l’affare decide di mettere sotto contratto i Diamond ripubblicando il debut e mettendo sul mercato nei primi mesi del 1981 l’E.P. Four Cuts, contenenti i pezzi “Call Me” ,”Trick Or Threat”, “Dead Reckoning” ed una nuova versione di “Shoot Out The Lights”.
Intanto anche le riviste specializzate cominciano ad interessarsi al combo, pubblicando servizi e mostrando i quattro in prima pagina. Ma solo Kerrang! si spingerà oltre, azzardando un titolo, che purtroppo sarà anche un duro fardello per Harris e co., troppo pesante e mai mantenuto in pieno: “I Diamond Head sono i nuovi Led Zeppelin”.
Nel frattempo partono le registrazioni del nuovo album, ma per non dilatare troppo i tempi tra un’uscita e l’altra e capitalizzare al meglio la fama acquisita arriva sul mercato il singolo di “In The Heat Of The Night”, che farà da apripista a Living….. On Borrowed Time.
Uscito nel settembre del 1982, l’album presenta un’irruenza inferiore al predecessore, ma un songwriting di maggior classe ed una consapevolezza ancora superiore delle proprie capacità melodiche .
In estate le nuove canzoni furono anche presentate in un leggendario show al Reading Festival, dove la band verrà acclamata per tutta al durata del concerto. L’album debutta al ventiquattresimo posto della classifica inglese e fu supportato da 12 concerti in Inghilterra promozionali che consentì alla carovana di suonare anche al London’s Hammersmith Odeon, locale che pochi mesi prima consacrò i Motorhead come la band più rumorosa del pianeta.
Le vendite, seppur non eclatanti sono buone, soprattutto in virtù del fatto che in quei mesi, i “cugini” Maiden diedero alla stampe un altro classico del genere: The Number Of The Beast, che debuttò direttamente al primo posto. Cosi, senza nemmeno un attimo di tregua, la band torna nuovamente in studio e dà alla stampe il singolo “Makin’ Music”, che fa notare subito come il discorso melodico della band (forse questo, può essere considerato il singolo più “pop” da loro mai inciso) prosegua in maniera sempre più ampia, lasciando da parte i riff metallici e le incursioni verso territori estremi.
Nel giugno del 1983 viene pubblicato anche “Out Of Phase” che vede come lato b la più oscura “Kingmaker”. Se “Makin Music” ottenne un più che soddisfacente piazzamento (posizione n.32 dei singoli più venduti) questa nuova uscita passa inosservata, diventando cosi premonitrice dei futuri insuccessi.
In estate la band decide di reclutare alle tastiere John Phillips Gorse (solo per le esibizioni dal vivo) che verrà presentato al Donnington Rock Festival in agosto, mentre in settembre partirà per un veloce tour europeo in supporto ai Black Sabbath.
In ottobre arriva cosi sul mercato la terza fatica a nome Diamond Head: Canterbury. Il disco varia molto di traccia in traccia, le linee melodiche la fanno da padrone, ma sono pezzi pregni di splendida drammaticità come “To The Devil His Due” e gli orientaleggiamenti di “Ishmael” a far spendere di luce propria il tutto.
Nonostante un complessivo approccio più radiofonico, il disco è un insuccesso clamoroso, il giocattolo comincia a scricchiolare.
Per cercare di ammortizzare le scoraggianti vendite, viene presa la decisione di pubblicare nei primissimi mesi del 1984 un quarto album fatto di session abbandonate in precedenza, ma Flight East (questo il titolo provvisorio che gli fù dato) non uscità mai, la MCA straccia il contratto con la formazione, che decide di li a poco di sciogliersi.
Mentre band come Metaliica e Megadeath vengono influenzate tremendamente dalla primissime composizioni dei Diamond Head modificando l’approccio epico dei pezzi in un metal tecnico e roccioso (ribattezzato in thrash) e facendo vittime negli Stati Uniti, nel 1985 Brian Tatler dà forma ad una nuova creatura sonora: i Radio Moscow.
La band, formata anche da un certo Storm alla voce, Aldo Mazzei al basso e Rithc Battersby presto rimpiazzato da Karl Wlcox alla batteria riusciranno ad incidere un solo disco omonimo, registrato al RPK Studios ed uscito nel 1987.
Oggi è una rarità, che si può scaricare gratuitamente e legalmente cliccando qui.

Nel 1991 c’è un riavvicinamento di Sean Harris a Tatler e la band con Wicox dietro le pelli e Eddie Chaos al basso saranno ospiti del tour dei Metallica in supporto al “Black Album”.
Trovata una nuova affinità e un’ispirazione che sembrava persa, decidono di tornare in studio per dare un seguito a Canterbury. Dovremmo però aspettare il 1993 per vedere Death And Progress pubblicato.
Nonostante un sound vicino al glam\air rock statunitense molto in voga solo qualche anno prima ed una serie di collaborazioni eccellenti, che spaziano da Dave Mustaine che suona in “Truckin” e Toni Iommi che presta un suo assolo di chitarra in “Starcrossed” il disco non è un successo clamoroso, ma consente ai Diamond di ripartire in tour come headliner.
Uno di questi show verrà immortalato nel buon album “Evil Live”, che nel secondo cd presenta anche delle outtakes dell’ultimo disco in studio.
Nel 2000, dopo quasi sei anni di silenzio per rivitalizzare e mettere in risalto anche il repertorio storico Harris e Tatler reclutano Flyd Brennan e partono per una serie di date di buon successo, il tutto in chiave acustica ed assai intima. L’attenzione intorno ai Diamond Head è di nuovo alta, si materializza cosi l’ipotesi del come back in studio. Nel 2001 la Sancutary decide di ristampare a livello mondiale i primi quattro album della band con l’aggiunta di preziosissimi b-side (questo, per Lightining To The Nations e Living….On Borrowed Time) e di una nuova veste grafica, mentre l’anno successivo il gruppo partecipa ( di nuovo in veste elettrica) al New Jersey Metal Meltdown IV Festival, con l’ormai fido Wilcox alla batteria ed Eddie Mohan al basso, che era già subentrato a Chaos durante il Death And Progress tour; nel 2003 avviene il sospirato ritorno in sala d’incisione, ma per motivi mai ben precisati, Sean Harris viene allontanato dalla band e sostituito momentaneamente, per una serie di live in Inghilterra dall’ex Tygers Of Pan Tang Jess Cox.
L’annuncio del nuovo cantante avviene i primi mesi del 2004, quando Tatler annuncia che il nuovo e stabile singer della band sarà il misconosciuto Nick Tart, leader sul finire degli anni ’80 degli The Outcats.

A sessioni quasi terminate, per provare il nuovo materiale i Diamond partono per un tour europeo come spalla ai Megadeath, mentre “All We Be Revealed”, sesto album in studio vedrà la luce solo ad ottobre del 2005.
Il nuovo tour parte dalla Grecia, per arrivare nell’aprile del 2006 anche in Italia per due date per poi concludersi solo in inverno con un ritorno in madre patria. Nel mezzo arriva anche una doppia release cd\dvd: “It’s Electric”, nuovo disco dal vivo che dimostra come Tart, seppur non dotato come Harris è un’ottimo singer ed anche i vecchi cavalli di battaglia non risentono più di tanto dell’usura del tempo nonostante i quasi trenta anni sulle spalle.
Incoraggiati da un seguito si di nicchia ma fedelissimo, decidono di lavorare subito ad un nuovo full lenght, ma prima, nell’aprile del 2007 partono per un veloce ed ennessimo tour europeo, che farà anche scalo in Italia, a Padova.
Esce cosi, il 31 luglio “What’a In Your Head?”, settimo disco di inediti delle teste di diamante e secondo del nuovo corso. A dire il vero, non è che siamo di fronte ad un’uscita particolarmente valida, anzi, alcuni pezzi sono davvero deboli e privi di mordente, ma quello che più conta è che a tre decenni dalla sua nascita, la band dimostra di essere ancora viva e vegeta; poco importa se della formazione originale sia rimasto solo l’indomabile Brian Tatler, il quale continua a mettersi in gioco dimostrando sempre un talento cristallino alla sei corde ed una gran voglia di calcare ancora i palchi mondiali a lungo.
Poco importa se di piccoli club o grandi arene, oggi non esistono più scomodi paragoni o fan incontentabili, la storia, nel suo piccolo è stata scritta, adesso bisogna solo aggiungere qualche riga per terminare il bellissimo e sfortunatissimo (in parte) racconto di un uomo, che ha perso i suoi diamanti più preziosi per la strada.



*** DISCOGRAFIA ***
- Album in Studio -
Lightining To The Nations - 1980 (capolavoro)
Living…. On Borrowed Time - 1982 (ottimo)
Canterbury – 1983 (buono)
Death And Progress – 1993 (sufficiente)
All We Be Revelead – 2005 (discreto)
What’s In You Head? – 2007 (insufficiente)

- Album Live (Ufficiali) -
Evil Live – 1994 (discreto)
Live: In The Heat Of The Night – 2000 (sufficiente)
It’s Electric – 2006 (discreto)

- E.P. e singoli ufficiali -
Sweet And Innocent – 1980
Diamond Lights E.P. – 1980
Play It Loud – 1981
Four Cuts E.P – 1982
Makin’ Music – 1983
Sucking My Love (live)
Rising Up E.P. – 1992
Acoustic Four Cuts E.P. - 2002

- Antologie varie -
Am I Evil - 1987
Behold the Beginning - 1991
Singles- 1992
To Heaven From Hell - 1997
Lightning To The Nations -1997
The Best Of Diamond Head - 1999
The Diamond Head Anthology: Am I Evil? - 2004



Link utili:
Diamond Head Official Website

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