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Alessandro Balossino
Keith Jarrett. Improvvisazioni dell’anima

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 31 Marzo 2019 11:31

Diffido molto degli autori italiani che scrivono testi dedicati ad artisti stranieri perché, generalmente, pubblicano scritti già editi, abilmente saccheggiati e tradotti con enfasi e furbesco stile espositivo, al fine di mascherare l'assenza totale della minima novità e di elementi soggettivi.

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Sanremo 2019: le pagelle dopo la terza serata

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Scritto da Mattia Farci Venerdì 08 Febbraio 2019 00:37



Le pagelle di Sanremo 2019, curate da Mattia Farci, riflettute e riviste dopo il secondo ascolto


Introduzione

E’ un Festival lento dove si cerca di dare centralità alla musica.
Baglioni canta e lo sa far bene riuscendo ad abbracciare una plurità di generazioni. Meno show e più musica, questi sono gli intenti. La kermesse vorrebbe anticipare o almeno muoversi al passo coi tempi, ma risulta troppo ancorata a stereotipi musicali d’altri tempi e superati. Ancora una volta il Festival segue una direzione e la discografia italiana un’altra.



Le pagelle
.


Motta – Dov’è l’Italia
Manifesto dei nostri giorni e di una società divisa tra il pubblico e il privato, tra il senso di appartenenza e chi vuole fuggire,
tra indecisioni, dubbi ed incertezze, tra chi una direzione non l’ha ancora trovata e “tra chi vince e chi perde e chi non se la sente”.
In un mondo globalizzato, interconnesso e che scorre veloce si canta l’assenza di punti fermi.
Un testo impegnato che descrive in maniera vivida e cruda la deriva sociale del quotidiano. Ideologia o scelta di comodo?
Pregevoli le venature folk scandite con una chitarra che fa da sottofondo a tutto il brano e il titolo del pezzo “Dov’è l’Italia” che si ripete in loop.
Motta è più autore che cantante. E’ chiamato a rappresentare l’indie italiano che avanza e incalza.
Calcutta e Gazzelle restano, ad oggi, di un altro pianeta.

Sei

***

Loredana Bertè – Cosa ti aspetti da me
Come un quadro cubista di Chagall. 
Come un dipinto d’espressione tedesca.
Come un’opera architettonica di Herzog e de Meuron.
Intelleggibile come un romanzo di James Joyce.
Espressiva, spregiudicata, sovversiva e rock and roll.
Pienamente dentro alle parole che canta.
Loredana sembra posseduta dalla musica.
Vibra e si fa sentire. La sua voce graffiata fa il resto.

Sette ½

***

Boomdabash – Per un milione
Ritmo incalzante, orecchi educati all’ascolto e produzione, notevole, che fa da padrona.
Più reggae che hip-hop, con una mano tesa al pop nel senso più canonico del termine.
Azzeccata la scelta dei cori nel ritornello che rendono armonico il pezzo.
Brano che però manca di flow e di questo la metrica ne risente.
Peccato, inoltre, per l’assenza del peculiare dialetto salentino che contraddistingue tutti i pezzi del gruppo.
Ti aspetterò come il goal che sblocca la partita”.
Vivaci, radiofonici, ma, senza osare, non fanno goal.
Dov’è rimasta l’energia che ci catapulta a bordo spiaggia, risacca del mare e un drink in mano?
Molto più bravi del brano che hanno presentato.

Sei

***

Arisa – Mi sento bene
Ti aspetti un ritorno struggente, carico di simbologia, un testo sentito e quasi sussurrato da un’interprete che sa raccontare con la voce.
Ti aspetti introspezione, chiaro-scuri e sfumature che tendono al grigio.
Ti aspetti commozione, tormento e a tratti agonia.
Ti aspetti che la voce di Arisa si rompa e cada in pianto.
Il ritorno di una delle voce più intonate del panorama musicale, invece, si tinge di tutte le gradazioni di colore.
Porta a Sanremo un brano gioioso, un ritornello che funziona e un pezzo quasi fiabesco.
Si impone con la sua voce senza debordare nel virtuosismo e risultare ampollosa.
E’, naturalmente, raffinata.
Confeziona una canzone che decolla, ma non fa volare.
Si percepisce nitidamente che si sente bene e la sua urgenza di manifestarlo.
Lei si sente bene e io vorrei, per scuotere le corde del cuore, che si sentisse un po’ male…

Sei ½

***

Shade e Federica Carta – Senza farlo apposta
Shade è il plagio di se stesso.
La linea tra avere uno stile riconoscibile e risultare ridondanti è labile e a fare i funamboli su fili sottili a volte si cade.
L’equilibrio resta precario.
Il duo, già collaudato con il brano “Irraggiungibile”, si presenta sul palco dell’Ariston
cercando di reiterare l’esperimento con una ballad leggera, fruibile e con un ritornello incalzante che sale sulle note di “Scusa ma”.
La metrica è ben ripartita tra rap e melodia.
Pezzo dalla presa immediata e altamente radiofonico, ma senza pretese.

Oggettivamente: Quattro ½
Soggettivamente: Sette

***

Ghemon – Rose viola
Contemporaneo nell’approccio al canto, nelle scelte stilistiche e nelle sonorità.
Minimalista, essenziale ed elegante nel suo incedere soul.
Sperimenta e si mostra innovativo.
Rivedibile il canto.
Di nicchia, ma ben riconoscibile.

Sei

***

Ex-Otago – Solo una canzone
Arrangiamento scarno e minimalista.
Intimi nell’interpretazione.
Lavorano per sottrazione e convincono nella loro naturalezza.
In fondo è l’amore che conta e la semplicità vince sempre.

Otto

***

Nek – Mi farò trovare pronto
Elettro-pop fatto di tastiere e bassi e un’orchestra che si sente e non ne risente.
Ritmo da dancefloor, un motivo melodico strutturato in modo da fissarsi saldamente in testa e un brano che ammicca l’occhio alle radio.
Poco sanremese.
Citofonare “Fatti avanti amore”.

Cinque

***

Simone Cristicchi – Abbi cura di me
Fuori gara.
Veste con eleganza un arrangiamento pazzesco.
Si fa da parte per far spazio ad un velluto d’archi e ad un’orchestra che domina la scena.
Le sue parole librano leggere.
Delicato ed espressivo nel suo canto recitato.
Tu non cercare la felicità, semmai proteggila”.

Otto ½

***

Irama – La ragazza con il cuore di latta
Una storia fatta di violenza, maltrattamenti, sofferenza, ma anche di speranza per un domani diverso.
Cronache da prima pagina trattate con commuovente delicatezza.
Un coro gospel, un ritornello che cresce e un ritmo serrato.
Ricorda a larghi tratti Mary dei Gemelli Diversi.
Funziona e, sicuramente, coglierà l’apprezzamento del pubblico.
Il precipizio della banalità resta dietro l’angolo e ad Irama tocca camminare in punta di piedi.

Sei ½

***

Renga – Aspetto che torni
E’ virtuoso, non nel senso etimologico del termine in quanto dotato di virtù, ma nell’atteggiamento musicale,
diffuso a partire dalla metà del XIX secolo, in seguito all’affermarsi della borghesia e alla necessità per i musicisti
di stupire con particolari evoluzioni vocali il loro pubblico.
Il brano porta la firma di Bungaro e, almeno in teoria, dovrebbe rappresentare una garanzia.
Avrebbe potuto avere futuro migliore.
Piacerà (solo) alle mamme.

Quattro ½

***

Paola Turci – L’ultimo ostacolo
Buona l’esecuzione, buona l’intensità e convincente complessivamente.
Padrona del palco, della sua voce e dell’interpretazione.
Porta all’Ariston un brano che si lascia gradevolmente ascoltare in pieno clima sanremese.
Intensa.

Cinque ½

***

Ultimo – I tuoi particolari
Commistione tra il cantante pop che piace e l’autore proteso ad una ricerca musicale di qualità.
Piano e voce.
Piano è la partenza, poi la voce si sente tutta.
Buona la scelta melodica, poco robusto il testo.
Il duetto con Fabrizio Moro potrebbe dare nuova e diversa linfa al brano.
Mi sarei aspettato qualcosa di diverso dal cantautore romano a fronte del repertorio presentato fino ad oggi.
Resta il candidato più papabile alla vittoria.

Sette

***

Mahmood - Soldi
Personale, riconoscibile, gran senso del ritmo e un timbro di voce che è una sentenza.
Si propone con un brano reso innovativo dal suo modo di interpretare.
Originale anche se non adatto al panorama discografico italiano.
In francese il brano scalerebbe radio e classifiche.
Da risentire.

Cinque

***

Enrico Nigiotti – Nonno Hollywood
Di rara profondità.
Oscilla tra il non più della vita da ragazzo e il non ancora della vita da uomo.
Sguardo sognante e fiero.
Una patina di malinconia su una giacca che sente i segni del tempo.
Tempo che è andato e tempo che verrà.
In fondo siamo storie con mille dettagli, fragili e bellissimi tra i nostri sbagli”.
Un cantautore dei nostri giorni che ricorda il primo Grignani.
Credibile.

Otto

***

The Zen Circus – L’amore è una dittatura
Bandiere, tamburi e ticchettio di orologio.
Irriverenti, dissacranti e con una chiara identità.
Appino canta un testo intriso di riferimenti squisitamente politici scegliendo di presentarsi sul palco dell’Ariston con un brano senza ritornello.
Ha, per questo, il merito di svegliare gli ascoltatori del Festivàl dal torpore di strutture melodiche predefinite.
Per i fruitori dell’ultima ora invito vivamente all’ascolto di “Viva”.
Coraggiosi.

Sei

***

Einar – Parole nuove
Alla fiera della banalità Einar risponde presente.
Per un interprete saper cantare è imprescindibile.
La penna e le capacità compositive di Maiello si sentono, la voce di Einar pure, purtroppo.
Un’occasione, ingiustamente concessa, sprecata in malo modo.

Quattro

***

Negrita – I ragazzi stanno bene
Un testo sincero ed onesto.
Niente di più.
Un plauso a Cilembrini.
La libertà è non avere più paura”.

Cinque

***

Patty Pravo e Briga – Un po’ come la vita
L’esibizione sul palco non è memorabile. In qualità studio il brano acquista credibilità.
Briga ha un timbro di voce e un modo di porgere la parola unico e piacevolissimo.
Il valore aggiunto è lui che illumina la scena e, mentre canta lo special, si rendono evidenti i motivi.
Bel pezzo.

Sei ½

***

Anna Tatangelo – Le nostre anime di notte
Una ballad leggera che di certo non mira al Premio Tenco.
Una voce pulita e misurata che torna alle origini nelle scelte stilistiche.
Il brano è un pò fragile in linea con la parabola artistica della cantante.
Una brava esecutrice, molto lontana dall’essere interprete.
Già sentita.

Quattro ½

***

Achille Lauro – Rolls Royce
Non è trap, non è rap, non è indie e non è pop.
Mescola stili e generi in un brano energico fatto di rock e punk tra bassi e batterie.
Limita l’autotune, scandisce il tempo, batte il ritmo e si lascia piacevolmente ascoltare dal pubblico generalista.
Cita Elvis, Amy, i Doors e Hendrix.
Risulta a fuoco, con qualche eccesso che in gioventù può essere concesso.
Personalità da rockstar navigata.
Interessante la ricerca sperimentale.

Cinque ½

***

Daniele Silvestri e Randagio – Argento Vivo
Un testo impegnato e delle scelte musicale ben definite.
Silvestri ha stoffa e tiene ben stretto un bagaglio culturale che lo porta ad evocare
immagini dure e vive di una realtà troppe volte dimenticata.
Il suo brano è un monito e un messaggio di denuncia scandito in maniera forte.
Coglierà, con molta probabilità, l’approvazione della giuria della critica e dei giornalisti.
La coppia è ben assortita, ma non convince appieno.
Il brano è molto distante per temi e scelte stilistiche dagli standard sanremesi.

Sei

***

Nino D’angelo e Livio Cori – Un’altra luce
Neomelodico per definizione.
Nino D’Angelo è chiamato a rappresentare la canzone dialettale sul palco dell’ariston.
Lo fa in maniera innovativa portando un brano fresco fatto di sonorità attuali anche grazie al contributo di Livio Cori.
Lo sforzo del cantante napoletano è mirabile e l’utilizzo dell’autotune lo testimonia.
Meno peggio delle aspettative.

Quattro ½

***

Il Volo – Musica che resta
Dopo il primo ascolto il dubbio si palesa: serviva davvero la loro presenza al Festival?
Ci servono una rivisitazione di “Grande Amore”.
Fastidiosi, insopportabili e irritanti.
Il pubblico, per ragioni non ben conosciute, continua ad osannarli.
Vecchi giovani.

S.v.

 

 


 

Claudio Bonomi
Agorà underground. Il favoloso viaggio negli anni '70 di una band non allineata

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Scritto da Gianluca Livi Domenica 14 Ottobre 2018 14:10

 

 

 

 

Ha proprio ragione, Carlo Bonomi, quando parla degli Agorà come di una band non allineata, alludendo con ciò, a tante cose: all'inusualità, per un organico italiano, di firmare per una major come la Atlantic; ad uno dei rari esempi di esordio discografico dal vivo; ad una musica rarefatta, talvolta impalpabile, altre volte assai concreta e genuina, incredibile commistione tra prog e jazz-rock.

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Vincenzo Giordano
Storia della musica leggera italiana illustrata

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Scritto da Gianluca Renoffio Martedì 19 Giugno 2018 16:21

Per un appassionato di musica e di fumetti come me, libri come questo della NPE edizioni sono una vera chicca. “Storia della musica leggera italiana illustrata” è un percorso a tappe che racconta gli aspetti salienti della vita dei maggiori cantanti e band (o meglio “complessi”, come si devono chiamare in Italiano) che hanno fatto la musica dell’Italia.

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Jugband Blues
A graphic trip on the tracks of Syd Barrett

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Scritto da Bartolomeo Varchetta Venerdì 25 Maggio 2018 19:34



Quante rock star hanno perso la vita, mietute dalla mannaia dello show business e della propria indole spregiudicata?
Tante, tantissime, sicuramente troppe.
Quante di queste rock star sono però sopravvissute fisicamente nonostante la perdita di contatto con la dimensione terrena? 
Veramente pochissime. Di sicuro una: Syd Barrett, al secolo Roger Keith Barrett, miracolosamente sopravvissuto ai suoi eccessi e probabilmente ancor di più alla propria indole, ma a scapito della propria sanità mentale.

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Eagles – I box set delle broadcast

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Scritto da Gianluca Livi Mercoledì 16 Maggio 2018 09:51




Abbondano le uscite discografiche economiche nella quali vengono documentate vecchie registrazioni Broadcast.
Per i profani, le broadcast sono i concerti radiofonici o televisivi a grande diffusione di cui gli artisti esecutori hanno spesso perso i diritti, talchè non è inusuale che siano messi in vendita nel circuito discografico senza che nulla sia dovuto agli artisti medesimi o alle loro label discografiche.
Ne sono state pubblicate di innumerevoli musicisti o band, da David Bowie ai Bon Jovi, passando per i Queen, Prince, Franz Zappa e molti altri ancora.
Nell'articolo che segue sono stati raffrontati tra loro quattro diversi box set attribuiti agli Eagles, band piuttosto "prolifica" in tal senso.

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Fabio Zuffanti
Storie Notturne

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Scritto da Gianluca Renoffio Giovedì 01 Marzo 2018 16:19

 

 

 

 

Abbiamo imparato a conoscere Fabio Zuffanti e la sua multiforme creatività attraverso la sua musica nelle mille sfaccettature che lo hanno portato a percorrere diverse strade, dal progressive rock al folk, dal cantautorato al noise, dal metal alle colonne sonore più prominentemente pop durante tutte le sue esperienze come leader o anche semplice collaboratore di band quali i Finisterre, La Maschera Di Cera, gli Höstsonaten, i Rohmer e tanti altri ancora.

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Elvis
Philippe Chanoinat e Fabrice Le Hénanff

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Scritto da Alex Marenga Lunedì 26 Febbraio 2018 12:22

Edizioni NPE (Nicola Pesce Editore)  presenta un ottimo catalogo di letteratura a fumetti.

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Stefano Micocci, Carlotta Ercolino
Rino Gaetano, un mito predestinato

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Scritto da Max Casali Lunedì 12 Febbraio 2018 22:00

Questo su Rino Gaetano non è l’ennesimo libro biografico sul cantautore nato a Crotone e poi trapiantato a Roma. O meglio: lo è in parte ma con un’impostazione innovativa che abbraccia varie sezioni.

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Fabio Rossi
Rory Gallagher: Il Bluesman bianco con la camicia a quadri

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Scritto da Jacopo Giovannercole Martedì 05 Dicembre 2017 19:49

Un indispensabile biografia, un piccolo grande tributo al più illustre “sconosciuto” del rock.

Rory Gallagher ha vivisezionato le viscere del blues a favore di una produzione discografica di assoluto valore e scevra da ogni esibizionismo di sorta.

E’ riduttivo parlare di questo valoroso chitarrista come un “semplice” grande bluesman: Rory è in secondis un autore, un ottimo autore, al contrario di colleghi pluridecorati che spesso hanno alzato l’asticella dell’overdrive all’insegna di un chitarrismo fin troppo plateale molto utile a coprire qualche magagna in termini di scrittura e ad attirare l’attenzione verso qualche cover di troppo. Fabio Rossi, curatore di questo prezioso libro, saggista rock e roryano fino al midollo, ci mostra anche l’altra faccia di Gallagher, quella più intima, appartenente alla sfera propriamente poetica delle sue canzoni.

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Phil Collins
No, non sono ancora morto

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Scritto da Gianluca Livi Sabato 25 Novembre 2017 19:21

 








In questo libro, la parola "prog" viene nominata soltanto due volte (perseguendo scopi meramente didascalici); il cambiamento cruciale avvenuto con il passaggio da "Duke" a "Abacab" è liquidato troppo frettolosamente ("disco che rimescola le carte: rispetto al passato, i brani sono più corti e grintosi e meno densi di sintetizzatori"); i Genesis occupano meno della metà del volume; l'ingresso di Chester Thompson nella band è appena accennato, quello di Daryl Stuermer neanche, Anthony Philips non viene mai nominato; l'argomento "musica" non arriva ad occupare due terzi del volume.

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